Liguria



Sembra quasi un film delle vacanze, una sorta di diario breve scandito dalla semplicità di pochi accadimenti ed esplorazioni brevi, concentrate, che ci ricordano precisamente quei rari momenti in cui pensiamo, guardando un luogo nuovo, di averne colto qualcosa, seppur a noi estraneo e sconosciuto, qualcosa di intimo e neanche tanto fugace, ma di cui siamo perfettamente dentro, riscontrando allo stesso tempo una particolare estraneità. Così si presenta di primo acchito questo recente cortometraggio di Chris H Lynn, Liguria (USA, 2016, 7'), il quale riprende appunto proprio una parte del paesaggio ligure qui in Italia. Una sorta quindi di diario e con ogni probabilità questo suo porsi come tale è legato strettamente a come è stato girato, perché non è sufficiente focalizzarsi su ciò che si manifesta, la visita della Liguria in sé, ma soprattutto per quel riprendere così fisico e quindi che ci è vicino come corpo abitato. Un film che ci tocca propriamente con lo sguardo e che, soprattutto e sopra ogni altra cosa, tocca ciò su cui si posa e noi, compenetrati nello sguardo, a nostra volta sentiamo la possibilità del tocco: certo, parlare di uno sguardo fisico suona un po' strano e i termini non giocano a nostro favore se non esclusivamente nell'ordine della risonanza che ci provocano, una sorta di intuizione su ciò che effettivamente sembra e che è lì lì per affiorare ma che tuttavia sta già differenziando e differenziandosi. Una fisicità, ancora, che è ben radicata proprio perché primordiale, che smuove quei ricordi senza immagine, quelle fisicità sentite delle prime tracce lasciate su di noi e lasciate con il mondo esterno, i primi sfioramenti, i primi approcci, non tanto del nostro corpo come corpo pensato, consapevole, ma quel corpo delle sensazioni tattili che, lungi dall'essere confusionarie e non organizzate, forse, sono sentite radicalmente nonostante siano scevre da strutturazioni che deviano e derivano il sentire della traccia. Questo sguardo fisico è ciò che sradica completamente la calendarizzazione degli accadimenti, il loro strutturarsi entro i ritmi che, pur rifacendosi al ciclo giorno e notte, e accanto a questi, si pongono solitamente come programmazione giornaliera, dove qui la programmazione ha preso il posto della disciplina e orienta invece i corpi a ripartirsi, controllarsi e organizzarsi da sé in una parvenza di libertà e autodecisione. Se questa calendarizzazione non avviene allora non possiamo davvero parlare di diario nemmeno come testimonianza del nostro passaggio, dove la testimonianza è resa come strumento che attesta l'esserci stato e poco importa se, cercando questo cortometraggio in rete, troviamo indicazioni di twitter che sembrerebbero mettere in dubbio quest'assenza di programmazione, ed è lo sguardo stesso a disarcorare completamente questo tipo di azione quotidiana dalla visione stessa dell'uomo, una visione che era precedentemente pre-orientata a vedere e ciò che vedeva era limitato a certe cose, il che non significa semplicemente che era organizzata percettivamente, ma che era sempre posta verso scopi che indirizzavano il soggetto verso il compimento di qualcosa. Qui l'uomo, lungi dallo scomparire o, peggio per chi l'ha pensato, dal purificarsi, è ciò da cui tuttavia proviene anche il cinema: risulta così essere non tanto il fondamento del cinema ma proprio la sua percorrenza necessaria, percorrenza che porta in parte alla realizzazione e quindi a una certa perdita che si concretizza in una fisicità dello sguardo sconvolgente per quanto delicata. Non è possibile con ciò marcare una differenziazione tra Liguria e le riprese che possiamo fare noi in un posto x e non lo è perché è lo stesso Liguria a mancare di una base o degli appigli per poter porre un problema di legittimazione, il che non significa trovare una scorciatoia per non problematizzare, bensì trovare quella via breve data dal cortometraggio stesso, che fa della problematizzazione un gioco intellettuale che riguarderebbe in fondo il chiedersi cosa si vede e il come lo si vede, ponendoci giudici di una realtà, come solitamente facciamo, ma che qui, in Liguria, non è effettivamente presente. Tale assenza non traccia una mancanza nella pellicola ma la radica come affermazione di un'immagine che rimane appartenente al cinema, brulicando continuamente senza compiersi, ma ricercandosi continuamente, posandosi sulle cose senza registrarle, senza trattenerle a sé: sguardi che tracciano, fisicità di sguardi..  


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