Le bulbe tragique



«Quello che realmente conta è essersi ricordati delle azioni, 
delle cose essenziali, dell'essere e del vivere e quindi della perdita.»
(Al Razutis)

Le parole di Al Razutis, nell'ultimo film di Guillaume Vallée, Le bulbe tragique (Canada, 2016, 6'), fanno da marchio a una sconfitta che è ben più di un esistenziale in senso proprio ma è in sé l'esistenza medesima - l'esistenza nel suo compimento ultimo. In questo senso, il presente è quello del ricordo, il che precipuamente non significa l'atto del ricordare o del ricordarsi, dell'essere ricordato, quanto, più profondamente ancora, il punto di coalescenza tra l'atto, sempre e comunque performativo, del ricordare e la falda temporale cui quest'atto si riferisce. Non una contemporaneità, dunque. Semmai, una coalescenza estrema, che pone l'indecibile a fenomeno temporale chiave, ed è qui, sostanzialmente, che si pone l'esistenza in quanto tale: «Quello che mi colpisce più di tutto nel vostro teatro, nel vostro universo, è il ricordo che siamo tutti soltanto per un attimo, e niente di più». L'esistenza non si manifesta in ciò che viene ricordato né avviene nel momento in cui si attiva la memoria e si pone in essere l'atto rammemorativo. L'esistenza è, nella sua opalescenza, la coalescenza medesima di atto rammemorativo e ricordo, in ciò non può certamente che essere fugace, istantanea, fulminea, ma non è questo che più colpisce di essa, il suo carattere essenziale; il carattere essenziale e determinante dell'esistenza è il fatto di porsi - come dire - tra due nulla, e per ciò che si definisce come effimero: l'esistenza è l'effimero. Se, infatti, l'esistenza è il punto di coalescenza tra il ricordare e il ricordo, allora essa non può che porsi in maniera tale da esistere in una maniera totalmente diversa, ad esempio, dal ricordo. Il ricordo, in effetti, non esiste. Ciò che esiste, propriamente parlando, è l'esistenza, la quale, definendosi secondo la coalescenza di cui sopra, non può che portare a definire ciò che la precede in modo differente, per non dire antitetico, rispetto a essa, il che, naturalmente, non significa tanto che il ricordo, ciò che è accaduto e non si ricorda non esista quanto, semmai, che sia d'altra specie rispetto all'esistenza, di cui si può dire in maniera eminente che esista: «C'è il tempo, un ricordo, ma è tutto effimero, io ricordavo l'immaterialità del tempo, dello spazio e della materia, ma in definitiva al protone non frega un cazzo di niente, e il composto chimico non ha altro senso che essere un fattore del ciclo universale di decadimento finale», dice Razutis. Ciò di cui qui si tratta, dunque, non è porre un assoluto dell'esistenza, rispetto alla quale tutto è niente, bensì, assumendo rigorosamente questo assoluto, recuperare quell'interstizio tra cui tutto è niente e niente è tutto: le modalità dell'esistere sono molteplici, e anche il nulla, in ultima e definitiva istanza, non può che conservarsi in quanto tale. La non-esistenza non esiste, ma questo non esistere dev'essere pensato non come contrapposto all'esistenza quanto come un movimento proprio e intimo dell'inesistente. L'inesistente inesistisce, e la grandezza del regista canadese tra, per l'appunto, nel saper fare affiorare in maniera manifesta quest'inesistenza; da questo punto di vista, l'esistenza è solamente un appiglio, dato a chi esiste, ad esempio lo spettatore, affinché egli possa percepire, per quanto in lontananza, la presenza pressante di un'assenza rispetto alla quale la sua, cioè di chi esiste, ad esempio dello spettatore, presenza un limite. Così, l'immagine non può che attanagliarsi su se stessa, essa è precisamente la soglia: soglia che non delimita l'esistenza dalla non-esistenza, ma, semmai, sono precisamente l'esistenza e la non-esistenza a farsi rispetto a essa. In un modo che è impossibile da dire, com'è peraltro giusto che sia, visto che ciò pertiene più all'immagine che al linguaggio, solo la soglia è, in un senso dell'essere che solo parzialmente può rinvenirsi nelle categorie di esistenza e non esistenza; la soglia, infatti, è all'origine, ed è l'origine: essa è l'universo, e non si andrebbe poi così lontano dalle intenzione di Guillaume Vallée - noi crediamo - a ritrovare nella sua opera un afflato brakhagiano tale per cui essa è, a tutti gli effetti, un film-cosmo, un'opera cosmica, ma ciò, a differenza dell'ultima produzione brakhagiana (giusto per rimanere in tema dell'esempio appena proposto), non fa di Le bulbe tragique uno spazio-tempo in cui - come dire - il cosmo si fa e si trattiene in esso, anzi è vero il contrario, che ciò proprio per l'afflato cosmico che la permea e la pervade l'opera di Vallée non può che smarrirsi cosmicamente, lasciare il cosmo, comunemente inteso, fuori di sé, poiché esso esiste. La cosmologia di Vallée è tanto più metafisica quanto disperatamente ancorata all'immagine, un'immagine che è già una domanda sul cosmo, su quel suo senso che non può limitarsi a un'esistenza integra e semplice, unitaria. Il cosmo di Vallée è metafisico, e qui il canadese si differenza da Stan Brakhage. Ma anche, il cosmo di Vallée è esistenziale nella misura in cui pertiene non a un'integrità ma un'immagine prima dell'immagine, e in ciò si differenzia invece dall'altro grande cosmologo dell'immagine che è, oggi, Takashi Makino. Il cosmo, in Le bulbe tragique, è l'immagine del cosmo che precede il cosmo in quanto tale, un'immagine, la sua, capace di tenere uniti, in una coalescenza assoluta, tanto l'energia quanto il buco nero. Il cosmo, in Le bulbe tragique, è la coalescenza di esistenza e non esistenza, un cosmo prima del cosmo, e l'immagine è questo cosmo, questa indeterminatezza di esistenza e inesistenza, nonché la loro più feroce indiscernibilità: dell'immagine non si può dire che essa è, ma neanche essa non è; l'immagine sfugge alle categorie per porsi come soglia rispetto alla quale le categorie di essere e non essere, pieno e vuoto, esistenza e inesistenza e via dicendo, assumono senso, ma non perché sia essa a porle, essa è indifferente a queste e sono semmai queste categorie a disporsi, determinandosi essenziatamente, al di qua o al di là della soglia-immagine. Le parole di Al Razutis, che come quelle di un Dio provengono da chissà quale profondità di uno sperduto antro cosmico, non fanno, allora, che avvicinarci all'esperienza di una simile origine, il che significa: alla percezione di una perdita fondante e fondamentale. L'effimeratezza di chi esiste, infatti, è tale perché egli esiste. Esistendo non è o, meglio, esistendo non può che percepire una frattura tale da sentirla come propria costitutiva. Esistendo, egli non inesistisce, e sta qui la sua effimeratezza, un'effimeratezza che non può compiersi se non passando attraverso la frattura, il dolore della separazione a ciò che non esiste e, come tale, non l'inerisce, così come l'inesistenza stessa non può essere inerita dall'esistenza. Naturalmente, questa effimeratezza è un premio, e questo è anche, se vogliamo, il lato più politico dell'opera di Vallée: bisogna viverla, quest'effimeratezza, sentirsela addosso, e ciò è possibile solo subendo quella separazione. Come? Di certo, non pensando all'inesistenza. Più profondamente ancora, l'effimeratezza deriva da un pieno d'esistenza. L'esistenza, non inerendo l'inesistenza, non ha a che fare con essa, sicché il dolore della separazione, la percezione di un'integrità ormai perduta, la tragica consapevolezza, che pertiene allo sguardo, di non essere (più) un individuo cosmico, non può che passare per l'esistenza, colta nel suo pieno. Un pieno che tradisce la totalità dell'esistenza, scartandola...e riferendola così a ciò che manca. Ciò che manca è l'inesistenza, la quale non può che mancare. Ma questa mancanza è avvertita, ora, come peculiare dell'esistenza, e quindi in soggettiva. L'effimero, allora, è di ciò che esiste, è ciò che esiste a essere effimero, con buona pace di Leibniz: e non può che esistere in quanto, cioè perché, effimero. Il bulbo tragico, allora, assume connotati strani, per non dire inquietanti. Non è la visione, infatti. Il carattere tragico del bulbo non è derivato da un'immagine che vede, ma dal fatto di non poterla vedere per sua propria costituzione. Ma in ciò risiede anche il carattere più interessante dell'opera di Vallée; infatti, per tutto ciò che abbiamo finora detto, appare chiaro è proprio in relazione al bulbo oculare che noi siamo, che noi esistiamo in quanto esistenti. È la vista, in Vallée, l'esistenziale primo. Una vista non cieca ma, anzi, protratta all'invisibile. Un bulbo, meglio. Un bulbo che, nel suo disperato tentativo di vedere, si espone a ciò che non vede: da una parte l'occhio, dall'altra ciò che verso cui l'occhio si fa occhio, in un movimento soltanto asintotico. L'occhio cerca l'invisibile. Ed è questa ricerca la sperimentazione, l'integrità di ciò che vede e di ciò che si cerca di vedere ma non può essere visto l'immagine propriamente cinematografica, cioè cosmica, di Le bulbe tragique.

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