(Agiografie #3: Robert Todd) Pieghe #31: Come fottere l'istituzione e vivere bene grazie al cinema


Tutto è istituzione, non serve certo darsi alla lettura smodata dei testi, peraltro noiosi e di fattura mediocre, di MacLuhan, per cogliere il fatto che tutto sia irregimentato all'interno dei compartimenti non stagni né stagnanti dell'istituzione, e tuttavia è necessario domandarsi in che misura vi sia l'istituzione, il che implica interrogare l'istituzione nel suo come, nel suo cosa e nel suo perché. L'istituzione non dev'essere pensata alla stregua di una struttura rigida e chiusa; la chiusura dell'istituzione non fa stagnare gli elementi all'interno di essa ma li fa fluire, dentro e fuori: l'istituzione c'è quando il passaggio tra un'istituzione e l'altra avviene per tramite di norme e regolazioni che definiscono un territorio non per mezzo dello schematismo dentro/fuori bensì sulla base della possibilità stessa che vi sia un flusso o uno scambio. Le istituzioni comunicano tra loro, e il passaggio d'informazioni è ciò che rende un'istituzione ciò che è. Istituzione è il parlamento di uno Stato, ma anche una compagnia telefonica o una certa zona rurale. Tutto è istituzione, e tutto esiste in quanto istituzionalizzato, cioè preso in una rete informativa che, in maniera più o meno plastica, definisce un'istituzione. La banca è un'istituzione, la scuola, una famiglia, un rapporto d'amicizia. Un'istituzione non è chiusa. Un rapporto d'amicizia non è mai a due, ma viene continuamente trapassato da eventi che appartengono ad altre realtà, ovvero ad altre istituzioni. Non è un caso, allora, che Todd si trovi a fare i conti con questa realtà qui, non nel senso che non l'avesse mai fatto prima, poiché, in effetti, non ha mai fatto altro non potendo fare altro (l'ambiente in cui si trovano i bambini a giocare intorno alla fontana è un'istituzione, il gioco stesso è un'istituzione), ma nel senso che ora ciò avviene palesando il carattere stesso dell'istituzione nella sua forma più solenne, cioè quella burocratica. A questo proposito, Office suite (USA, 2007, 15'), primo e vero confronto colla solonnità dell'istituzione, propone un approccio giocoso e gaio con essa, quasi che Todd volesse invertebrarla, l'istituzione, anche se non veramente deriderla. In questo cortometraggio, Todd entra nell'istituzione, nella sua forma più comune, ovvero l'ufficio in cui lavorava Todd, e qui inizia un gioco colle sue pareti e le sue luci, un gioco che, nel suo porsi, è già antagonismo rispetto all'ambiente, un ambiente serio e asettico, che non può che rimandare il gioco nella lontananza più remota da sé. Il gioco, tuttavia, riesce a Robert Todd, e riesce nella misura in cui il cinema stesso viene praticato in tutta la sua istituzionalità. Che, infatti, l'ufficio sia un'istituzione e, come tale, non ammetta il gioco non implica che il gioco non possa darsi, e anzi esso si dà, solo che esso viene a darsi nel momento in cui il cinema stesso erompe con tutta la sua forza istituzionalizzante e istituzionalizzatrice. C'è dunque, in Office suite, una compenetrazione reciproca, che non abolisce l'istituzione ma pone, coestensivamente a essa, uno spazio altro che è quello di un'altra istituzione, il cinema, il quale viene così a farsi come eterotopia all'interno del τόπος ufficio. Questo è palese allorché Todd smaschera la natura istituzionale del cinema, ripetendo, e un po' scongiurando, Serene velocity (USA, 1970, 23') di Ernie Gehr. Se lì era l'istituzione accademica, ora è l'istituzione ufficio a essere varcata dal cinema, il quale, come varco, apre in essa la possibilità del gioco, gioco che è possibile non grazie all'ufficio ma grazie al cinema, la cui potenza gli deriva dal fatto di essere esso stesso un'istituzione. Il cinema è un'istituzione, come la polizia o Equitalia. Ma è proprio come istituzione che il cinema può varcare la soglia istituzionale dell'ufficio, invertebrandola. Bisogna tenere a mente che dicendo che il cinema sia un'istituzione non si vuole dire che il cinema trascendentale lo sia mentre quello dell'immanenza no. Robert Todd, infatti, apre a Gehr, uno dei pilastri del New American Cinema, NAC che è a sua volta un'istituzione, e questo già prima di Sitney, anzi se Sitney ha avuto la possibilità di museificare il NAC ciò è stato possibile per il fatto che il NAC stesso si prestasse, come istituzione, a questa museificazione, la quale, allora, non è assolutamente da intendere come mistificazione di una naturalità originaria e ormai irrimediabilmente perduta. Il cinema è un'istituzione, e Todd, anni dopo, si confronterà proprio con l'istituzione-cinema, e ciò in Paris, lab (USA/Francia, 2013, 6'), girato nei pressi de L'Abominable, il laboratorio di Nicholas Rey. Qui, il cinema si confronta con se stesso, ma si confronta con se stesso nei termini di una comune istituzionalità, e il tono del cortometraggio, più elegiaco e meno ironico del precedente, ne è una conseguenza diretta e di rilevante importanza. Ora, Todd non ha più a che fare con un'alterità, non è più possibile creare uno spazio eterotopico, ma bisogna proseguire internamente. Se in Office suite il cinema era possibile come alterità interna, come creazione di uno spazio altro all'interno dell'istituzione, in Paris, lab lo spazio è comune, condiviso, e questo porta a non pochi problemi, come ad esempio la possibilità stessa che vi sia del cinema. Infatti, se il cinema come istituzione è tanto L'Abominable quanto la pratica di sperimentazione filmica attuata da Todd, com'è possibile che il film non reifichi quello spazio o non venga reificato da esso, col doppio rischio di farsi o farne cosa morta? Come Todd ebbe a rispondere alla mia domanda, che è possibile ascoltare scaricando l'audio che abbiamo messo in calce a Robert Todd - Lost satellite #4. Mecoledì, 12/10 (NABA + secondo ciclo di proiezioni), in sede NABA, sede opportuna per porgli la questione della possibilità che vi sia cinema all'interno di un'istituzione, l'istituzione è un trucco, un imbroglio, ma in questo imbroglio ci viviamo. L'imbroglio dell'ufficio stava nella sua luce. Una luce non interattiva, quindi non ludica, non malleabile, che solo attraverso il cinema - e il suo gioco - poteva essere resa tale. Al contrario, in Paris, lab la luce si trova diversa per la coincidenza istituzionale del cinema e del mondo. La luce è del mondo, non del cinema, il cinema non è una coscienza intenzionale che proietta una luce sulle cose, e questo è lo scacco di Paris, lab. L'Abominable è un'istituzione cinematografica che sta nel mondo, la sua luce è al contempo cinematografica e mondana, ed è proprio in questo grado zero che il cinema si ritrova nel mondo, come mondo: in Paris, lab si manifesta una prossimità radicale tra il mondo e il cinema, quasi che il laboratorio di Rey non fosse che grimaldello d'accesso - a cosa? Se c'è una differenza tra l'istituzione L'Abominable e la pratica filmica di Todd essa risiede nel fatto che l'una porta a un accesso del mondo al cinema e l'altra a un accesso del cinema al mondo, ed è in questa mutualità e reciprocità che sorge tutta la potenza e la necessità di un lavoro come Paris, lab. Questa mutualità, però, è possibile solo nel momento in cui il cinema si riconosce come istituzione. Allora, la luce del mondo, quella dell'istituzione L'Abominable, è coestensiva, propria del cinema: è la luce del cinema e del mondo, ed è questo che emerge, prepotentemente, da questo cortometraggio di Todd. Il cinema come istituzione varca il mondo perché il mondo varca il cinema, e viceversa. Questa conquista pratica e teoretica di Todd risalterà in uno degli ultimi film suoi, e cioè The institution (USA, 2015, 6'). Qui, l'istituzione viene vista per ciò che è, ovvero non qualcosa di chiuso, bensì una realtà con rapporti più o meno aleatori con ciò che è al di là o al di qua di essa. Questi rapporti determinano l'istituzione, e l'istituzione non può che dispiegarsi in essi: loro la piegano, ma essa si dispiega in essi - il fuori la piega, la questa piega si dispiega all'infuori di sé. La burocrazia è una piega del fuori, essa viene creata sulla base dei rapporti a essa estrinseci, ma l'effettività e l'efficacia della burocrazia non può che pervenire se non dispiegandosi all'infuori di sé, ovvero con atti performativi sulla realtà che è lì fuori, fuori dagli uffici del burocrate. Questa mutualità - ed è la grande scoperta di Todd, nonché l'efficacia di questo suo lavoro cinematografico sull'istituzione - avviene per un solo e semplice motivo, e cioè per via del fatto che l'istituzione è infondata, non nel senso però che alla base di essa vi sia un'assenza di fondamento ma che questa stessa assenza di fondamento stia a fondamento dell'istituzione. Quest'assenza di fondamento come fondamento dell'istituzione è ciò che apre indefinitamente l'istituzione alla trascendenza. L'apertura dell'istituzione alla trascendenza, tuttavia, comporta l'ineliminabilità di essa. Che l'istituzione sia aperta alla trascendenza significa che essa è, in buona sostanza, auto-definita, e auto-definita in questa apertura. La sua sussistenza è in realtà un'autarchia, autarchia che, aperta alla trascendenza, implica lo scambio e la contemporaneità di una pluralità di istituzione e di flussi informativi tra un'istituzione e l'altra. L'istituzione è aperta alla trascendenza in quanto pura forma. Come pura forma, essa è ineliminabile. L'apertura alla trascendenza comporta che la forma pura dell'istituzione, quindi la variabilità del contenuto. Che sia l'istituzione poliziesca o quella burocratica, quella cinematografica o quella scolastica, l'istituzione permane - e permane indefinitamente. Non basta - mostra Todd - modificare il contenuto per abrogare l'istituzione. Essa permane in quanto pura forma. Non basta, insomma, abolire la burocrazia, tantomeno renderla più umana. In questo senso, cosa può il cinema? Non chiudere l'istituzione, bloccando l'apertura alla trascendenza, ma porsi come immanente a essa sì da raccoglierne i segni inscrivendoli sul proprio corpo. Che Todd esiti tra dei rami secchi e la statua dei soldati americani che alzano la bandiera a Iwo Jima è indice del fatto che il cinema non permetta tanto d'annullare il carattere istituzionale della realtà bensì che esso possa, in una certa misura, raccogliere le informazioni dell'istituzione sì da girarle su di essa, e ciò è possibile nel momento in cui il cinema raccogliere l'elemento precipuo dell'informazione, l'informazione in quanto tale, e cioè la luce, la cui composizione è del tipo del fotone, il quale, com'è noto, non è possibile circoscriverlo, può essere in tutti i punti e nessuno. Il cinema non è un'istituzione ulteriore, in questo senso. Il cinema, anzi, è ciò che permette di mostrare l'apertura alla trascendenza dell'istituzione, palesando la formalità pura di essa. Questa formalità pura non implica uno svuotamento di contenuto, ma il contenuto è proprio ciò che non interessa al cinema; il cinema inscrive le forme pure su di sé, lascia spazio alle forme, svanendo e arretrando, ma in questo arretrare esso differisce da esse: il differimento è una differenza dalle forme, un arretramento mai ultimo ma sempre ulteriore che mostra la possibilità non del cinema di essere riferito all'istituzione ma dell'istituzione, in quanto forma pura, di riferirsi al cinema - come ciò che manca. 

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