(Agiografie #3: Robert Todd): Summer light



Questo sarà con molta probabilità il mio penultimo scritto di questa agiografia incentrata su Robert Todd e quindi dopo una corsa così veloce e viva, così sentita, un po' per il regista in questione, il quale è uno dei primi che mi siano piaciuti sul serio nel mio interesse per il cinema, un po' perché, detto francamente, essere celere e allo stesso tempo incisiva è un po' lontano dal mio temperamento, insomma, dopo tutto questo, ci siamo ritrovati come di consueto a tirare un po' le fila di questa agiografia, a cercare di capire cosa se ne può trarre da quanto detto finora, l'andamento preso, con la necessità data dal momento di chiudere in qualche modo i discorsi fatti, ciò che Todd ci ha dato, a sua insaputa, in questi giorni così intensi, in cui il cinema si scontrava con il discorso sul cinema. Ecco, per farla breve, vorrei delineare meglio la cosa proprio ora, verso la fine e, riguardando Summer light (USA, 2012, 21'), sinceramente, non penso che ci sia momento migliore. Insomma, sembrerebbe proprio che ci siano state quasi (e questo quasi è davvero importante) due linee di discorso sul cinema di Todd, una più politica se vogliamo e una maggiormente diretta verso un'ontologia dell'immagine. È da qui che vorrei partire, perché la cosa un po' fa incazzare, non con l'anima gentile che sopporta le mie beghe su ciò che viene scritto da me qui, bensì con il fatto che davvero questo si possa pensare e, certo, colpa mia, dunque cerchiamo di rimediare un po' a questa cosa per spirito di chiarezza e gratitudine verso il cinema di Todd. Dicevamo che partire da Summer light mi sembra perfetto, intanto, perché pensavo di iniziare e continuare in tutt'altro modo e proprio guardando questo cortometraggio mi è salita la rabbia e secondariamente, perché Summer light è davvero uno dei film più dannatamente immanenti che Todd abbia mai fatto; inoltre, c'è qualcosa qui, che probabilmente non avremmo mai capito se non avessimo passato un po' di tempo con Todd stesso, la qual cosa probabilmente ci fa capire quanto possiamo essere  un po' tardi. Di averci fatto comprendere meglio le potenzialità del suo cinema, di questo proprio dobbiamo ringraziare Todd. Summer light è una serie formata da cortometraggi più brevi, tutti di una durata che oscilla tra poco più di due e neanche tre minuti: Monday, Wednesday, Thursday, Friday, Tuesday, Block Party, Sunday. È estate e ogni film racchiude una variazione di luce estiva, il che, a nostro modo di vedere, è quanto mai di più significativo e sfuggevole possa esservi in questo cinema. Ma Robert Todd le coglie queste variazioni e il punto sta tutto qui: cogliere la luce che è nel mondo e del mondo stesso per portarla al cinema, che ne farà emergere le variazioni. Dove starebbero queste variazioni se non nel cinema, considerato che già di per sé cogliere questa luce è difficile e abbiamo bisogno di amplificarla attraverso il cinema? Certo, non è così facile, «il cinema amplifica e quindi emergono più limpide le variazioni», perché il cinema è anche oscurità (vedete Enzo Cillo, ad esempio). Si può allora dire che non solo il cinema amplifichi, ma che abbia al suo interno una materia che può permettersi la proliferazione in quanto tale, che, a differenza della realtà, la quale, rendendo essente-presente, ha il compito di limitare, possa far emergere quei possibili che sono le variazioni della luce, facendone perdere una parte nella materializzazione, ma intanto facendo circolare le forze diversificandole. Tutto ciò ha un potere enorme. Tutto questo porta non tanto a delle conseguenze attraverso la causa scatenante che sarebbe il cinema, ma più propriamente quella diversa circolazione di forze che intacca il mondo e lo intacca fortemente perché non tanto lo vede in modo diverso, ma lo agisce diversamente e questa è politica. Abbiamo parlato di asservimento dell'occhio e ritrovo della luce, di alterazione dei passaggi di coscienza, di ridefinizioni di potere e infondatezza su cui poggia l'immagine, dello smascheramento delle leggi della realtà e sovvertimento delle scoperte sulla materia per schiudere a un cinema con tutta la carica rivoluzionaria che questo comporta, di temporalizzazione e tempo delle presenze, non più degli essenti-presenti. Il tutto, per quanto bene o male possa essere stato scritto, non è estetica del cinema, asservimento delle sue immagini a moralistiche pretese di tessere discorsi sul cinema, ma i discorsi si sono scontrati con il cinema stesso e il cinema si è scontrato con i discorsi, il che ha comportato una vibrazione, la quale si propaga finché trova materia con cui potersi propagare, che non la blocchi. La realtà spesso blocca questa vibrazione, o almeno a noi capita, per quanto ogni volta capitino attriti continui con gli altri anche senza cercare tali attriti e ciò ci fa capire tante cose, ma soprattutto ci fa capire come spesso si tratti semplicemente di mescolamenti diversi di forze, di indirizzamenti diversi delle stesse, insomma si costruiscono macchine diverse, si scompongono e ricompongono le connessioni in modo disomogeneo, in una realtà in cui, nonostante non ci sia giusto o sbagliato perché sempre in riferimento a una norma e proprio per questo c'è giusto o sbagliato, c'è una certa regolarità che si scontra con tante altre e non si finisce più. Da questa regolarità non possono che nascere comportamenti, etiche, maniere d'essere, insomma cure di sé. Summer light, così fottutamente cinema dell'immanenza, così dedito a cogliere queste variazioni di luce estiva, avvicina e allontana a sé tutti i discorsi fatti, li avvicina raccogliendoli a sé e mostrandone tutto il loro carattere rivoluzionario e li allontana, perché non sono semplice vita vissuta, sono ogni volta una piccola morte di quella parte di sé che blocca le vibrazioni.  


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