Pratiche della visione #7: Postilla a 'Donald Trump, CineLapsus (e l'immagine manca...)'



Saremo il più brevi possibile. Innanzitutto, le scuse. Non tanto a Settis né a CineLapsus, quanto, piuttosto, a chi ha letto Pratiche della visione #6: Donald Trump, CineLapsus (e l'immagine manca...); e un grazie, anche e soprattutto, a quanti hanno avuto la dignità intellettuale di problematizzare contenuti e forma dell'articolo in questione. Scriviamo dunque questo post in relazione a ciò, perché ci pare corretto, nei confronti di quanti sopra, ammettere d'aver sbagliato - e, questo, lo diciamo nella maniera più franca possibile, quindi, se qualcuno s'aspetta un rivolgimento, in seguito, rimarrà deluso. In effetti, abbiamo sbagliato nel modo di porci, e questo è per noi sostanziale dirlo e ammetterlo, altrimenti non se ne esce più: non siamo abbastanza imbecilli da nascondere i nostri errori, siamo solo imbecilli - io per primo - quel tanto che basta per commetterli, specie se, alla fin fine, si rivelano degli scivoloni più che evitabili. A ogni modo, e posto, in maniera più incontrovertibile, che qualcosa di sbagliato, anche, se si vuole, nelle fondamenta di quel post, ci sia, vi preghiamo di leggere quanto segue non come una giustificazione dei nostri sbagli bensì, meramente, come una loro spiegazione, di modo che possiate capire perché li abbiamo commessi. Non è la prima volta che commettiamo sbagli simili, ma è la prima volta che l'evidenza dell'errore ci sia para davanti - e noi non possiamo schivarla; tale evidenza, ci riporta alla mente altri errori simili, a proposito dei quali non torneremo, ma è palese che, chiunque ci abbia seguito quel tanto che basta, intenda a cosa ci riferiamo. Ma rimaniamo sul post di ieri. Il post di ieri, che non riassumiamo, nasceva da un'urgenza, anche viscerale per certi versi. L'urgenza, come abbiamo più volte ripetuto, non andava incontro né alla persona né alle parole di Settis ma a un certo modo di porsi nei confronti dell'immagine che noi reputiamo tanto più abietto e meschino quanto più pericoloso, e su questo non ci torniamo sopra: chi vuole comprenderlo, vada a leggersi il post in questione. Purtroppo, e su questo vorremmo una volta per tutte mettere le carte in tavola, visto e considerato che ci è stata anche chiesta una spiegazione a riguardo, non si tratta solamente di criticare. La critica, per noi, non può valere nella sua autoreferenzialità. Da qui, il livore e, inutile non ammetterlo, la rozzezza di certe nostre espressioni, che altro non sono che cadute di stile. Il livore, tuttavia, non si giustifica ma si spiega, almeno dal nostro punto di vista, attraverso un semplice fatto: in un Paese calato nel torpore più totale, il livore è un'arma. Senza dubbio, è un ragionamento molto stupido e infantile, e tuttavia, in un certo senso, è ciò che viene richiesto dai social, nonché dalla realtà non nella quale essi si esprimono bensì - ed è questa la cosa triste - che essi stessi esprimono. In maniera più piana, volevamo gridare, essere barbari, come in altre occasioni, perché solamente gridando, ora come ora, sembra si possa essere ascoltati. Il problema è che gridando ti ascolta chiunque, perché non può farne a meno. È una tattica efficace, questa? Diciamo di no, anche se per certi versi ci ritroviamo, oggi, a non saper davvero che fare. Il nostro problema è che non ci sia dibattito. Guardiamo fuori, nessuno litiga, nessuno dibatte. Il panorama cinematografico, e mi riferisco in particolar modo a quello indipendente, italiano è assonato, stanco, è un paesaggio in cui tutti sono amici, si odiano anche, ma per convenienza non s'insultano, non litigano, non dibattono. Così, ognuno è in sé, e non c'è niente che faccia più attrito non al progresso ma alla sperimentazione cinematografica, alla deterritorializzazione  dei concetti, ormai stagnanti, della critica cinematografica di un'atmosfera simile. In questo senso, sbagliando, noi volevamo portare il fuoco, e gridare, insultare, fare battute rozze è significato, per noi, essere letti e ascoltati. Dibattuti, anche, sebbene raramente e comunque quasi sempre alle spalle. Però, ecco, ci chiediamo: è questo il modo? Evidentemente, no. Il problema è che non ne conosciamo un altro, e per questo - e da troppo tempo - abbiamo perpetrato strategie e tattiche infruttuose o comunque meno efficaci di altre. Dare a Settis del coglione, dire che Abiusi è un idiota e cose simili, per quanto vero possa essere, nasce dal desiderio di riportare l'odio, la distinzione amico/nemico nel dibattito. Significa, fondamentalmente, farlo, un dibattito. Leggevo, l'altro giorno, Tomasi che si lamentava del fatto che alcuni togliessero il saluto per via di gusti cinematografici divergenti. Ecco, questo è quello che intendiamo, e di cui, se accadesse, come ci è peraltro più volte accaduto, non ci lamenteremmo, perché il nemico è mio fratello, Caino e Abele. Solo riconoscendo l'altro come nemico o come amico riconosco il suo mettermi alla prova, il suo confrontarsi con me; il problema è che, purtroppo, l'altro, spesso, non è mio amico, ma l'inimicizia non trova sfogo, e questo per convenienza (usiamo questo termine in senso proprio, rimandando alla sfera economica): quando l'altro non è mio amico, quando i suoi gusti cinematografici non sono i miei, non riconoscerlo come nemico significa annullarlo, non riconoscerlo affatto, significa privarlo di ciò che è, e questa è forse la cosa che ci fa più paura. Chi sono i nostri nemici? La domanda è stata questa per molto tempo, e per molto tempo, però, essa andava a braccetto con un'altra, e cioè: come faccio a riconoscermi come nemico dall'altro? come fare in modo che l'altro non mi privi di me stesso? Da qui, i comportamenti rozzi di cui sopra, e di cui vorremmo onestamente scusarci. Queste scuse, tuttavia, non sono metafisiche. Se ci scusiamo, lo facciamo, davvero, mettendoci di fronte a voi, mostrandovi le carte: crediamo che spiegare la radice dell'errore sia la scusa, sia l'unico modo possibile per scusarsi. Ci scusiamo, quindi, ma solo con quanti hanno avuto modo di leggere il post di ieri. Con Settis, no, e speriamo se ne intenda il motivo: da una parte, perché abbiamo sbagliato a insultarlo gratuitamente, ma ciò ha giovato più a lui che a noi, quindi non riteniamo di doverci scusare, e in secondo luogo perché quelle accuse, quell'odio nei suoi confronti non è altro che un modo per riconoscerlo nella sua integrità. Lui, come diversi altri che, nel tempo, abbiamo avuto il piacere di poter odiare. In questo senso, e chiudiamo, vorremmo far notare che da tempo non critichiamo più Moretti, Ghezzi o chi altri, e, se di Settis e altri abbiamo fatto il nome, è perché l'odio avrebbe potuto essere autentico (purtroppo, Settis se l'è giocata male, come già in un'altra occasione, e su Facebook ha dimostrato un infantilismo che fa specie quasi quanto il nostro, ma questo è un altro discorso e, in fondo, sono affari suoi), a differenza di altri ancora di cui non facciamo nemmeno i nomi, perché, in effetti, di essi non ce ne frega nulla. L'inevitabile è che alla fine uno, i nemici, se li possa scegliere ma che venga anche scelto dalle loro condotte, e noi speriamo vivamente che quanti ora odiamo conservino il nostro odio, perché quando cesserà, senza trasformarsi in amicizia, cosa che è soltanto possibile, cioè mai effettuale/reale, allora sarà solamente un'altra mancanza d'essere ancora, un'indifferenza che è come la morte del confronto e del rispetto reciproco. Il problema è: e quando non avremo più nemici? Forse e tutto sommato, è questo che ci inquieta realmente: non non potere più averne ma non riuscire più ad averne, e morire cerebralmente anche noi, sul piano critico, come apparentemente è di moda oggi. Detto questo, e chiudiamo veramente, un'ultima precisazione: che l'odio, per la nostra condizione, fa spesso un tutt'uno con la rabbia, e allora diventa odio cieco e poco interessante, ed è fondamentalmente per questo che volevamo scrivere questo post, per scusarci non tanto per quello che è stato ma per quello che sarà, se ancora sarà - e per ciò vi preghiamo di assumere queste nostre scuse non nella velleitarietà solita ma come quest'atto che abbiamo compiuto e che, in ultima istanza, vi dovevamo, non poteva che risultare in uno smascheramento, in questo mostrare le proprie carte e, insomma, specificare il metodo; questo, ovviamente, lo facciamo anche per noi, perché, mettendo a punto questo, speriamo e crediamo di mettere un punto fermo a un certo periodo, a una certa pratica e di trovare gli strumenti per una nuova e più efficace strategia d'azione.

3 commenti:

  1. "...É vero, sono un po' anarcoide e pieno di livore
    Ma in questo mondo troppo sazio d'analisi brillanti e di torpore
    Ci sará pure un po' di spazio per chi si vuole sputtanare..."

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  2. Ci saranno sempre coloro che odiano la libera dialettica......Nel tuo caso crei un complesso di inferiorità in coloro che non sono abbastanza preparati. Continua così!!

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