Mnemo


Si sente come evocativo questo nuovo cortometraggio di Maurizio Marras, Mnemo (Italia, 2016, 7'), dove qui l'evocazione sta alla memoria in una maniera del tutto particolare, quasi paradossale nel suo relazionarsi, anche se questo paradosso nasce unicamente con l'incontro con il cinema e il suo continuo scostarsi dalla realtà. Non suona comunque estranea questo avvicendarsi alla memoria per chi aveva già incontrato alcune opere di Marras, dove in particolare ci sarebbe da citare Markandeya or the Story of the Shattered Eye and When It Went Out to See the Stars (Italia, 2016, 12'), esempio folgorante di un tempo delle memorie che non si banalizza nel ritrovare tempo per le memorie e nel lasciarsi andare del ricordo, ma restituisce alle memorie quel tempo che si radica nello stare presso il tempo inteso estaticamente e di qui la riflessione dell'immagine come temporale, come ciò che esce da sé, coincidendo con il tempo. Se in Mnemo sentiamo un principio evocativo che permea il tutto, questo non si intende come effettivo ripescaggio di ricordi, perché l'evocazione ha qui carattere di chiamata, ovvero non si prospetta come ciò che richiama e ripesca qualcosa da un passato che poi verrà ripresentato e assunto a immagine, ma è l'immagine stessa che accoglie qui la chiamata e, in questo senso, non è neppure in questione il corso inverso, cioè il passato che prepotentemente ritorna come ciò che non ha mai mutato la sua forza e che sarebbe capace e spinge verso il suo presentarsi nuovamente, magari in forma nuova, magari presentando l'immagine come sintomo. Se si pongono queste negazioni in quanto vere, significa allora che non si dà l'immagine del passato, ma nemmeno l'immagine si codifica come eterno presentarsi nel presente del passato, grimaldello di una ricerca di immortalità fin troppo umana (nel senso di spasmodici inseguimenti senza fine per la fine nel mondo). Ciò nonostante in Mnemo si sente una qualche umanità, ma non nel senso dell'umano indifferenziato e generale, dell'empatico e sensibile, di un valore universale, ma come ciò che risponde in qualche modo all'evocazione dell'immagine come colei che si porge al cinema e di cui l'uomo è - o sarebbe - chiamato a rispondere - eticamente. L'atto evocativo qui si fa preghiera come ciò che umilmente permette l'aprirsi verso quel Dio che nel mondo semplicemente non si trova, se lo si cerca come ciò che ne fa parte alla maniera degli altri essenti. Tuttavia questa preghiera si situa proprio in questo mondo, che ritroviamo però nello spazio del cinema, e qui si può giungere e congiungere con la chiusura della realtà, facendosi, considerevolmente, nell'immagine: in questo senso non troviamo riferimenti e, nonostante tutto, non troviamo nulla che rimandi a una data immagine, sentiamo piuttosto, questo è vero, ma non fa certo parte del senso figurativo dell'immagine (e, d'altronde, non è mai stato questo il punto), una litania suonata da Filippo Sbrancia, il quale la crea per essere immanente all'immagine stessa, non semplice accompagnamento, ma anzi ciò che sviluppa l'immagine. Si tratta di una preghiera, quindi, che implica anche una chiusura per il fatto stesso di realizzarsi nella realtà e tramite le sue tecniche, ma è nel cinema, probabilmente, che potrà continuare ad aprirsi, continuamente chiudendosi perché appartenente all'uomo e alla sua realtà, ma comunque sempre nella quasi costrizione di perpetuarsi e aprirsi in quanto continuamente nella possibilità di tendere verso Dio. In questo senso allora l'immagine di Mneno ci sembra un'immagine estremamente ricca, nel senso più ampio possibile, ovvero come ciò che non tanto cresce, bensì crea continuamente. Questa creazione perpetua non ha quel carattere d'immortalità di cui parlavamo prima - che comunque abbiamo negato fin dall'inizio - anche perché non ha in sé la morte o la vita, in quanto nella vita fa parte la morte, ma meglio si origina. Ma cosa ne è di un possibile esaurirsi o di una possibile stanchezza del perpetuarsi dell'immagine? Forse, e più probabilmente, si poteva essere esausti per una sperimentazione accanita, ma, almeno qui, in Mnemo, di questa stanchezza non c'è traccia, il che non non implica che non possa esserci, anzi, più probabilmente, è nell'incontro con la realtà che avvertiamo più radicata questa stanchezza, dove sentiamo il peso di una tensione che non riesce a tendere a nulla perché la possibilità ci è negata e ci è negata non tanto dalla mancanza di forze esterne, bensì dal distendersi di tali forze. Ciò che ci immerge in questo cortometraggio, più che una sorta di stanchezza, sembrerebbe invece lo strascicarsi delle immagini, dove qui lo sforzo, oltre a tendere verso una stratificazione dell'immagine, preme in questa tensione di possibili che si sfiniscono senza esaurirsi ed è da qui che deriva lo strascicarsi. Quest'inesauribilità, se da una parte stratifica l'immagine, dall'altra la porta a un continuo tendersi, ovvero nel tendersi di una preghiera senza immagine, che alimenta l'immagine, quell'immagine di cui non ne vediamo tanto il compimento, bensì una lotta contro lo stendersi delle forze.


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