(Agiografie #3: Robert Todd) Coming cold


Coming cold (USA, 2015, 21'), il freddo che viene. Quindi non ancora il freddo, piuttosto la sua promessa, quasi che il freddo fosse già tracciato nell'aria, e si presentasse - in absentia - in quell'anticipo che è già ineluttabilità. Robert Todd, qui, traccia il suo lavoro più radicale, spingendo al massimo sulla sperimentazione e accanendosi su quel resto che è soltanto per essere residuo: se, infatti, il freddo è lì da venire, ciò che è è come promessa del freddo? ma che ne è della sua pienezza, e non soltanto in termini ontologici? se il freddo che viene non è ma sarà e ciò che è è promessa di quello stesso freddo, che manca, allora che ne è di quel che è? che ne è della promessa, prima che la si mantenga? che è di qualcosa che può essere solo indice, che vale per il differimento cui muove? Qualcosa manca, ma che ne è della mancanza in sé, allorché cioè non pervenisse alla superficie qualcosa che manca ma la mancanza tale e quale, la mancanza non per sé bensì in sé? Il freddo manca, ma il freddo sarà. E sarà per quel che è. E che valore ha quel che è, se non sgretolarsi come segno indicativo? eco, cenere di un fuoco? come possiamo dare importanza a ciò che si sgretola, se non per ciò cui darà posto, una volta sgretolatosi? Una commozione permea il cortometraggio e lo devasta, è qui che Todd si gioca tutto: stare in bilico su una fune, sospesi sopra l'abisso, coll'unica certezza di non dover sbagliare nulla, non per giungere dall'altra parte, non c'è nessuna teleologia, semplicemente per non cadere, per rimanere lì, in bilico. In effetti, tutta la lezione di Todd potrebbe essere ricompresa in quest'atletismo che non ha nulla di accademico ma soltanto di esperienziale, che non è nulla di più se non un esercizio su di sé e, come tale, non può essere insegnato né tramandato. E il punto è: non c'è nulla da vedere. Ogni cosa che vediamo, quotidianamente, rimanda a un valore, e il valore può anche limitarsi ad essere semplicemente il fatto che si possa vedere. Perché vediamo? e su cosa soffermiamo la nostra attenzione? perché proprio su quello? Non tanto per quel qualcosa in sé, semmai per ciò a cui differisce, per il valore a cui rimanda. Ma è possibile, allora, creare un'immagine che sia tale nella misura in cui partecipi del presente dell'ente? che sia immagine dell'ente perché l'ente stesso si offra come immagine e lo faccia perché è nella sua natura, in quanto centro carnale, darsi in immagine? A quanto pare, sì. A patto, però, di cogliere l'ente come costitutivo di una mancanza che lo lacera dall'interno, e questa mancanza deve pervenire a immagine: non immagine di una mancanza, differimento a un valore, ma mancanza d'immagine, a palesare, in ultima e definitiva istanza, come non sia la vita che, vivendola, si consumi e caracolli verso la morte ma sia invece proprio la morte ciò che manca e che la vita, man mano che la si vive, consuma - e consuma a tal punto da consumare se stessa. Serve una buona morte. Arriva il punto in cui la vita, semplicemente, si spegne, smette d'esistere, inesistisce. Ma l'inesistenza non si confonde con la vita, e una vita che non sa morire è una vita a metà. L'immagine, in questo senso, non può che essere fatta di fuoco; anzi, essa è la prova del fuoco. Sopportare l'immagine, in tutto il suo peso specifico, che è peraltro quello dell'ineluttabilità inscritta in una mancanza ben più fondante e fondamentale del semplice venire a mancare futuro o futuribile, ecco, non si tratta d'altro. Sopportare, come dire, l'immagine, sopportare non di morire un giorno dopo una vita più o meno vissuta ma di vivere e, con ciò, consumare la propria morte. Il sacrificio più nobile, quello che richiama alla terra, da cui si sorge e che si abbandona, non è altro che questo, e Robert Todd, in Coming cold non fa altro che ritornare a quella terra, che è la mancanza. Perché ci entusiasmano così tanto le sue immagini, se non fosse che, in tutta la loro semplicità, esse ci riportano a quel qualcosa che, pur essendo a noi naturale, come una pianta o una tenda, abbiamo abbandonato? e perché ci commuovono, se non fosse che quest'abbandono sia in fondo di per sé biunivoco, sia cioè lo stesso che la terra abbia scelto per noi, ché altrimenti non saremmo sorti? Non si tratta di non vivere, di non sorgere dalla terra. Dalla terra bisogna sorgere per ritornarvi. Vivere significa imparare a morire, ma imparare a morire non può che avvenire consumando la morte, cioè vivendo. Il dramma accade quando ci si pensa come pieni, quando ci si cura del benessere che fissa nell'attimo presente, nel commercio d'immagini del quotidiano, siano essere quelle della politica partitica, della finanza e via dicendo, tutto lo splendore, fugace e irriflesso, della nostra esistenza, che si protrae ben oltre se stessa, cioè prima, in quella mancanza che è data dal nostro stesso sorgere. L'immagine di Todd non è mai stata immagine di una vita piena né di una vita fragile; essa è sempre stata immagine della fragilità della vita, una fragilità che è tale della vita perché in essa la vita viene colta nella sua partecipazione più intima ed estrema colla morte, nel loro mutuo compenetrarsi e differirsi vicendevole e mai ultimo, definitivo. Continuamente protratta, essa manca: non perché immagine di una mancanza ma in quanto mancanza, effettiva, insopprimibile, d'immagine. 

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