Luna e Santur



L'ultimo cortometraggio di Joshua Gen Solondz, Luna e Santur (USA, 2016, 11'), è davvero qualcosa di disturbante e come tale si connette a livello viscerale, in un modo quindi che oltrepassa le barriere che innalziamo inevitabilmente quando siamo di fronte a qualcosa, siano esse semplici strutturazioni che permettano la sopravvivenza o meccanismi di difesa, non tanto contro l'altro ma anche per l'altro. Capiamo fin da subito che dichiarare in questo modo la visceralità del cortometraggio di Solondz, e tentando così di scriverne, ci pone in una situazione in cui si palesa immediatamente la non necessità dell'utilizzo di espressioni colorite e accattivanti ma, anzi, ciò che riscontriamo è il tentativo di esprimersi, e nello stesso tempo intendersi, a tutt'altro livello, un livello che colpisce più precisamente il corpo. Questo non si presenta a noi come ciò che esprime, diversamente che a parole, qualcosa di altrimenti nascosto, corpo come luogo di rilevazione e rivelazione del sintomo, ciò che viene alla luce in forma deviata, spostata dalla sua origine, luogo quindi di un espressione che avviene più in profondità. Infatti, questo porsi immediatamente come viscerale scardina, forse paradossalmente, le proprietà e gli intrecci, i collegamenti e le relazioni tra un supposto fuori e un altrettanto supposto dentro, appigli di una realtà inviolata. Tutto accade, in Luna e Santur, a livello corporale e quindi anche di pellicola, lì dove questa si altera anch'essa mostrandosi come quello strato disturbante della visione limpida, adeguata, contenente (nella sua doppia accezione, come qualcosa che contiene, che accoglie i sintomi e come qualcosa che ha al suo interno i suoi oggetti, i suoi contenuti). I corpi di Luna e Santur sono però corpi nascosti da un velo bianco - per le due donne - e un velo nero per l'uomo. Se si coglie subito questo, non si coglie altrettanto immediatamente a cosa si nascondono e il motivo, ma questo ha davvero poca importanza nel momento in cui i corpi non si pongono come oggetto propriamente di visione, ma a questa piuttosto cercano di dar fastidio, accecando gli occhi, e operando insieme, in quanto film, come ciò che, attaccando il soggetto, lo ingloba. Tra le altre cose, non possiamo dire davvero che il loro sia un nascondersi, perché, in fondo, la loro azione è totalmente manifesta, esposta non tanto alla videocamera, bensì a un gioco erotico a tratti inquietante che sembra reiterare un episodio principe: se, come detto prima, il film si pone visceralmente e non solo ingloba ma è inglobante, tutte le strutture e i diversi livelli cadono miseramente, divenendo tutto ciò che è e tutto il dove, scardinando totalmente un dentro il film e un fuori dal film. Come possiamo noi, a riscontro di ciò, parlare ancora di corpi che si nascondono dietro un velo, di individui mascherati: non siamo nella nostra realtà composta da persone, siamo in un film che non chiede a chi guarda di credere a ciò che vede come se fosse vero, di porsi come semplici spettatori, ma Luna e Santur è tutto il nostro mondo, un mondo però in cui siamo in una condizione di shock permanente della vista, in cui ciò che vediamo non ripresenta se stesso, perché non c'è, in realtà, una reiterazione di episodi traumatici passati, non ci sono interpretazioni di ruoli e nemmeno interpretazioni di sé. Il trauma non ha tempo, non è collegabile a coordinate spazio-temporali, non solo perché possiamo non averne ricordo, perché è nell'inconscio, il quale è senza tempo e non ha propriamente luogo, ma piuttosto per il fatto di porsi come atto scardinante il soggetto, come ciò che, quindi, scoordina e scollega per sua stessa natura, destruttura, lacerando, ogni possibilità di rappresentarsi all'altro e allo specchio. Questa, chiamiamola così, condizione, ci porta a introdurre i fantasmi come coloro che non riescono a ripresentarsi nel presente, a rappresentare un sé che avviene nel passato. Ma c'è dell'altro, infatti il passato è anche ciò che si proietta in avanti, ma in quanto fantasmi, in quanto de-soggettivizzati completamente, non portano avanti nulla, non rientrano in un processo di soggettivazione, cioè non si presentano, in quanto presentarsi è sempre uno stare nel presente, e quindi perdono di qualsiasi soggettività, come quel presente derivato da un passato e un futuro. Quella dei fantasmi è la mancanza di rappresentazione totale, di completa distruzione di ciò che ci attacca alla realtà. Ecco allora il perché della visceralità, come ciò che, fin da subito, capivamo non fosse semplice coinvolgimento verso qualcosa, o l'utilizzo ingenuo di espressioni, ma radicale spinta data dal processo di inglobamento in ciò che più di tutto ci è solitamente estraneo, questo mondo senza rappresentazioni, che ci disarma totalmente e ci disarcora dalla nostra realtà. E il mondo, ogni tanto, accade che muoia.


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