(Agiografie #3: Robert Todd) Passage


Come solitamente accade nel corso delle Agiografie, si è tentato, per quel che è possibile, non di sistematizzare la filmografia di Todd quanto, semmai, di seguire i suoi film, anche perdendosi in essi, al fine di farne emergere una visione d'insieme che, per quanto soggettiva e limitata, è la nostra, ed è dalla cognizione di essa che noi sentiamo il bisogno, di tanto in tanto, di creare un'Agiografia. In questo senso, abbiamo visto, nella parte iniziale di essa, come il cinema di Todd non fosse propriamente un cinema con un'immagine monolitica, come apparentemente può sembrare: la sua immagine, anzi, è un'assenza d'immagine, un differenziale che è lo scorrere stesso delle immagini e non va confuso con esse. Da questa prospettiva, nel periodo centrale dell'Agiografia, abbiamo tentato di tematizzare il carattere politico del gesto di Todd. Ci è infatti sembrato che il gesto filmico di Todd non veicolasse un cinema politico bensì una politica del cinema. Questa politica del cinema si configura come uno sforzo teso, recuperando le acquisizioni della prima parte dell'Agiografia, a marcare la frattura tra la vita e la morte: se, come abbiamo visto, il potere nell'epoca della governamentalità si occupa della vita, prendendosene cura, ecco allora che il gesto di Todd appare rivoluzione proprio nel momento in cui esso sembra rivolgersi piuttosto alla morte. Ora, in quest'ultima parte dell'Agiografia, cercheremo di tematizzare, per così dire, quest'aspetto, e faremo ciò a partire da Passage (USA, 2012, 21'), un cortometraggio anomalo nella filmografia di Todd, molto più meditativo e recalcitrante rispetto a diversi altri, specie ai suoi più noti. In esso, il tema del passaggio è centrale, ma non si deve perciò credere che questo passaggio sia banalmente quello tra la vita e la morte. Nel finale del film, viene presentato un funerale, ma questo funerale, come ogni funerale, è svolto dai vivi, ed è questa, in buona sostanza, la chiosa dei venti minuti che precedono. In questi venti minuti, il passaggio, boschivo e spesso sovrimpresso, a rimarcare la sua natura differenziale e variazionale, è propriamente ciò che fa passare. Di fatto, non si può dire che si faccia un passaggio ma il passaggio è, in termini rigorosi, ciò che fa passare, ciò che crea la condizione di possibilità di un passaggio. Com'è evidente, a seguire ciò che abbiamo precedentemente detto, la natura del passaggio partecipa di quella dell'immagine cinematografica propriamente detta, che manca. Il passaggio, in questo senso, è il luogo e, come luogo, non fa che creare spazio lasciando posto - il proprio posto. Esso fa passare, ma facendo passare, da una parte all'altra, crea la parte e l'altra, quindi lo spazio che, come parti, esse prendono: sono forme, che si dispongono nell'accoglienza del passaggio. In questo senso, il passaggio è immanente a un ambiente nella misura in cui è l'immanenza stessa di questo ambiente inteso come spazio: il luogo fa spazio lasciando il proprio posto agli ambienti che, formalmente, prendono posto. Che significa, allora, che il passaggio è immanente a questi ambienti? In buona sostanza, che esso non smette d'esistere allorché questi pervengono all'esistenza. Il passaggio permane in quanto possibilità. Esso dovrebbe essere compreso, come alludono le sovrimpressioni, a uno sfondo perennemente ritraentesi via via che gli ambienti vengono ad essere, ambienti che si distinguono tra loro proprio in vece del passaggio che lascia loro posto: il passaggio trapassa possibilmente le realtà degli ambienti, e questi ambienti s'accordano e si disaccordano tra loro. In questo senso, proprio della natura del passaggio è di far variare l'ambiente. Ora, se l'ambiente è realtà, cioè realizzazione di una parte di possibili del passaggio, allora non si deve credere che questa realtà sia una disillusione del passaggio; il passaggio, semmai, è la sua illusione, nel senso che permane in esso come strenua forma di r\esistenza. Ciò che accade, dunque, non è tanto una differenza sostanziale di ambienti quanto, semmai, una differenziazione di ambienti che è data dal differenziale passaggio come ciò che r\esiste in senso agli ambienti compresi sullo sfondo del passaggio medesimo. In altri termini, non bisogna considerare la vita come contrapposta alla morte, specie al cinema (cfr. Pieghe #32: Conservare la morte, essere acqua. Il cinema contro il capitale). La realtà di un ambiente, la vita di un organismo, è sempre e comunque impastata coi suoi possibili, e come tutti sanno la possibilità più propria di un organismo è la morte, ma una morte che non dev'essere compresa come là da venire, come una diversità o un'alterità di piano; essa, semmai, è ciò che trapassa continuamente l'organismo. Ciò che accade, allora, è la possibilità di percepire questa possibilità, non però come ultima e radicale, bensì nel suo essere impastata colla realtà. Non quella morte, ma questa morte, quella che si vive e si percepisce allorché la vita risulta fragile, vacillante, aperta al bivio e all'aporia. Non il benessere in cui il potere, nei termini della governamentalità, trasforma la vita, ma la vita nella sua possibilità, nel suo vacillare e inciampare, nel suo essere un rischio, rischio ad essa immanente, rischio e fragilità che sono per l'appunto la morte, ma, come il rischio non si fa se non rispetto a ciò che viene rischiato, così la morte non può comprendersi per sé ma solo con la vita. Se, come abbiamo visto, Todd contrappone al potere, che si cura della vita, una morte che è continuamente lì ad inquietare la vita, contemporaneamente egli mostra come la morte stessa non possa che farsi rispetto a una vita - e viceversa. Certo, la vita richiede la morte, al di là del benessere c'è una fragilità abissale che sconcerta la vita, ma la morte anche non va compresa come qualcosa di molare, contrapposta alla vita, bensì insieme ad essa, con essa: la morte ha senso solo rispetto alla vita. Il rischio, allora, assume connotati al contempo inquietanti e vitali. Mettere a rischio la propria vita significa viverla pienamente, autenticamente. Una vita non malata, immune, è la vita chiusa in se stessa, quella degli uffici di cui abbiamo parlato precedentemente (v. Pieghe #31: Come fottere l'istituzione e vivere bene grazie al cinema), quella asettica del benessere, una vita priva di possibilità, che non vive il rischio di morire (perché non sa che anche la morte rischia di vivere) ma è paga di sé, è potere assoluto; viceversa, la vita impastata colla morte non può che porre in essere, come sua dinamica fondamentale, un contro-potere continuo, ineluttabile, che è l'esistenza stessa. È un rischio dunque l'esistenza? Sì, come ogni rivoluzione. Ma, del resto, l'unico luogo totalmente immune qual è, se non la bara? La vita, la si rischia come si rischia la morte, ed è questo che va rimarcato: certo, la morte impasta la vita, ma così come la seconda non si comprende, se all'interno di certi schemi di potere, se non come impastata colla morte così anche quest'ultima non può essere compresa se non come continuamente echeggiante la vita. Il passaggio, allora, è ciò che fa fluire il differenziale, ciò che non fa passare dalla morte alla vita o viceversa ma fa percepire il mutuo trapassamento dell'una nell'altra. Ecco, allora, che l'altro incrocio demoniaco, quello che il cinema contrappone al politico, e cioè l'incrocio della vita e della morte di cui si era detto a proposito di In loving memory (USA, 2007, 45'), è un'interstizio in cui viene a crearsi l'immagine cinematografica, ma questa immagine vale anch'essa come interstizio, passaggio. Vedremo a breve come questo passaggio non è ulteriore a nulla e non ponga alcuna ulteriorità: in esso, effettivamente, qualcosa muore e resta tale, cioè interstizio, spazio vuoto, pura possibilità, mancanza d'immagine, ma questa mancanza arriva cinematograficamente a valere come tale, impossibile da riempire perché necessariamente essa si conserva - e lavora per conservarsi - come tale. Una possibilità pura, dunque. Non possibilità realizzabile, ma possibilità la cui realizzazione non implica altro che vi sia una possibilità ancora e nonostante tutto.

3 commenti:

  1. In alcune mie elucubrazioni decenni fa ero arrivato alla conclusione che l'opposto di "morte" fosse "nascita" invece il di "vita" fosse "nulla". Che ne dici? Scusa il fuori tema. Buon Natale!.

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    1. In 'Succubi e supplizi', Artaud scriveva: "Nascere è abbandonare un morto"...

      Riguardo al nulla, non saprei. Perché se è nel senso di 'vuoto', mi riesce difficile pensarlo. C'è tutta una filosofia, dagli stoici alla meccanica quantistica, passando per Spinoza, che in effetti nega il vuoto. Ma magari tu intendi il nulla diversamente, tipo mare di Dirac?

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  2. Grazie per il bel passaggio, considero il nulla la parte più "piena di cose". Per noi cinedemenzialisti piace Totò "Ho fatto il militare a Cuneo quindi "sono"" Come dire "Sono nato a Milano quindi sono milanese" Oppure (è mia)"sono nato nei paesi caldi quindi ho sempre caldo". Anche l'allitterazione parla del "nulla". E' bello "naufragare" coscientemente in questo grande mare di nulla....Grazie!.

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