Esmeralda



Esmeralda (Argentina, 2016, 4') fa parte del progetto NIMBOS, serie di tributi al poeta Xosé Díaz Castro, di cui Flavia de la Fuente prende una poesia che svela immediatamente, all'inizio del cortometraggio, ponendondola come una sorta di apertura al film e di apertura continuerà a trattarsi per tutto l'arco del cortometraggio in questione. Se è vero che la poesia raccoglie e rinchiude il suo senso all'interno delle sue parole, è altrettanto vero che insieme dischiude un mondo che più che essere il mondo del poeta, da esso si allontana per prendere divergenze che non hanno un punto d'arrivo e la cui partenza è in realtà solo in parte conosciuta e per buona parte nascosta. Questo grande magma ingarbugliato e celato è per alcuni motivo di svelamento, di necessità di scoprirsi, quasi che la poesia fosse allora un mezzo attraverso il quale sia possibile, nell'ampliamento che porta ogni conoscenza, racchiudere quel senso che ha da scoprirsi. C'è un movimento quindi che, per quanto difficoltoso e complicato, va da un punto a un altro. Magari quest'ultimo non è esattamente considerato un punto d'arrivo come ciò nel quale infine ci si ferma, magari è punto dinamico che continua a porsi nella possibilità di posizionarsi nuovamente, a ogni scoperta, dopo ogni disequilibrio, ma siamo concordi nell'affermare che tuttavia stiamo sempre parlando di punti. Pur non conoscendo nello specifico la poetica di Xosé Díaz Castro, vediamo che da questa poi si dipana un qualcosa che si discosta dai ragionamenti sopra detti e che ci porta a credere che da questa poesia possa provenire qualcos'altro, che sia essa stessa allora qualcos'altro. Sì, ma cosa? Esmeralda è composto da poche immagini e queste sono perlopiù fatte di movimenti d'ombre e soprattutto discostamenti di rami che portano in evidenza quei momenti molto brevi, appena percettibili, in cui l'ombra c'è e poi non c'è, in cui è ombra leggera e poi pesante, dove queste consistenze diverse sono le sue consistenze, la sua materialità. Certo, anche i punti si spostano, ma non hanno questa dinamicità nella loro concretezza, loro al più delineano segmenti, segnano, posizionano. La concretezza dell'ombra è cosa totalmente diversa e molto più incline alla poesia come opera che, pur nella stabilità dello scritto nero su bianco, pur nell'insieme spropositato di punti che uniti formano le lettere, pur iniziando e concludendosi, dischiude a qualcosa che non ci fa dire che il poeta abbia per forza di cose tracciato una linea per ritrovarsi, anche se questo significa partire da ciò che è nascosto, che può fuoriuscire. Sembra invece che qualcosa continui ad apparire e a scomparire, a mostrare qualcosa, magari i rami, e a toglierli da lì. Il movimento del segmento è un movimento troppo semplice per poter racchiudere in sé la forza della poesia e di queste immagini. Il movimento dell'ombra rimane simile all'enigma, il cui scopo non è quello di essere risolto, bensì di rimanere tale, altrimenti si perderebbe, ma è solo rimanendo uguale a se stesso che può essere diverso. Questa diversità non è l'altro, che invece qui rimane estraneo, bensì è quella differenziazione che trova nel punto la maschera di se stesso, ciò che lo copre, la punta di una curva che è la sua piega. Ogni punto è una piega. Da qui in poi allora il poeta non è colui che dispiega se stesso attraverso la poesia, ma colui che si cela aprendosi e così sviluppandosi e l'immagine, che Flavia de la Fuente rende così semplicemente, non è solo la maschera del mondo, ciò che lo copre, mondo che si rappresenta continuamente ed erge i suoi attori a giocare tra di loro. Ma non è tutto, perché non è tutto un gioco o, almeno, non è questo ciò che viene mostrato in Esmeralda, non è questa l'immagine di Esmeralda, perché il gioco delle ombre è ciò che fa progredire e da cui proviene il movimento, il quale non è semplice riposizionamento ma ciò che mostra la diversificazione dell'ombra e quindi immagine non più maschera, non più statica, ma immagine-ombra, come di quell'ombra che giocando si mostra e si nasconde, e così facendo è nella verità, non cioè come ciò che deve divenire visibile, ma immagine che cela in sé il suo essere gioco d'ombre e quindi nella continua schiusura.    


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