Pratiche della visione #6: Donald Trump, CineLapsus (e l'immagine manca...)



Parliamo di questo. Ci scuseranno quanti leggeranno qui di seguito se, per una volta, partiamo da un presupposto. Purtroppo, com'è evidente, quanto scriveremo non si basa ma quanto meno prende le mosse da un fatto la cui veridicità non possiamo attestare, sebbene gli effetti di verità, che son quelli che poi a noialtri interessano, più che la verità in sé, non vengano meno anche se tale fatto, di cui noi possiamo solo presupporre l'avvenimento, non fosse accaduto. Il presupposto è il seguente: Nicola Settis, stanotte, ha davvero seguito la corsa elettorale statunitense condotta da Mentana. Come vedete, è un fatto inaccertabile, che noi non possiamo che presupporre per due motivi, di cui uno segue l'altro: a) è Settis stesso a dirlo e, b), Settis è abbastanza sincero quando afferma certe cose (ad esempio, dopo aver scritto su Facebook che Mekas l'ha commosso, che è un regista eclatante e aver scattato una foto da allegare al post in questione, ha anche detto, subito dopo e nello stesso post ma senza rammaricarsene, anzi sostenendo che fosse una cosa più che normale, di aver assistito solamente a cinque minuti dell'incontro col regista lituano: della serie, gli infanti non possono mentire per definizioni, essendo relegati a un mondo sostanzialmente ante-predicativo). Detto questo, Settis perviene, nel corso di un articolo in cui il fattore delirante è radicalmente onanistico, a un'analisi laterale dell'immagine e della sua crisi colla lente puntata sulle elezioni americane più recenti, elezioni che, da quel che ho capito su Facebook, son state vinte da Donald Trump. A questo proposito - e riassumendo alla buona - la crisi che Settis vede in ciò è la vittoria dell'immagine. Un'immagine che Settis non problematizza ma pone in sé come data: l'immagine, per il figlio del rettore di Pisa, è il meme, e Donald Trump, il «Berlusconi statunitense» (?) come lo definisce, in un guizzo d'acume straordinario, Settis, trionferebbe in quanto simbolo. L'immagine è simbolica. (Certo, Settis dice anche che è astratta, e però è anche simbolo, ma Settis qui si comporta ingenuamente, e noi non abbiamo qui la pretesa di far notare come il «simbolo» derivi dal « συμβάλλειν» greco, cioè dal mettere assieme, un'operazione in sé pratica e che anzi riveste essenzialmente una funzione pratica, a differenza - come fa ad esempio notare il Goethe nelle Massime e riflessioni ma già prima certa patristica - dell'allegoria e del segno, cui probabilmente voleva far riferimento il figlio del Magnifico e che però sono biunivoci e non equivoci, polivalenti come il simbolo; a questo proposito, si veda anche Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio §458, nonché il Derrida egizio de Il pozzo e la piramide, cose comunque che se volete diventare inserzionisti di Cinelapsus non vi serviranno e anzi, a quanto pare, vi saranno d'ingombro: piuttosto, ascoltate il black metal poser  - e per niente meme! - dei Deafheaven). L'immagine viene così degradata. Vincono le immagini. Par di sentire il peggior Carpenter, o peggio ancora DeLillo. L'immagine, questa trascendenza assoluta, alla fine s'immanentizza nel meme di Facebook, e questa è l'immagine contemporanea, con buona pace dei Dorsky e degli Hiler, dei Todd e dei Clipson. L'immagine, insomma, vince, trionfa. Trionfa con Trump. Perché? Perché a quanto pare l'immagine è l'immagine pubblicitaria, l'immagine, appunto, di Facebook. Dopo quattro anni di problematizzazione, una tesi di laurea di 180 pagine e confronti aperti, duraturi e profondi con i registi più disparati, confronti che comunque, a nostro parere, e lo diciamo en passant, in quanto colloqui autentici, come quelli che Heidegger aveva coi guardaboschi della Foresta Nera, devono rimanere segreti o, meglio, devono farsi privatamente, perché altrimenti diventa l'intervista, e allora non vale, perché si parla a un terzo che non c'è e che viene in qualche modo presentificato in quanto assenza, il che perturba il discorso, inquietandolo e inquinandone l'autenticità, insomma dopo uno sbatti di un certo rilievo, e di cui comunque abbiamo più volte attestato i frutti, di cui hanno beneficiato le persone più disparate, da quella deficiente della De Blasio ad amici e registi che hanno tratto linfa vitale dal nostro lavoro (e noi dal confronto con loro), a ogni modo dopo quanto abbiamo elaborato, passando in rassegna le cose più disparate, in una ricerca accanita e feroce, al limite della disperazione più viva, e travalicando i generi, dal contemplativo all'immanenza e via ancora, permettete che si resti stupidi di non aver visto altro che... cosa? che cazzo abbiamo visto, scusate? Se l'immagine è l'immagine della pubblicità, se l'immagine è il meme, noi che abbiamo visto? D'accordo, film. Ma i film non sono composti da immagini o, per come l'intendiamo noi, non rimandano a un'immagine? «Oggi ha vinto il nonsenso, oggi ha vinto il delirio, oggi ha vinto l’immagine.» Porco dio! Pensa che sfiga, c'era una competizione in atto e noi non ce ne siamo manco accorti. Una gara, come se le immagini avessero da fare a gara con... eh, qui Settis non precisa con cosa. Forse con un'altra immagine. Ma allora perché avrebbe vinto l'immagine-meme e non l'immagine autentica? e, soprattutto, l'immagine sconfitta, quale sarebbe? Quella di Herzog? Hm, interessante. Quello che fa le masterclass su internet per 90 dollari con Christina Aguilera e Usher e che ha venduto i diritti a Netflix, una piattaforma che prolifera di immagini autentiche, come Cuckoo, che già dal titolo promette di verecondere il gesto dell'ultimo Dio, e/o DramaWorld, sarebbe da annoverare tra i paladini dell'immagine nonché l'annunciatore preveggente della sua disfatta. Che tenerezza... anzi, che tragedia. Settis, in effetti, non è per niente allegro, e anzi sembra rimettersi al peggio quando, nella visione catastrofante di un futuro catastrofico, predice quanto segue: «Riesco già a vedere la locandina di un quinto capitolo della serie dei film sul potere di Sokurov, dedicato a Trump, o, se vogliamo essere più pessimisti e realistici, un film di Oliver Stone». Da brividi. Altro che le mie, ché al massimo cui io mi spingo nelle mie visioni apocalittiche è che Alberto Castagna in realtà non sia morto. Seriamente, ma di che stiamo parlando? Val la pena chiederselo. E val la pena chiederselo nel momento in cui, comunque, ne siamo coinvolti (manca la banchina da cui osservare, esternamente, il naufragio). Ogni giorno che mi sveglio e accendo il computer mi sento partorito di nuovo: non è un problema di trauma, è che davvero inizio a non capirci più un cazzo. Mi chiedo: ma che ho visto? che ho fatto? che succede? E il fatto di intuire che siano tutti coglioni tranne me non serve a nulla, anche perché la verità, in ultima e definitiva istanza, non è serva di nessuno. Nei momenti peggiori, quelli in cui sono maggiormente depresso, perché afasico e realmente intontito dal mondo, non faccio niente, e aspetto il weekend, che è quando mi vedo colla Rusalen, e allora tutto sembra aggiustarsi: non perché vada meglio, ma perché almeno capisco che c'è un'altra demente come me che, di 'sto mondo, non capisce 'na sega. E tuttavia un pompino non basta, se poi, già a metà settimana, mi devo ritrovare gente il cui cervello è in realtà una questua d'intelligenza che non mi capisce, perché è di questo che si tratta: «Trump non è un essere umano, è una maschera tragica del teatro greco, un personaggio shakespeariano...», scrivi copiando e pressoché fraintendendo quanto scrissi, a proposito di Nocturne (USA 1980, 8'), che esso «assume delle connotazioni specifiche, che esulano dalla tragedia per rinvenire il tragico: è Alcmane, non Shakespeare». Io capisco che L'emergere del possibile sia a un punto tale che, oramai, devi in ogni caso farci i conti, con esso, se vuoi parlare seriamente di cinema in Italia, ma non è questo il modo. E non è questo il modo nella misura in cui, comunque, si esuli da una pratica che è in ogni caso implicata non già nella parola ma nello sguardo proprio. Gli esempi sono innumerevoli, Settis è solamente l'ultima sponda. E, allora, perché parliamo del suo articolo? Fondamentalmente, perché è sintomatico, indicativo. In un'altra maniera ma in un altro senso, avremmo potuto parlare dei bloggherini che, ultimi arrivati, cercano di mettersi al passo coi tempi (e i tempi sono i nostri, è palese: i maggiori siti di cinema ancora si spaccano la testa sui film che passano a Venezia o Cannes, per dire...) intervistando registi di cui non si sono mai occupati e sui quali noi abbiamo fatto ricerca e prodotto studi per diversi anni, ma questo l'avremmo comunque fatto nella stessa maniera in cui stiamo scrivendo questo, e cioè per sottolineare un semplice fatto, e cioè che, come evoca Pseudo Longino, il silenzio è sublime, non la parola. Ed è questo che bisogna produrre, il silenzio. Che non è precisamente un donare la parola, ma un ritrovarsi, un sorgere come Noi. È una perdita di tempo? Senza dubbio, ma solo se la si legge come critica. Della critica, a noi non frega assolutamente niente. Che *** (niente pubblicità, sorry) faccia il mega su cose che non conosce e che in Italia abbiamo portato in auge noi non è importante, perché - e in questo siamo radicalmente anarchici - crediamo che la gente non sia così demente e comunque si renda conto di come, in effetti, *** non stia che mangiando le briciole, i nostri avanzi. Avanzi che abbiamo avanzato perché siamo già più in là, un passo dopo. Con questo, a differenza di un tempo, non ci dispiaciamo che ciò accada, anzi in un certo senso siamo grati di ciò. Siamo grati che si dimostri rispetto e onore, mettendosi sulla nostra scia, parlando di ciò che abbiamo sdoganato e, con ciò, legittimandoci, seppur nell'inimicizia (perché non si tratta più solo d'invidia) più profonda. Quello che ci interessa, al di là dei froci, è che comunque, parlando pubblicamente, una necessità parresiastica ci costringe a far chiarezza, ed è questo il lato positivo, costruttivo se si vuole, di quelle che banalmente potrebbero essere comprese come critiche, punti di blocco, di riflessione e negazione nel nostro percorso. In definitiva, non ce ne frega d'altro che di essere chiari - e chiari vogliamo essere. Quando, però, ti fraintendono, è giusto rimarcare la propria propria posizione, perché c'è sempre il dubbio di non essere stati chiari. Settis, in questo senso, è sintomatico. Ripeto, avremmo potuto parlare di varie altre cose, e in effetti varie altre cose le abbiamo raccolte, ma non possiamo scrivere sempre, e aspettiamo allora che capiti quella cosa che te le faccia riassumere tutte, in questo caso Settis. Quando Settis parla dell'immagine, in realtà egli l'assume. L'assunzione dell'immagine che fa, presa, cioè fraintesa, barbaramente da noi, è abietta, così abietta da essere perfetta per quell'epoca di crisi che egli individua nel mondo («I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», direbbe qualcuno...). Ne parliamo per questo, e ne parliamo riferendoci a Cinelapsus piuttosto che ad altri non perché Cinelapsus sia peggiore, semplicemente perché ha più like su Facebook, perché questa gente, che fa il veterocomunista ai festival colla paghetta del nonno, che fraintende l'immagine con un meme (perché questo è il succo del discorso di Settis: il meme è l'immagine, non quella di Todd. L'immagine è il meme! Seriamente, ma c'è qualche rincoglionito che è arrivato a leggere fin qua e che riesce a confondere un fotogramma da una film di Brakhage da un meme? c'è veramente qualcuno, al di là di tutti i sofismi che solo una mente limitata in quanto autartica come quella di Settis, in grado di confondere una cazzo di meme da un'immagine? Certo, gli analitici hanno di che riflettere sull'immagine cinematografica, discutendo se anche la luce di un semaforo possa essere considerata un'immagine cinematografica, ma, com'è noto, la filosofia analitica è anglofona, e quest'anno gli anglofoni hanno dimostrato tutta la loro superiorità mentale colla Brexit prima e con Trump poi), ma noi non siamo analitici, siamo greci. Potremmo, a questo punto, affondare ancora di più la spada, mostrare come in realtà Settis non sia altro che un idiota, uno che parla di immagine e di politica di fatto riportando paro paro il discorso in atto nell'ultima stagione dei South Park, ma non è questo il punto. Il punto è che certa gente si fa da sponda coi festival. CineLapsus segue il Trieste Science Fiction, il quale a sua volta l'accredita come media partner: la critica cinematografica si trasforma in pubblicità. E si tiene in piedi con articoli simili. La critica cinematografica è pubblicità, ma la pubblicità non è una trasformazione della critica, è la sua forma, che certi abietti figuri riempiono surrettiziamente di critica, la quale però non può che essere in-formata dalla forma entro la quale stanno. Quello che noi, in quattro anni, abbiamo tentato di fare è avviare una pratica, sotto forma di sperimentazione. Capite bene che, alla fin fine, non potevamo che confrontarci con la realtà, e la realtà - questo è fondamentale - non è questa. Per questo scriviamo di CineLapsus. Non per mostrare quanto dementi siano loro e belli e bravi noi. Nemmeno per dire che quella è una realtà e, come tale, va criticata. Scriviamo certe cose, prendiamo di petto certe cose perché, in realtà, non sono niente. È una perdita di tempo? Sì, ma il tempo va perso. «Io perdo il mio tempo e guadagno il mio spazio». Questo, lo si può fare nella cella. Quando si è nudi, come insegna Schmitt. Ed è una pratica. Perché di questo si tratta, di perdere tempo e di guadagnare spazio. Non può essere diversamente. Che l'odio di classe si sia spento, è un dato di fatto. Bisogna perdere tempo e guadagnare il proprio spazio. «Bisogna andare avanti anche se avanti non c'è ancora.» Se Settis vede in Trump il trionfo dell'immagine-meme, questo lo può dire solamente in quanto borghese viziato: preferiva la Clinton evidentemente, preferiva la burocrazia, il silenzio progressista, l'inquietante assoggettamento della tecnica... Trump è colui che, per certi aspetti, riporta in auge l'amico/nemico come categoria del politico (Settis scrive che Trump è l'anti-politico, ma in realtà pensiamo che usi questo termine accaso, perché il politico è essenzialmente fondato sulla distinzione amico/nemico, di cui Trump è portabandiera, ma va be'). Settis non vede l'odio razziale di Trump, perché non lo teme. E non lo teme in quanto maschio, bianco e borghese. È al sicuro. Ma i negri quell'odio lo vedono, lo sentono. Ed è da quell'odio che si può credere che l'odio di classe si riaccenda. Che la lotta torni nelle strade. Credenze più vane e vaghe, e comunque riferite a qualcosa che non succedere, e non succederà perché la parola viene prima dell'atto, ed è una sua mediazione: l'urlo è già una mediazione del sentimento. L'immagine come meme può essere colta in quanto tale solamente da un ragazzino spaesato non di fronte all'appiattimento del politico bensì a causa della compagna di banco che non gliela dà. Scrive Settis, a chiosa del suo capolavoro: «Continua il temporale. La luce diventa astratta. Tutto attorno a me è giallo, mia madre che passa tra un corridoio e l’altro è rossa, la luce fuori dalle finestre è blu. Il mondo è assurdo.» No, è assurdo che esista l'essere piuttosto che il niente, perché un'esistenza come la tua è ingiustificabile, ed è ingiustificabile proprio nella misura in cui non trova in sé giustificazioni di sé, non si autofonda come ogni vita autenticamente tale. Che l'immagine sia un meme può dirlo South Park. Può dirlo l'americano. Può dirlo chi non pratica la visione, chi guarda passivamente e vede monocromatico. Vede Trump e dice: Ecco, ha vinto Trump. Ma siamo certi che l'immagine sia Trump? Io, che sono stupido e per ciò ho guardato una montagna di roba, non ho mai confuso l'immagine con un meme. Il meme, anzi, mi ha fatto sempre presumere altro. Lo dice lo stesso Deleuze. Deleuze, che di sicuro Settis conosce, perché poi mette un edit random in cui dice che è morto il direttore alla fotografia di Godard facendo un'analogia epocale, Deleuze dice che si tratta, col neorealismo e la nouvelle vague di pulire lo schermo dai cliché. I cliché proliferano. Bisogna trovare l'immagine. Il meme sta lì al posto dell'immagine, non è l'immagine. Confondere il meme con l'immagine è indice di stupidità elevata. Significa farsi abbindolare. Trump, come meme, non può essere l'immagine. L'immagine è là, sta nelle profondità. Proprio dell'immagine è svanire, non darsi, mostrarsi. L'immagine è la massoneria che manovra Trump, l'immagine è il potere, ma il potere non è Trump, è l'oscillazione di mercato, l'aleatorio incontrollabile che deve essere controllato attraverso protocolli, procedure e via dicendo, misure di governamentalità della vita, perché il potere si produce nel gesto libero dell'individuo, esso viene a crearsi allorché l'individuo compie un gesto in maniera libera, poiché è proprio in questa libertà che egli immanentizza la legge che lo lascia fare, che gli lascia compiere quel gesto, che gli dà la libertà di attuarlo. Questa è l'immagine, ed è un'immagine inevitabilmente evanescente. Il meme - Trump - non fa che nasconderla, che porsi al posto di essa. Ma uno che non sia del tutto impantanato, questo, lo intuisce. Intuisce che c'è qualcosa sotto, nel senso di a lato. A lato: non nella profondità, non nell'oscurità, non nel buio delle logge massoniche, ma proprio all'aria aperta - accanto la libertà la costrizione, accanto al meme l'immagine. Per questo abbiamo via via diffidato dai film che ci proponevano un'immagine, in tutta la sua monoliticità, preferendo, infine, quelli che la differivano, quelli che scoprono l'assenza dell'immagine, quelli che pongono un'immagine che è un poterci essere dell'immagine, perché l'immagine manca. Questo è importante sottolinearlo, e per questo scriviamo e continuiamo a scrivere. L'immagine manca. L'immagine, quando c'è, è un meme. Trump. Cosa ce ne frega di Trump? perché dovremmo interessarci di un presidente, quando sono le banche, gli organismi sovranazionali e non rappresentativi, tecnici, a de-cidere? Perché dovremmo, allora, scrivere qualcosa come quello che stiamo scrivendo? Perché non si tratta di un articolo su CineLapsus. Non si tratta, in ultima e definitiva istanza, di Settis. In un certo senso, non si è mai nemmeno trattato di recensire o di scrivere su di un film. Settis non conta, non conta CineLapsus, e a noi davvero non frega nulla mostrare la pagliacciata in cui si trasformano e si riducono tutti, nessuno escluso, i siti di cinema in Italia, di cui quello di Romagna non è che un esempio, peraltro dei più facili e immediati. Non conta questo. Non conta Trump. Conta chi ha votato Trump. Non conta CineLapsus, Uzak o chi altri. Conta chi legge Uzak. La cosa inquietante non è che Trump abbia il potere, perché non ce l'ha. È come dire che Tsipras abbia avuto il potere, e poi abbiamo visto tutti chi abbia deciso, se il presidente o la BCE, il Fondo monetario e via dicendo. La cosa di Trump non fa paura perché Trump abbia il potere, la cosa di Trump fa paura perché c'è gente che ha effettivamente votato (Trump). Fa paura che la gente sia ridotta a questo, a votare (Trump), a leggere Uzak o Cinelapsus, perché è allora che diserta se stessa, che fa ammenda e subappalta la propria libertà... fa paura il razzismo, l'odio, e fa paura anche la disperazione che porta la gente a votare Trump, ma ancora di più fa paura che si creda che votando le cose cambino, fa paura pensare che vi sia una pratica del potere, una creazione del potere che si esaurisca nel voto. In realtà, il voto non conta un cazzo. Conta, come insegna l'ultimo Foucault (Settis, leggiti Foucault quello anziché vederti i South Park, ché è ridicolo tirare le somme sui massimi sistemi sulla base di questi e non di quello, anche se in effetti non corri il rischio di sparare a cazzo sulla biopolitica stile Tronti e post-operaisti vari e generali), la pratica di vita. Il come vivere. Con ciò, non intendiamo rivolgerci a quanti leggano Uzak, per rivelar loro la sconfitta manifesta che è in definitiva la loro esistenza; non c'interessa la rivoluzione e in fondo non ci crediamo: crediamo, piuttosto, alla comunità, crediamo che una pratica possa soggettivare un individuo e che una pratica simile praticata da individui diversi possa far sorgere qualcosa di nuovo e differente, radicato in un terreno comune che è quello della pratica stessa: questo conta, per questo scriviamo questo articolo, che in quanto tale non può contare e in effetti non conta, pre-dispone e basta, aprendoci. In questo senso, rinchiuderti nella tua cameretta, abolirti come soggetto in uno scenario post-romantico in cui le luci e ascolti il black metal è sgradevolmente patetico. Tanto più se fraintendi totalmente il nostro discorso sull'immagine. Perché a buona ragione quando parli d'immagine l'assumi, cosa che, da quel che mi risulta, facciamo noi, ma l'assumi male e, in realtà, la tua assunzione è solamente una mancata problematizzazione della stessa. La nostra assunzione è diversa. Certo, ci vedi bene: si tratta dell'immagine e di nient'altro (questo, almeno, te l'abbiamo fatto capire). Ma quest'immagine va assunta. Fa paura che la gente voti, fa paura la pratica della gente, perché è una pratica biologica mancata: manca la vita. L'immagine non può che mancare, e deve mancare oggi più che mai, in un'epoca satura d'immagini - pardon, di meme. Solo allora, forse, ci ritroveremo amici, nel senso proprio del termine. In questa mancanza, che è già un silenzio. «Quando saremo pronti per un’esperienza della libertà e dell’uguaglianza che si ponga in un confronto rispettoso con quell’amicizia, e che sia infine giusta, al di là del diritto, cioè a misura della sua dismisura?» Quando, forse, smetteremo di mancare all'immagine perché essa possa finalmente mancarci. 

21 commenti:

  1. direi... ancestrale.

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  2. Quanto livore. Perché?
    È difficile leggere quello che scrivi: dovresti approfondire la sintassi, chè non ne fai buon uso.
    Ma in genere mi fa piacere leggerti, se escludo pezzi come questo.


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    1. A parte qualche refuso (ma di grammatica), non mi pare che ci siano errori di sintassi. È articolata, ma non errata: la difficoltà nel leggere non implica necessariamente che non si conosca la sintassi, semmai manifesta la difficoltà stessa di chi scrive pezzi simili. Altre volte è più piana perché é semplicemente più facile e immediato l'argomento.

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    2. Non discuto la tua infallibilità allora.
      Però non hai risposto alla domanda.

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    3. Non si tratta di infallibilità. Si tratta di aver fatto le scuole medie.

      Scusa, che domanda?

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    4. E appunto. Non intendevo dire che non si capisca quello che scrivi. Ma che la sintassi del tuo scritto appesantisce la lettura. Scrivi male insomma. E le dovresti rifare le medie.
      La domanda era: perché questo odio gratuito. E non cercare di giustificarlo ingiustamente come hai già fatto nell'articolo.
      Era per dire che non ti rende onore.

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    5. Non scrivo male. Semplicemente, non mi va di imbrogliare, e se ho pensieri incasinati o pieni di livore non posso appiattirli colla sintassi. La forma che inficia la materia è un'aberrazione.

      Per la domanda, ecco: http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2016/11/pratiche-della-visione-21-postilla.html?m=1 (e, anzi, grazie)

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    6. "La forma che inficia la materia è un'aberrazione" è un'abberrazione, mi viene da dire. Una cazzatella ideologica. Tant'è che la materia di cui mi sembra si parli è forma. Forma pura! mi verrebbe da scrivere (e giustificare, se solo ne avessi voglia).
      Posso permettermi di essere sincero giusto? Diversamente dimmelo che smetto.

      Ho letto per intero il tuo contro-articolo. Permettimi di farti notare che è una paraculata però: sembra un pochettino che tu stia cercando di venderci come santo il meccanismo di parlare male gratuitamente -altro che rozzezza!- del lavoro degli altri -sicuramente discutibile- solo per un poco di visualizzazioni di più.
      So per certo non essere così. Ma non hai fatto nulla che possa far credere il contrario.
      Il tuo è un giochino moralistico, anche se tenti di travestirlo diversamente. E il moralismo stanca.

      Nelle mie intenzioni la domanda era un'altra. Mi permetto di articolarla meglio, per essere più chiaro: che bisogno avevi di quegli attacchi gratuiti per argomentare le tue posizioni di contenuto. Quegli insulti non hanno fatto contenuto, appunto. Sembravano messe lì per altri motivi, come ho scritto prima. Sottendevano insomma.
      E non ti rende onore.
      Ora: rispondere o non rispondere lo decidi, ovviamente. Se sono fuori luogo me lo dici e cancelliamo tutto.
      Ma se la metà delle cose che sostieni sono vere, è questa la domanda a cui dovresti rispondere.
      E ti farebbe onore includere anche le mie argomentazioni in un eventuale post. Almeno si capisce cosa stai contestando.

      Comunque prendersi la noia di rispondere onestamente già ti fa un poco onore...

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    7. Be', per te è una cazzatella, per me no. Se scrivo, e sono incazzato, è palese che la sintassi ne risenta. Così come il contenuto, ovviamente.

      Detto questo, evidentemente parliamo due lingue diverse. Articoli come questo nascono una volta ogni tanto, e sono nettamente inferiori rispetto agli articoli-recensione. Bisognerebbe partire da quelli, per parlare di questi. Moralismo, io non ne ho da fare, mi dispiace. Evidentemente hai frainteso parecchio, perché so per certo, questa volta, d'essere stato chiaro (o almeno così mi viene riferito da altri che hanno avuto la pazienza di leggere): non ho mai giustificato che si potesse parlare male gratuitamente del lavoro degli altri (penso anche di averlo messo per esplicito), anzi proprio il contrario, ho tentato di spiegare perché l'abbiamo più volte fatto, e naturalmente fulcro dell'articolo è un altro, così come peraltro non sei tu il referente ultimo, visto che referenti Anonimi io non ne ho né ho intenzione di averne per ovvie ragioni. Ora, capisco che sia abbastanza difficile cercare di stare in silenzio e in ascolto (molto più semplice uscirsene con puttanate del tipo «per un poco di visualizzazioni in più», cosa di cui, onestamente e giunti al punto che siamo, c'importa davvero relativamente, altrimenti fidati che non staremmo qui a spaccarci la testa sui film o a fare ricerca, scoprire registi e via dicendo, per così poco), sia per te che per me, ma se la tua domanda è «che bisogno avevi di quegli attacchi gratuiti per difendere le tue posizioni di contenuto» c'è scritto chiaramente nella postilla: nessuna. Semplicemente, capita di essere arrabbiati, o di perdere le staffe o, ancora, ma questa non è una giustificazione, solamente un modo di vedere le cose che noi stessi abbiamo ammesso di essere sbagliato, nel senso di poco efficace rispetto ad altri, è necessario, nel torpore generale, alzare la voce. Se ci vedi del moralismo in questo, mi dispiace, ma sei totalmente fuori strada.

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    8. Nel torpore generale alzare la voce! Questa si che è morale vecchio stile!!

      Piuttosto dovresti spiegarci meglio cos'è per te questo torpore (più chiaro di così, veramente,non riesco ad esserlo).
      «per un poco di visualizzazioni in più» è seguito da «so per certo non essere così»: non cadere così. Ti prego.
      Non ti dicevo di inserire me come fonte. Ti dicevo solo di chiarire cosa stavi chiarendo. È triste quello che mi rispondi.
      E poi è in pezzi così, fuori contesto, che dovrebbe venire fuori la qualità del tuo ricercare.
      A questo punto mi viene da chiederti di tornare a "scoprire" film...
      Bah

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    9. Infatti non dico che sia una cosa acuta ed efficace, alzare la voce nel torpore generale: anzi, è tra le cose che abbiamo sbagliato a fare. È detto chiaramente nel post, eh.

      Del torpore generale non mi va di parlare. Penso che una persona interessata e attenta se ne accorga da sé.

      Scusa se sono laconico, ma è difficile, per me, confrontarmi su determinate tematiche, specie in certi momenti. Puoi se te ne esci con frasi apodittiche e lapidarie, come ad esempio "«per un poco di visualizzazioni in più» è seguito da «so per certo non essere così»: non cadere così. Ti prego." mi passa davvero la voglia, perché allora non c'è comunicazione.

      Per quanto riguarda il chiarire cosa stavo chiarendo, crediamo di averlo fatto. Chi ci ha scritto, almeno, ci ha fatto intendere che sia così, anche perché, spiace ripeterlo, ma determinate cose le scriviamo davvero per pochi.

      In conclusione, mi dispiace - e te lo dico onestamente, spero che tu mi creda - dover rendere conto di quello che faccio, specie se chi me ne rende conto (cosa più che ammirabile, davvero) è un Anonimo. Non sono abituato a questo tipo di pratiche. Hai avuto delle uscite sulle quali ho sorvolato per il bene della conversazione, perché ci tenevo a chiarire, ma è evidente che ci sia una voragine ora come ora incolmabile. Purtroppo, io ci ho sempre messo la faccia in quel che dicevo, e la reputo ancora adesso una cosa fondamentale; che ci siano fraintendimenti, mi va bene, ma determinate uscite (quella delle visualizzazioni, e altre cose gratuite che non stanno né in cielo né in terra, ma lo capirai da te se hai pazienza) mi mettono a disagio, perché io, alle spalle, ho qualcosa da mostrare, in tutta la sua inefficacia, se vuoi, o comunque in tutto il suo versarsi alla critica e via dicendo, mentre tu, in quanto Anonimo, non sei esposto, non hai da mostrare nulla se non le critiche (più o meno idonee), peraltro assunte da un punto di vista che è totale e assoluto, nel senso proprio del termine, cioè "sciolto da legami", motivo per cui non mi confronto con una persona, non posso comprendere il suo punto di vista e via dicendo, insomma sei su un piano totalmente altro: cioè, capisci bene che non possiamo avere un confronto a un medesimo livello. Il che va bene nel momento in cui si tratta di spiegare alcune cose, di subire determinate critiche, ma da qui in poi, onestamente, non me la sento, scusa.

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    10. Così mi disarmi. Perdonami.
      Cercherò di non essere anonimo la prossima volta che sentirò l'esigenza di farti qualche puntualizzazione.
      Solo ti faccio l'ultima: non ho cercato di svilire il tuo lavoro o di criticare te. Ho cercato di spiegare -con presunzione a quanto pare- che gli insulti che facevi a quei ragazzi, proprio non potevano essere giustificati nelle tue argomentazioni e nelle tue ipotesi d'immagine; né nel primo né nel secondo scritto.
      E che quando hai scelto di farlo, avresti dovuto immaginare che qualcuno poteva fartelo notare.

      Anonimo

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    11. Sì, per questo abbiamo sottolineato che non si trattava di giustificare, cioè di rendere giusto, nulla.

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  4. Francesco, ti scrivo ora, sopratutto per via della postilla. Ti scrivo come testimonianza d'accordo, e non di livore. Piuttosto mi sembra d'averti inteso, forse anche perché c'è una vicinanza: qui, su questo mancare della vita. Ne parlavo prima di leggere il tuo articolo, ieri, su questa urgenza di mancarsi, di mancare l'immagine, di pensare ad una pratica dello scarto, di un prodursi come ascolto e come insorgenza: perché la fine c'è già stata, e già qui nel senso "di essere vicini alla fine del tempo, come in ogni tempo", cioè il venir meno della fine a se stessa, il proliferare della figura del catastrofico anziché della catastrofe (il salto all'incontrario dalle torri gemelli, il salto che sta nella prima parte de "Il tubo delle cose"), e allora bisogna avere nuovi occhi, bisogna fare un accordo, una pratica di alleanza con il mondo: “Il passaggio all’etico, cioè alla potenza di costruire: questo è la fuoriuscita dal postmoderno”, come scrive Negri in un passaggio di un suo epistolario.

    Solo questo, magari come spazio guadagnato, come lieve accordo. Saluti.

    Ulissenano





    Ulissenano

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  5. Questa pagina me l'aggiungo ai preferiti. Ho detto tutto.

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  6. "Seriamente, ma di che stiamo parlando?" Io direi piuttosto "Seriamente, ma cosa sto leggendo"
    Sembra quasi che tu voglia dimostrare di essere superiore a qualcuno - o meglio - a tutti. Pensi di essere sagace a scrivere un articolo come questo? Era meglio non scriverlo affatto.
    Saluti

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    1. Mentre scrivere un commento accaso, in cui non c'è nessuna argomentazione di sorta, è qualcosa di sagace ed edificante?

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