What remains



Si fa sempre più radicale il principio che muove Enzo Cillo nell'elaborazione dei suoi film e, se non possiamo parlare di un'impostazione, come ciò che contiene in sé, strutturando, le acquisizioni teoriche sull'oscurità, possiamo però più opportunamente parlare di un nucleo dalle quali hanno origine quelle incombenze che smuovono la problematizzazione sull'oscurità intesa come condizione essenziale della visione. In questo nuovo cortometraggio, What remains (Italia, 2016, 7'), ci sorprende quella che potrebbe essere una sorta di inversione del principio per cui sia l'oscurità a far sì che la luce possa davvero esistere come tale. Gli oggetti sono illuminati grazie a dei fasci di luce che giocano prima nascondendoli e poi riscoprendoli, in modo tale che sia grazie alla luce stessa che gli oggetti possano darsi alla vista e quindi potersi porre come oggetti visibili tramite la riflettanza. In questo senso allora verrebbe a perdersi la pregnanza dell'oscurità come ciò che permette l'esistenza della luce stessa. Ma se l'esistenza della luce risulterebbe così indipendente, nello stesso tempo il mostrarsi degli oggetti dipende da essa, ma è qui che invece Cillo dimostra come, più concretamente, il loro mondo dipenda sia dalla luce sia dall'oscurità prese come entità separate e non semplicemente considerando la presenza/assenza della prima: si affermano come entità particolari e uniche, coestensive. C'è qualcosa che stride allora nel fascio di luce che illumina gli oggetti come l'unica condizione di possibilità e stride proprio perché il tutto non è giocato unicamente su una assenza/presenza, ma lì, nell'assenza, si vede chiaramente non tanto una perdita e neanche, anche se maggiormente inerente, una sostituzione, ma un avvolgimento dell'oscurità che non è oscuramento ma ciò che completa l'oggetto stesso e quindi come ciò che si radica nell'oscurità, è un suo modo d'essere che lo particolarizza. Ma c'è un passaggio che manca in questo discorso ed è dato dal fatto che in What remains il fulcro fondante non risiede tanto negli oggetti o piuttosto nella loro affermazione di fronte l'oscurità, nonostante questo si presenti effettivamente, anche perché un'affermazione del genere è il linea con la negazione sostanziale della luce come principio di origine, cosa che permetterebbe di non inserire l'oscurità nuovamente in una questione di assenza/presenza della luce e quindi mondo che si presenta nella chiarezza/oscurità, dove l'ultimo termine è facilmente rappresentato come diminuzione del primo e non come suo termine contrapponente, come entità distinta. Il discorso di Cillo ci sembra maggiormente rivolto all'immagine ed è qui che si radica più profondamente quel principio di cui parlavamo all'inizio che porta all'origine dell'incombenza dell'oscurità o, meglio, l'oscurità come incombenza radicale. In effetti, parlando del mondo degli oggetti ci eravamo addentrati nell'inghippo che si potesse davvero solo parlare di maggiore o minore luce, come se l'oscurità fosse esclusa in quanto entità, la quale però appare nei cortometraggi di Cillo come fondamentale e fondante: in particolare in What remains, dove mancano le riduzioni iconiche precedenti, ad esempio, il mondo degli oggetti viene mostrato da una parte, come ciò che si dà alla luce e dall'altra, come essenza di ciò che si è realizzato e cioè come ciò che si è mostrato a noi, in tutto la sua pregnanza fenomenica, nel mondo. Allo stesso tempo però c'è qualcosa che giunge come un'eco, una sorta di chiamata immanente alla realizzazione stessa, che si fa come parte residuale di un processo di proliferazione radicato nell'immagine del cinema di cui, qui, non abbiamo traccia, se non, appunto, come suo residuo, come ciò che è stato assorbito nell'immagine e quindi ciò che rimane in essa unicamente come eccedenza. Probabilmente è anche per questo, per quel residuo della proliferazione, che riusciamo a vedere chiaramente questo cortometraggio se lo pensiamo come una sorta di ponte tra gli altri film o, meglio, come possibilità di saltare tra gli scogli, i quali si pongono nella vita di un regista che sta di fronte a precise incombenze sentite in solitudine. Sono incombenze queste che richiedono di guardare dritti nell'oscurità, con il rischio di rimanere accecati e confondere l'oscurità con l'impossibilità di vedere al buio, mentre davanti a noi abbiamo un proliferare originario che scaturisce in un'immagine che mostra il suo variare nell'oscurità, un'oscurità permeante che è essa stessa a mostrarsi e mostrandosi permea il tutto.

   

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