(Agiografie #3: Robert Todd): Thunder



Thunder (USA, 2004, 11') guarda e si apre a una forza misteriosa, che solo in parte possiamo dire della natura, quindi di una forza che sorge quasi spontanea e contrapposta troppo spesso a quella macchinazione della tecnica umana, contrapposizione che, in Thunder soprattutto, ma è stato visto altre volte in Todd, non gli compete. Il braccio meccanico che trasporta i tronchi e i rami mostra la sua forza in una maniera quasi violenta, poco aggraziata, che meglio si rifà a una concezione del costruire umano soggiacente alla forza appunto e quindi i movimenti bruschi e insensibili, che ricordano - e rimandano quasi - i movimenti di tutto quel mondo che sta dietro ai cantieri, alle sue figure anche umane e con ciò al lavoro duro e che, per quanto dignitoso sia, richiede quella fisicità veemente e un po' brutale di cui, diciamo la verità, ci siamo sostanzialmente poco a poco disabituati - parlo, chiaramente, rimandando non tanto alla mia vita personale, bensì a quel gruppo sociale di una certa Europa e di cui, ci pare proprio, anche Todd stesso ne faccia parte. Ecco, senza spingerci ulteriormente oltre, anche perché la tecnica ha sviluppato pure braccia meccaniche utili a sostituire il chirurgo che deve operare un altro uomo, possiamo però rimarcare il fatto che in Thunder questa forza bruta meccanica non sia contrapposta o rivelata come, appunto, bruta, rispetto, nello specifico, alla forza della natura di quel luogo, forza che non aziona pesanti evoluzioni, ma che si manifesta dolcemente e quotidianamente, come dimostrato infatti lungo tutto il cortometraggio: i rami si spostano con il vento e durante questi movimenti noi possiamo intuire chiaramente la cosiddetta forza della natura. Ma non è questo il punto, anche se, chiaramente come pressoché ogni film di Todd, ci si lascia estasiare e trasportare da immagini che accolgono così semplicemente e naturalmente una bellezza che non ha nulla di estetico, nel senso di parametri dettati perlopiù socialmente a seconda dell'epoca, ma ha qualcosa che, nella sua semplicità, ricerca la beatitudine delle cose, quella loro originaria appartenenza che va al di là del manifestato. Dicevamo dell'assenza di paragoni tra forze come qualcosa che deriva sostanzialmente da una loro co-appartenenza alla forza stessa e con ciò alla loro coestensività, che abbiamo più volte apprezzato in Todd. In Thunder queste forze così diverse si legano, certo, in un legame che vede una la disfatta dell'altra, in un sovvertimento dell'ordine naturale, che qui non è reso in un'accezione negativa, ovvero dello prepotenza della macchina sulla natura derivata da una degenerazione dei valori che portano al rispetto della stessa, bensì l'uomo, tolto definitivamente l'essere creatura di dio, ritorna a essere uomo della natura intesa come tutto ciò che di fisico c'è e in questa fisicità rientra anche il cinema come quel luogo della natura dove le forze in campo possono trovare una loro sorta di conciliazione, senza per questo distendersi e appiattarsi, ma rimettendosi in gioco in una relazione di forze diversa. Tale relazione, in cui non si ha la prepotenza di una nei confronti dell'altra, è tale da evidenziare non solo la coestensività tra forze, rimanendo con ciò nel particolare delle loro caratteristiche senza giudizi moralistici, ma soprattutto una diversa conformazione del potere, lì dove, il potere, non è più quello dell'uomo naturale e delle sue strutture o della natura come potenza delle catastrofi o lenta azione spazio-temporale, bensì una fondazione che sembra vivere antecedentemente e insieme anticipatamente e con ciò ponendo seri problemi alla fondazione medesima. Se fondando si danno le basi dalle quali, qui e in avanti, si potranno elevare e predisporre, costruendosi, strutture che, in questo caso, non sono fatte che da relazioni di forza, siano esse materializzate nei rami o nel vento o, ancora, nel braccio meccanico, allora non si capisce un movimento che non sia solo verso il futuro, che sì, può guardare indietro (per non commettere gli stessi errori, per imparare, per ricordare) ma che, sostanzialmente, tende a una progressione lineare o quantomeno ascrivibile temporalmente e cronologicamente. Sebbene questa non sia propriamente la questione posta in Thunder, è anche vero che ritroviamo qui, se non la soluzione del problema, se di soluzione si possa mai parlare, una sua resa cinematografica. In questo cortometraggio la coestensività tra forze è palese e tuttavia c'è un certo rimando a un potere, vissuto nella realtà, in cui c'è una nuova ridefinizione umana attraverso gli spazi: distruggo e/o creo nuovi spazi, riqualifico l'area, e con ciò indirizzo l'uomo, lo strutturo a sua volta, dimostrando, ancora una volta, come la distinzione uomo/ambiente sia superflua e del tutto arbitraria, utile nella chiacchiera quotidiana e nulla più, nemmeno e soprattutto lì dove il sapere si specializza (ad esempio, nella ridefinizione urbana, mentre in psicologia lo si deve ancora ben capire). È lì, dove sorge l'immagine, che di fondazione non si può più davvero parlare, non tanto per coestensività delle forze, bensì perché esiste un potere in effetti, ma questo potere si fonda continuamente su una infondatezza di principio, che è quella della proliferazione di possibili che rimanda continuamente una sorta di base, nel senso che l'attualizzazione si butta costantemente via e l'immagine non è che residuo delle forze, le quali qui mostrano proprio il loro fondarsi perpetuandosi continuamente, originandosi continuamente. Cosa rimane, l'abbiamo detto, di questa infondatezza del fondamento, è l'immagine stessa, qui presa come residuo, in cui chiaramente quest'attualizzazione sibila qualcos'altro, non si compiace del manifesto e con ciò rimanda però, perché fondamentalmente politica, a quel legame di forze teso alla riqualificazione urbana, il quale mostra l'altra faccia della medaglia, ovvero quella vibrante forza che appartiene al naturale tutto e che qui viene mostrata così bella e tenace.


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