The Quilpo dreams waterfalls (El Quilpo sueña cataratas)


Poco dopo Oaxaca  Tohoku (Argentina, 2011, 11'), Pablo Mazzolo filma una delle sue opere più belle e importanti, El Quilpo sueña cataratas (Argentina, 2012, 11'), la cui amartia sarebbe il mito dei Comechingones secondo cui il fiume Quilpo, una volta l'anno, sognerebbe le vastità e l'irruenza delle cascate, e chiunque si trovasse nei suoi pressi, nel momento onirico, sarebbe preso nel sogno e vi farebbe parte per sempre, ed è curioso notare come questo film derivi fondamentalmente da quello precedente, nel senso che, pur non volendo scadere in uno psicologismo di maniera, è comunque ravvisabile una certa tendenza che lega l'uno all'altro, come una stringenza, quasi che la devastazione del primo non potesse che portare a una riflessione ulteriore sull'immagine, la quale si trova in questo senso non conservata da un'ontologia nuova e originaria bensì riformulata e, con ciò, legittimata a sussistere anche a seguito della catastrofe, per non dire - se vogliamo - anche a causa di essa. Quello di cui si tratta, tuttavia, non è la semplice e banale restituzione di una condizione soggettiva, come ci fosse l'urgenza di narrare, peraltro in maniera ineluttabilmente trascendentale, il ritrovarsi in una data e determinata condizione, e in ciò Mazzolo è molto chiaro: la sua è una riflessione sull'immagine, e questa immagine non è la ripresa al bordo del fiume nel momento in cui questo sogna, non è la registrazione di ciò, ma è semmai la condizione stessa di tale registrazione, e in ciò essa aderisce al sogno del fiume. «Questo cortometraggio è un diario dei miei giorni al fiume Quilpo. Io ho ripreso con la mia Super8 nell'area di Cordoba, considerata sacra dagli aborigeni Comechingones. Il Quilpo non ha cascate, così queste sono state registrate più a sud, vicino a Mallín Ahogado, nel Rio Negro. A riprese concluse, io sono intervenuto sulla celluloide non sviluppata con la luce attraverso differenti tipi di vetro e maschere. Quando ho sviluppato la pellicola, ho ristampato con la luce diversi fotogrammi positivi su una nuova celluloide vergine. Il materiale crea il materiale. Il fiume si autoalimenta da sé. Io ho cercato di generare le condizioni affinché qualcosa di inaspettato apparisse», spiega Pablo Mazzolo, ed è interessante notare, appunto, come buona parte, diciamo pure la più consistente e abrasiva, nonché peculiare, dell'opera dell'argentino venga realizzata non tanto in sede di registrazione, bensì a latere di ciò; così, è palese evidenziare - e ci pare di straordinaria importanza farlo - come, in realtà, non si tratti di registrare un processo onirico, quello cioè del fiume, bensì di estendere questo stesso processo all'immagine, di far cioè coincidere quel processo al processo dell'immagine. Quando Mazzolo sostiene che il materiale generi il materiale non sta facendo altro che sottolineare come, di fatto, vi sia un sogno dell'immagine che è il medesimo del fiume. Il fiume, in questo senso, è un'amartia, la scena naturale è un incipit, un fatto tragico che accade e che, tuttavia, non esautora l'opera, idea, questa, che farà da radice a Fish Point (Argentina/Canada, 2015, 8'), dove si troverà estremizzata nella maniera più violenta possibile. Ora, tuttavia, Mazzolo è preoccupato a trovare uno statuto dell'immagine, un'immagine che viene dopo il terremoto, che resiste alla catastrofe. La domanda è: com'è potuta resistere alla catastrofe, l'immagine? E la risposta sembra proprio essere: perché essa è r\esistenza. L'immagine r\esiste, e non può che essere diversamente, ma r\esiste nella misura in cui la catastrofe è avvenuta, in cui è avvenuta una lacerazione attraverso la quale il fotogramma non ha più potuto avere aderenza al campo del reale: il fotogramma non è la trasposizione filmica di una realità data, e con ciò tuttavia non cessa d'avere realtà. El Quilpo sueña cataratas, allora, perviene a un risultato tanto inaspettato quanto strabiliante. In esso, la catastrofe è immanente alla pellicola, è l'immagine medesima, che cessa d'essere immagine della catastrofe per farsi, anzi proprio per definirsi come catastrofe dell'immagine. Il sogno del Quilpo è il sogno dell'immagine, e allora non c'è da identificare il Quilpo con l'immagine. L'immagine, dal canto suo, sogna - e cosa sogna l'immagine? Ebbene, essa sogna se stessa. (Ci stiamo muovendo, qui, a differenti livelli e stratificazioni, sicché obbligatorio sarebbe ridefinire terminologicamente l'immagine nel suo perenne sfaccettarsi e moltiplicarsi, ma non è qui possibile farlo.) Il sogno, com'è noto, non è mai il reale, nel senso che non è possibile sognarsi reali. La realtà del sogno, il suo carattere inquietante, è che esso è uno spettro, che inquieta il reale standogli accanto. Il sogno è nel reale abolendo il reale, ridefinendolo. Esso non è reale, ed è proprio come non-reale che è nella realtà. Esso è dell'ambito del possibile. Così, l'immagine che sogna se stessa sogna una se stessa altra da ciò che è nella realtà. Il fiume sogna se stesso, ma si sogna come cascata. L'immagine registrata, filmata, viene poi lavorata in post-produzione, ed è questo il sogno dell'immagine, il suo sognarsi. Questo sognarsi dell'immagine, ciononostante, non perviene a un'immagine, ma è l'immagine dell'immagine come sogno: sogno che travolge l'immagine, la orienta verso l'inquietudine. L'immagine diventa spettro, uno spettro che inquieta l'altra immagine. Non c'è, realmente, uno sdoppiamento dell'immagine. C'è l'immagine registrata e l'immagine lavorata, ma queste due immagini fanno un'unica immagine che lavora, sorge e si autoalimenta da sé: l'immagine lavorata in post-produzione inquieta l'immagine che ha filmato il Quilpo, ma che significa che la inquieta? Significa, di fatto, che il sogno è autoreferenziato, si rivolge all'immagine medesima. L'immagine si sogna - ma si sogna nella sua mancanza, nel suo proprio non essere. L'immagine manca, e manca anzitutto a sé. La r\esistenza come forma propria dell'immagine deriva da qui: che l'immagine si manchi. Questa mancanza aderisce allora a quella del fiume, da cui pure si discosta: è un'altra mancanza, ma come mancanza si ritrova nel fatto naturale. C'è, dunque, una naturalità dell'immagine, e questa naturalità perviene da una mancanza che è immanente alla natura, che è il proprio della natura in quanto tale. Cosa c'è? nel senso, cosa è reale? Reale è ciò che si realizza, il fiume Quilpo, ma il fiume Quilpo, realizzandosi, non fa che realizzare cosa? Dei possibili. Possibili che, in quanto tali, sfuggono a una realizzazione totale, possibili che non possono realizzarsi tutti insieme, perché essi sfuggono al principio di non contraddizione. La realizzazione del possibile premette a un'eliminazione di alcuni possibili, che abolirebbero la realtà contraddicendola: il Quilpo per realizzarsi abolisce i possibili-cascata. Ma questi possibili vengono a mancare, ed è questa mancanza ad inquietare il Quilpo, che allora sogna, ovvero, nel linguaggio mitico, si ritrova in una condizione di non immediatezza: i reali del Quilpo vengono inquietati dai possibili, subiscono la mancanza. Così per l'immagine. L'immagine, che viene registrata, è un'immagine che sente la mancanza, ma quest'immagine non è quella che viene restituita, poiché l'immagine filmica è l'immagine che ha subito la mancanza, che è passata per la lacerazione, l'ha vissuta, e, per far ciò, non può che contemplare, nella propria inseità, la mancanza vera e propria: l'immagine del cortometraggio di Pablo Mazzolo non è l'immagine che sente la mancanza è l'immagine della mancanza come mancanza dell'immagine. L'immagine manca, ma non manca nel senso che ad essa manchi la realtà del naturale, sia cioè una ri-rap-presentazione del dato naturale, bensì essa manca a se stessa, manca in quanto immagine, le manca l'immagine. L'immagine manca nel senso che si manca. Ed è questo mancarsi a creare una faglia, una frattura. L'immagine appartiene al Quilpo nella mancanza, ma il Quilpo, nel suo mancarsi, trascina con sé chiunque sia lì dappresso, ed è allo stesso modo che si può guardare l'immagine, perché la mancanza è condizione essenziale della visione: vedere l'immagine significa far parte della sua mancanza, significa ritrovarsi in quella mancanza che è propria tanto dell'immagine quanto del Quilpo come dato naturale. Significa, in buona sostanza, essere inquietati dalla possibilità, possibilità di vedere e, con ciò, di mancarsi a propria volta, per essere infine e definitivamente differiti a un qualcosa, a un come che non può che realizzarsi asintoticamente, che non può mai cioè essere realizzato in via definitiva, scongiurando così ogni pretesa di dire o di pensare. Cosa dice l'immagine? cosa pensa? L'immagine non dice né pensa, semplicemente manca; è la condizione ontologica fondamentale, la mancanza, poiché è mancando il possibile che c'è del reale, che ci si esclude, che si viene de-finiti in quanto enti reali, individui individuati e individualizzati, mentre nel regno del possibile l'individuazione non è che informazione, e in un fascio di possibili le cose si trovano l'una con l'altra, l'una per l'altra, anche l'una nell'altra, in-divise e indecidibili: il Quilpo sogna la cascata, che gli manca, ed è in questo mancarsi che trascina a sé, con sé chiunque sia lì dappresso. 

1 commento: