Winter trees



Girato nei periodi invernali che intercorrono gli anni tra il 2012 e il 2014, Winter trees (USA, 2014, 3') è uno dei cortometraggi disponibili in rete del regista Chris H Lynn, il quale condivide spesso in internet non solo suoi cortometraggi, ma anche composizioni musicali consistenti in field recordings, pezzi ambient e suoni derivati dai suoi stessi film. Ma Chris H Lynn è anche una persona che sa stare nel silenzio e se è infatti vero che il cortometraggio in questione sia senza suono, è anche vero che ci sia una certa armonia interna che in qualche modo risulta dalle immagini, certo, ma sono appunto queste che aprono a qualcosa di diverso dall'immagine in quanto tale e ciò che ne risulta da questa apertura è sostanzialmente immanente ad esse e tuttavia le trascende in qualche modo, quasi avvolgendole. Ma prima di sviluppare questa intuizione iniziale, bisogna partire proprio dalle immagini e da come si mostrano. Potremmo dire, banalmente forse, che in Winter trees ci sia una certa esplorazione del luogo incentrata su un paesaggio boschivo, in cui l'uomo circola tranquillamente per mero passaggio, luogo quindi che assume in sé l'esplorazione per mezzo della macchina da presa guidata dall'uomo, in cui lo strumento, quale intermezzo fondamentale, è ciò che più di tutti permette l'esplorazione medesima e lo fa radicalmente, cioè in modo che sia quasi il cinema a guidare l'interazione. È lo stesso regista a porre la strada verso questa visione del cortometraggio dicendo che la maggior parte delle sequenze sono state montate in camera, la qual cosa assume rilevanza per un certo modo di porsi del regista stesso al mezzo e al film, un modo che, anche qualora fosse una maniera, annulla il suo carattere di metodologia intesa come struttura, di modo di fare meramente tecnico e personale. Difatti l'esplorazione di Lynn è del tutto caratteristica se vogliamo, ma di un carattere che non ha nulla a che fare con la sua personalità, quanto piuttosto, più primariamente, a un modo di assumere lo sguardo in sé che sottende ai vari cortometraggi, un modo che fa fuoriuscire i possibili dell'immagine nel luogo realtà stessa, nella macchina da presa e quindi praticati in un qui e ora che è più di un semplice punto di partenza per il cinema ma il luogo stesso in cui avviene tale cinema, il che viene così radicalizzato mettendo a tacere ogni fraintendimento possibile e ne fa la condizione stessa per la visibilità del film. L'interesse infatti che muove Winter trees è più di una semplice esplorazione del luogo, perché siamo posti di fronte a una particolarità tale che ridefinisce lo stesso carattere esplorativo e ne fa, appunto, qualcosa che non può soggiacere, per sua stessa natura, a una qualche struttura. Possiamo inizialmente partire da un ragionamento molto semplice, che vede solitamente l'esplorazione pensata come ciò che deriva da un io e il porsi dell'ambiente in uno stato di apertura tale da esporsi per essere visto, per darsi all'io. Tuttavia Winter trees è molto più di questo e anzi fa crollare questa semplice teoria che possiamo avere. Il problema qui non è solo quello del darsi per essere visto, in un'estasi che, sembrerebbe, essere sì legata al soggetto ma in un rapporto di qualche dipendenza. La grandiosità di questo cortometraggio sta tutta qui, nell'affrontare l'esplorazione in una condizione di immanenza assoluta, il che significa che non si può parlare più di semplice esplorazione. Lo abbiamo detto prima, l'uomo qui è semplicemente di passaggio ma lo è perché è nella sua quotidianità, la quale lo porta a spostarsi per raggiungere un luogo o a passarne attraverso per motivi ludici e tuttavia è nel rapporto con la macchina da presa, con ciò che permette l'attraversarsi della realtà in immagine, che il luogo in questione non è più ciò che si espone per essere visto e quindi permetterci di capire che fare in esso o, anche, con esso, ma è nel mezzo stesso e nell'immagine stessa, che viene a crearsi e montarsi in camera, che avviene l'esplorazione più interessante, in un allontanamento, anche se per pochi minuti, dello spezzarsi quotidiano del soggetto e dell'ambiente per farsi in un avviluppamento delle parti. Si era partiti infatti da un'intuizione iniziale che qui si radicalizza pur rimanendo dell'ordine dell'immagine, intesa come proliferazione di possibili, e quindi mai davvero concretizzata pur nell'immagine, non qualcosa a cui aggrapparci o solidificare il nostro sguardo che non trova oggetti. C'è l'irradiazione che avvolge il luogo e gli oggetti stessi, gli alberi, i rami, il fiume, la nebbia, la terra e così via. Questi sono avvolti dall'irradiazione in una maniera tale per cui non solo si registra una sorta di compenetrazione tra gli elementi, ma anche con l'irradiazione stessa, che non opera qui come ciò che permette il darsi alla luce delle presenze, ovvero condizione di possibilità della vista del luogo stesso (un luogo in cui non c'è differenza tra soggetto e ambiente perché già compenetrati tra di loro in questo maniera di porsi) ma come ciò che soprattutto porta al cinema, non tanto quindi all'immagine come mera cattura di oggetti. Ci sembra con ciò di essere di fronte a qualcosa di radicale, qualcosa che radicalizza la questione dello sguardo e dell'immagine stessa, in un'esplorazione che non è più esposizione ma compenetrazione e avviluppamento del luogo, qualcosa che può essere visto solo attraversando le possibilità e condizioni tecniche del cinema.

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