Robert Todd - Lost satellite #4. Mecoledì, 12/10 (NABA + secondo ciclo di proiezioni)


Siamo giunti all'ultimo giorno più che stremati, ed entusiasti. C'è stato qualcosa, in queste tre giornate, d'irripetibile e meraviglioso, una singolarità che non mancherà perché noi stessi non siamo mancati a essa quand'è accaduta. Certo, l'incontro alla NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti per gli imbruttiti figlidipapà milanesi, è stato qualcosa di oltraggioso, e questo - ovviamente - non per Todd, quanto proprio per l'ambiente. Un ambiente meschino, futile. Gente che entra ed esce dall'aula durante l'ora di lezione, film visti da YouTube (e non solo a qualità scarsa, ma con il player di YouTube a coprire i lati superiore ed inferiore dello schermo) su uno schermo accecato dal sole, ignoranza generale: questa, almeno, la lezione cui avevamo assistito, essendo arrivati noi in anticipo. Una lezione in cui di fatto non si faceva che mostrare film, dando come riferimento giusto il titolo e l'autore dell'opera, qualche volta l'anno. Prima di questo stupro alla cultura cinematografica, l'insegnante ricorda alla classe che, di lì a un'ora, avrebbero avuto l'incontro con Robert Todd, e fa questo rimarcando più volte il fatto che sia un regista «indipendente», dice lei, e che «indipendente» non significa che sia contro l'industria cinematografica, ne è semmai una protesi, un appendice. Pelledoca e tanti porchiddii, insomma. Poi, però, arriva Todd. Arriva che noi stiamo fumando, e noi diamo un'occhiata alla porta da cui entrerà: un foglio A4 appiccicato accazzo sul vetro di questa, con scritto, a indelebile nero, ROBERT TODD AULA E1.1. Così quelli della NABA accolgono Todd. E, en passant, vale la pena sottolineare che la retta alla NABA è di diverse migliaia di euro. Ma tant'è. Purtroppo, siamo in Italia o, meglio, siamo in Italia e purtroppo l'Italia è quel che è, quindi presumo che altri posti non vi fossero per ospitare Todd. Tuttavia, è curioso, quantomeno per noi, che Todd sia stato alla NABA, un evento che solo in Italia può accadere e che forse proprio da questo fatto assume le caratteristiche dell'evento. A ogni modo, l'aula era piena, tant'è che facciamo fatica a trovare posto, così prendiamo delle sedie e lo spostiamo nel corridoio che divide i due campi di sedie, ostruendolo e un po' sperando di chiudere ogni uscita di sicurezza: lo spirito della Baader-Meinhof che era in noi sussultava. Cazzate a parte, c'è davvero di che riflettere. Del resto, le domande sparse dei bimbi - pardon, futuri regggisti più che emergggenti - della NABA davano a desumere di un QI calcolabile entro un parametro che compreso tra Willy il Coyote ed Anna Maria Franzoni. Seriamente, è stato qualcosa di imbarazzante. Da gente che citava film random [leggi e/o piangi: Cove (USA, 2012, 7'), guarda caso] per chiedere come mai in alcuni film utilizzasse il b/n mentre in alcuni altri il colore ad altre teste d'uovo che, semplicemente, tentavano di farsi notare domandando di ancora altre amenità (no, non è del tutto vero: la prima domanda, quella di Poma, era interessante, peccato però fosse la sola)... insomma, uno strazio mortale, se non fosse che almeno ho capito quanto Cove sia commerciale. Per il resto, un velo pietoso. Gli studenti della NABA mi sembravano come tanti marocchini, che non sono tutti uguali - è che sono propri tutti la stessa persona. E allora uno dice: «Eh, va be', chissenefrega, fan la NABA». Ma il problema non è questo. È che lì ci fosse Todd. In Italia, gli spazi sono questi. È questo che fa rabbrividire. Che un incontro a Milano con Todd non sarebbe potuto esserci se non per la NABA. Così, chiedo a Todd ragguagli a proposito di The institution (USA, 2015, 7'). Gli chiedo, cioè, come sia riuscito a rapportarsi all'elemento istituzionale in alcuni dei suoi film, come appunto, contrapponendoli, The institution e Paris, Lab (USA/Francia, 2013, 6'), girato all'Abominable. Lui mi risponde riferendosi a Office suite (USA, 2007, 15'). Allora, eravamo rimasti che la luce è nel mondo. Come abbiamo tentato di sottolineare nell'ultimo post, per Todd la luce è un elemento del mondo. La luce sta nel mondo. Il cinema è un modo del «c'è» del mondo. La luce, in questo senso, non è un trascendentale, ma il sorgere stesso del mondo. Il cinema fa sorgere il mondo nella misura in cui il mondo «si» sorge nel cinema. Il cinema permette, oggi, di vedere la luce del mondo, nel mondo. Ma che accade, chiedo a Todd, quando la luce è artificiale? quando, cioè, l'istituzione, come foucaultiano regime di visibilità, dirige la luce? crea la luce? Che ne è del cinema, e cosa può il cinema rispetto l'istituzione? Todd cita Office suite, e dice che tutti prendono seriamente quel film, quando in realtà non è che uno scherzo. La luce artificiale non dev'essere mostrata, cinematograficamente parlando; ciò che dev'essere mostrato è l'artificiosità della luce. Perché la luce artificiale fa schifo, e allora che fai? un film schifoso? In effetti, sì. Se la luce è del mondo, cioè del mondo nel suo schiudersi, e come tale appartiene al cinema, allora il cinema, rispetto all'istituzione, non può che farsi in un'aderenza che è al contempo un focus e un'amplificazione. Il problema, sembra dire Todd, non è che ci sia l'istituzione, è che non la si veda. Così come non si vede la bellezza di un fiore, la luce di/in un fiore, così non la si vede nell'istituzione, che è un regime di visibilità. Il cinema deve cogliere la luce - del film e dell'istituzione. Non si tratta di criticare l'istituzione ma di mostrarla per quel che è: un apparato di luci artificiali e artificiosità luminescente. Todd, nei confronti dell'istituzione, ha lo stesso identico atteggiamento che ha nei confronti delle piante e delle nuvole, per così dire. Il cinema non dev'essere critico, non deve guerreggiare coll'istituzione. Deve mostrarla per quel che è. Perché, di nuovo, così com'è noi non la vediamo. Così come non vediamo la luce della/nella pianta. In questo senso, e a voler radicalizzare il discorso di Todd, il cinema vivente dovrà fare a meno dell'istituzione in quanto tale, cioè di essa come regime di visibilità. Scrivevamo: «Il cinema permette, oggi, di vedere la luce del mondo, nel mondo,  il che non significa forse che, una volta che avremo imparato a scorgere la luce nel mondo il cinema scomparirà? che quando scorgeremo la bellezza, come Todd la vede quasi istintivamente in un ramo spezzato su un tombino o in una chiusa portuale, non avremo più bisogno del cinema? Nient'affatto. Quando impareremo a scorgere la luce nel mondo non è che non avremo più a che fare col cinema, che non avremo più bisogno del cinema, ma entreremo in quello stadio che Saint-Pol-Roux definisce «cinema vivente». Il cinema sarà vivente, il mondo vivrà cinematograficamente.». In un modo che non mi sembra la sede ora di precisare, ne va anche del cinema come istituzione. Paris, Lab lo mostra benissimo. Certo, L'Abominable non è un'istituzione, ma il poter vedere L'Abominable implica, se non una visibilità di regime, come in Office suite, quantomeno un regime di visibilità istituito dallo spazio-Abominable. Comunque sia, non è questo il punto. Il punto è, semmai, la luce - in tutta la sua più piena ineluttabilità. Robert Todd è interessato alla luce proprio per questo. Non come elemento neutro, ma in quanto santità. Viene in mente, allora, Wallace Stevens. L'angelo di Wallace Stevens annuncia cosa? Annuncia la luce. La luce è ciò che risolve/assolve il mondo. Il mondo è luce nella misura in cui il quotidiano stesso è miracolo, e l'annuncio, spaesante, dell'angelo riguarda proprio questo: che il quotidiano sia miracolo. L'annuncio angelico, in tutta la sua divina singolarità, annuncia del quotidiano ciò che è altro dal quotidiano. L'annuncio è divino nella misura in cui riguarda il quotidiano così come non lo si è finora visto... (e non è un caso che l'angelo, questo, l'annunci a dei contadini.) Robert Todd, in fondo, fa questo. Ma fa questo in tutte le sfaccettature possibili. Non soltanto con Cove, ma anche con The institution. Perché allora la miracolasità del quotidiano si dissolve o si amplifica. Che ci sia del quotidiano, questo è il miracolo? Non proprio. Preservare la singolarità della foglia, di un getto d'acqua, di una nuvola di polline - e avvenire in esse... questo è il miracolo. Il miracolo è credere nel miracolo, e crederci nel momento in cui questo miracolo è il quotidiano. Significa credere nel quotidiano. Significa, anche, smettere di credere in ciò che non è quotidiano, come la burocrazia, che, il quotidiano, lo inceppa e via dicendo. Ma significa anche, e questo ci porta all'ultima parte del nostro post, quotidianizzare il miracolo. Meglio, non si tratta di banalizzare il miracolo, di rapportarlo alla routine. Ma di rapportare la routine al miracolo. E la routine non sono solamente i bambini che giocano intorno a una fontana. Il quotidiano è anche la morte che investe le cose. Un'altra istituzione. La morte è comunemente, cioè mediamente, intesa come miracolo in quanto frattura del quotidiano, ma la morte è in sé la quotidianità. Il programma presentato a Milano per il secondo ciclo di proiezioni porta allora ad emergere un altro Todd, il che comunque non fa del programma di Milano qualcosa di didascalico, almeno a nostro intendere. Santini e Torri hanno costruito, come dicevamo nel primo scritto di questa serie, un programma che è unico ma soprattutto univoco. L'evento è unico, ma si dice in due modi. Milano e Pesaro. A Pesaro, la vita. A Milano, la morte. (Volendo mooolto banalizzare.) Todd è il regista della morte. Nel senso: in quanto interessato alla luce, a ciò che s'è detto a proposito di essa e via dicendo, Todd non può che cogliere il divenire delle cose. E il divenire implica tante piccole morti. La quotidianità ne è intrisa, di morte. Non la morte dell'altro, ma la morte mia e dell'altro, sì, ma nella misura in cui ne partecipo. La morte, in Todd, non viene così a farsi di contro al quotidiano, ma in esso e per esso. Il quotidiano muore - e non può che morire. L'abbiamo visto a proposito di Golden hour (USA, 2009, 16'), l'ora in cui non c'è una sorgente luminosa ma c'è comunque luce. Quest'esserci della luce, questo «c'è» della luce è ambivalente, pertiene tanto alla vita che alla morte mediamente intese; ma profondamente intese, la vita e la morte non sono che momenti della luce. La luce è l'esistenza. L'esistenza è un divenire che non può che morire, 24fps. L'immagine cinematografica si fa disfacendosi, fotogramma per fotogramma - e il vuoto tra un fotogramma e l'altro. Non si può che morire, si direbbe, e in effetti non si avrebbe tutti i torti a dirlo, ma ancora ci si manterrebbe alloggiati a un livello mediano e mediocre di comprensione. In realtà, non si muore affatto. Né, tantomeno, si vive. Semplicemente, si può esistere. Ma esistere significa comprendersi ontologicamente. Significa, cioè, porsi sul piano dell'Essere, il quale è al di qua del dualismo vita/morte. La vita e la morte non sono che astrazioni, nel cinema di Todd. Il fatto che non si colga la morte in Repair (USA, 2009, 14'), che si faccia di Todd un regista idilliaco, la dice lunga su quanto ancora si sia incapaci di vedere. In realtà, le cose sono più complesse. L'esistenza comprende la vita e la morte, e le precede. Abbiamo visto come Todd sia così interessato a Ingold, e ora, dopo questi due programmi, forse dovremmo cominciare a comprenderlo. Comprendere che la vita come la morte non sono che astrazioni per concettualizzare l'esistenza. Bisognerebbe, da questo punto di vista, vedere il programma di Pesaro in prospettiva di quello di Milano. Non che quello di Milano sia didascalico, perché, appunto, non spiega, non pretende d'implicare i film di Pesaro, facendosi, ogni film di Todd, come inseità eminente, ma, piuttosto, Pesaro e Milano devono essere tenuti assieme, stretti in uno sguardo che li comprenda immediatamente, senza mediazione alcuna. Allora, e solo allora, arriveremo a poter anche solo credere di vedere i film di Todd. Ecco, tutto qua. Questo era ciò che volevamo sottolineare di queste giornate, quantomeno per adesso. Ritorneremo, più in là, ad approfondire alcuni aspetti colti durante Robert Todd - Lost satellite più in là, e allora la sede sarà quella che ci è più consona, ovvero la recensione filmica. Per ora, c'interessava questo. Da una parte, fare un piccolo e nostro, cioè vissuto da noi, perché senza ombra di dubbio altri avranno captato altre cose, insomma fare un piccolo e nostro resoconto dell'evento, dall'altra parte far emergere alcuni punti che, a nostro avviso, sono di vitale importanza per ciò che concerne il pensiero filmico, cioè la visione. Una visione che Todd, che quest'evento, almeno a noi, è stata stravolta, e soprattutto per questa semplice cosa, da cui in fondo parte tutto, e cioè che la luce sia nel mondo, prima ancora che nel cinema. Vorremmo, a questo proposito, ringraziare di cuore Mauro Santini, Gianmarco Torri e Tommaso Isabella (e nessun altro) per aver reso possibile tutto ciò. Veramente, grazie. Aspettavamo questo momento da una vita e insperabilmente è accaduto - e se è accaduto lo si deve a voi, quindi, seriamente, grazie, siete riusciti a preservare dell'evento la singolarità, cosa che non accade così facilmente e che anzi rende l'evento tale. E grazie, naturalmente, a Robert Todd, per esserci stato, per il suo cinema e per avermi corretto quando gli ho detto che sono film come i suoi che portano ad amare la vita, dicendomi che è però anzitutto amando la vita, la luce che è prima di tutto nel mondo che nei film, i quali semmai la colgono e l'amplificano, la fanno emergere in tutta la sua purezza, che si può amare il cinema.

9 commenti:

  1. Sono d'accordo,cioè mi spiace abbiate assistito a quella lezione,io me ne vergogno tantissimo e non ha senso davvero.

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    1. No, daje, è stato interessante. Entomologicamente parlando.

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    2. Rido e piango contemporaneamente.

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    1. Ciao caro, grazie!

      Riguardo quelle tue registrazioni, mi interesserebbe molto, come ti dicevo, vederle, quindi se per te non è un problema scrivimi via mail: qui la mia, talkinmeat@gmail.com

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    2. Sto subendo un attacco da parte degli inventori di imposte.Roba da perdere la testa. Appena riesco a respingerli.....A presto!

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  4. Avevo smesso di leggerti, tempo addietro. Ritenevo le tue idee ed i tuoi pensieri senza senso, eccessivamente ricercati e vuoti. Riscoprendo ora il tuo blog, invece, capisco il progetto, l'intenzione (/whatever) che porti avanti. Riscoprendo certi maestri del passato ho acquisito una mentalità diversa, e quindi colgo l'occasione, con questo commento, di ringraziarti.

    -Alessandro

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    1. Grazie, sei gentile. Non so a che tempo ti riferissi, quando ritenevi i nostri concetti astrusi e vuoti, ma probabilmente è così. Siamo cambiati molto anche noi...

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