Robert Todd - Lost satellite #1. Domenica, 9/10


Ormai ci siamo. Stasera Robert Todd arriverà, finalmente, in Italia, e da domani inizierà la tre giorni intitolata Lost satellite, nell'arco della quale si svolgeranno workshop, incontri e proiezioni. Le premesse affinché avvenga qualcosa di grosso ci sono tutte, e tutte però non sono sulla carta. Prepararsi a Robert Todd - Lost satellite non significa, infatti, fare i bagagli e partire; la preparazione a un evento simile dev'essere una pratica che anzitutto predisponga. A cosa? Al cinema di Robert Todd, fondamentalmente. Un cinema che, come abbiamo più volte notato, tematizza ciò che, quantomeno di primo acchito, sembrerebbe darsi come impossibile da tematizzare, ovverosia la sperimentazione. Per «sperimentazione» abbiamo più volte precisato cosa intendiamo: la sperimentazione è un processo che si definisce per il fatto di non avere un fine e che, in quanto tale, non può avere fine. Tematizzarla, quindi, significa fondamentalmente giungere a una fine di essa, della sperimentazione. Non che si dia, naturalmente, un'immagine della fine della sperimentazione, ma la fine della sperimentazione - questa e soltanto questa - è l'immagine. Di cosa? Della sperimentazione, per l'appunto. Il cinema di Robert Todd, a nostro modesto modo di vedere, è clamoroso proprio per questo. Prepararsi dunque a un evento simile non può in alcun modo comportare una prassi organizzativa; prepararsi a Robert Todd - Lost satellite invece, e più difficilmente ancora, implica, sì, un'organizzazione, ma a patto che essa sia dell'ordine dell'autogeno: è una pratica, quella che richiede un evento simile - e una pratica che si rifletta e si volti, nonché pieghi, primariamente e quasi esclusivamente il sé. Da questo punto di vista, i giorni fissati per l'evento sembrano essere propedeutici a una pratica simile: non il weekend, bensì i primi giorni della settimana, quasi che ci fosse la necessità di uno stacco netto, non dovuto, rispetto a ciò che comunemente è intesa essere l'esperienza cinematografica nella medietà quotidiana. Lunedì, martedì e mercoledì sono giorni lavorativi, e questo crediamo non sia da sottovalutare, non fosse per il fatto che, in effetti, occuparli in un modo piuttosto che in un altro essenzia una scelta operativa che già localizza chi la compie, che già, insomma, soggettiva chi la prende, illucandolo da una parte piuttosto che dall'altra. Del resto, l'abbiamo visto in Deleuze quanto rischioso sia il cinema, dal momento che la sua è un'immagine-tempo e il tempo, come si sa, è precisamente ciò che orienta e decreta l'analisi marxiana del plusvalore. Quindi, dedicare tre giorni - lunedì, martedì, mercoledì - a Todd significa inevitabilmente fare una scelta, una scelta per di più politica, nel senso greco del termine. La politica, infatti, non è che il diagramma della πόλις, la quale si definisce come campo di forze all'interno del quale avvengono i processi di soggettivazione: se si seguono tutte e tre le giornate, così come sono state programmate, è inevitabile che il processo di soggettivazione sarà altero rispetto a quello di chi sceglie altrimenti. Da una parte, la soggettivazione come assoggettamento (il lavoro, cui pure siamo costretti); d'altra parte, una soggettivazione che pervenga solo sulla base di una negazione della prima soggettivazione, quella cioè che si adopera sui nostri corpi come assoggettamento. Sicché, punto uno: scegliere di seguire le tre giornate di Lost satellite è anzitutto una rinuncia, rinuncia che ha in sé però una polarità sana, positiva, com'è evidenziato dall'etimo del termine, «re», cioè di nuovo, e «nuntiare», cioè annunciare, annunciare nuovamente quindi, ritrattare. Cosa si ritratta? La propria posizione di soggetti. Rinuncia alla soggettivazione attraverso assoggettamento come ritrattazione del processo stesso di soggettivazione: una soggettivazione cosciente, libera, affermativa, non passiva. In questo senso dicevamo che la preparazione, per ciò che concerne quest'evento, non può ritenersi un affare meramente organizzativo. In sé, essa ritiene, nel senso proprio di questa parola, un percorso di vita, un'affermazione volontaria retrospettivamente orientata. Se, come si è, a volte in maniera abusata e abusiva, detto, il cinema di Todd pertiene alla vita, ciò non poteva essere espresso che attraverso una pratica che rimettesse appunto il soggetto nella sua dimensione più prossima, quella della soggettività come processo: in gioco c'è anzitutto la vita del soggetto, il quale, sulla sua base, sceglie non tanto se gli è conveniente partecipare a Lost satellite quanto, piuttosto, se poterlo fare o meno. La categoria dell'utile, della convenienza viene forclusa in partenza. Certo, a conoscere alcuni nomi di chi sarà al workshop, tutto quest'impianto teoretico crolla miseramente, e tuttavia noi siamo del parere che un conto sia la partecipazione, qual è ad esempio espressa nelle democrazie neoliberali, dove la rappresentanza politica è poca cosa rispetto nelle governance tecnocratiche che, come nel caso della BCE per la Grecia di Tsipras, smantellano alla radice ogni partecipazione popolare e governo rappresentativo in vece di una volontà non rappresentativa e fondata sulla categoria dell'efficienza futura o futuribile, insomma noi siamo del parere che un conto sia un certo tipo di partecipazione, chiamatela nominativa, giuridica o come vi pare, e un altro conto ancora sia una partecipazione di cui ne vada del proprio corpo come βίος. La partecipazione a Lost satellite non può che ricadere nel secondo dei casi, da una parte per i giorni in cui è stata deciso che si terrà l'evento e dall'altra, non meno anzi forse più importante, e forse addirittura base della decisione di comprendere giornate esclusivamente lavorative per l'evento, per il fatto stesso che il cinema di Todd implica un'immediatezza della vita tale che, di fatto, non possa che avvenire, a ogni visione dei suoi film, uno sconvolgimento repentino dell'esistenza di chi vi si appresta davanti. Ne va del nostro corpo, insomma. Un corpo che è βίος. Non sostanza alla quale venga insufflato un qualche spirito vitalistico, ma βίος come precedente alla stessa distinzione dualistica di ὕλη e μορϕή. La pratica del workshop, dunque, non poteva che accendere, iniziare, originare, illucare Robert Todd - Lost satellite. Le proiezioni verrano poi, e soltanto a latere di ciò. Prima, è necessario che vi sia una pratica, una pratica che coinvolga i corpi nel loro processo biologico, assieme relazionale e solipsistico. I film verranno poi, quando cioè vi sarà stata una pratica, che non dev'essere intesa come una propedeutica alla visione filmica bensì un'interiorizzazione preliminare della stessa. Prima si guarda, poi si viene guardati, ed è questo essere guardati che non può prevenire lo sguardo: la cecità risulta non da una deficienza dello sguardo ma da un'incomprensione nell'essere visti. Bisogna avere il coraggio di guardare un film di Todd perché esso ci guarda, ma questo sguardo addosso a noi non può che comprendere una pratica che lo faccia risultare genuinamente, spontaneamente. Di qui, la scelta dei programmi, curata da Torri e Santini, ci pare quantomai arguta. Da una parte, a Pesaro, sembra siano concentrati film fondamentalmente vitalistici, in cui si tratta, di fatto, non tanto di restituire la spontaneità della vita quanto, semmai, di vitalizzare una spontaneità essenzialmente cinematografica. La vita, come dicevamo, viene registrata da Todd attraverso una sensibilità immediata della stessa. I suoi film appaiono così struggenti perché così, la vita, noi non l'abbiamo mai esperita, figurarsi vista. Il programma di Pesaro sembra radicato in ciò, in una selezione di titoli che meglio possa esprimere l'autenticità non della vita (questa è mistica nazista) ma l'autenticità dell'esperienza della vita, così come ci è preclusa dall'ambiente, dal campo di forze nel quale quotidianamente viviamo. Per questo dicevamo che è necessario slegarsi consapevolmente da una certa realtà per poter partecipare a Robert Todd - Lost satellite. Quest'immediatezza non è tuttavia tale. In effetti, l'immediatezza è mediata. Il medium non è il cinema ma l'esperienza stessa così come essa si dà nella sua più splendida genuinità, che è quella d'essere in-finita, senza fine perché senza un fine: l'esperienza come sperimentazione. Todd è uno sperimentatore accanito, la sua è una sperimentazione feroce. Così feroce che cessa di darsi. La fine della sperimentazione di cui sopra risulta da una sperimentazione che si accanisce in massimo grado, fin quasi, anzi fin proprio ad annullarsi. La sensazione d'immediatezza, di genuinità, di spontaneità che i film selezionati da Santini e Torri è garantita da ciò, da una mediazione forte, perché solo entro forti limiti sono possibili i dinamismi più audaci e, a volte, anche spericolati. D'altro canto, Milano sembra far da contraltare (ma ci torneremo) a tutto ciò. Il programma di Milano, sempre curato da Santini e Torri, perché sia FilmIdee che Uzak risultano come media partner (chissà perché, poi, Uzak media partner, dal momento che, il media partner, non l'ha proprio fatto, ha giusto condiviso, peraltro freddamente, due volte il link all'evento), seleziona una serie di titoli che presentano un Todd più cupo, non più meditativo né più riflessivo, semplicemente più rivolto a un'inquietudine soggiacente, silenziosa. Aprire con Threshold (USA, 2013, 19') dopo aver chiuso con Cove (USA, 2012, 7'), ci pare del resto una scelta audace, e lo è nella misura in cui rimarca una differenza troppo spesso taciuta o distrattamente ignorata dai commentatori. Todd, infatti, non è solo il regista della vita, della bellezza e immediatezza della vita, del clamore struggente colla quale essa, spontaneamente, si dà, ma anche di ciò che questa vita implica, e implica nelle sue superfici più profonde. Il programma di Milano, da questo punto di vista, richiama l'attenzione a un'inquietudine ferale che ammanta e processa la vita nei suoi anfratti più intimi, una catastrofe che si piega a una tranquillità non meno catastrofica ma anzi ancora più inquietante perché silenziosa, quasi impercettibile: la perdita, che vena il programma fino all'ultimo titolo, viene espressa, cioè resa possibile all'esperienza, in titoli in cui essa è tanto forte quanto impercettibile, quasi lavorasse carsicamente la vita. È la perdita così come si manifesta in Foutains of youth (USA, 2015, 19'), l'inquietudine e il senso di morte che permea interamente e integralmente Free forms (USA, 2013, 9'), due titoli, questi, distanti anni luce e solo apparentemente vicini alla poetica di, ad esempio, Cathedral (USA, 2014, 20'). C'è una morte che fa tutt'uno colla vita in Todd, ed è una gioia incredibile che finalmente, una buona volta e grazie alla sezione dei titoli in programma, questa venga messa a tema. Tuttavia, si sbaglierebbe - a nostro modesto modo di vedere - pensare che questi due programmi siano contrapposti. L'evento è uno, non sono due eventi, e questo ci pare importante sottolinearlo, perché in Todd la vita, nella sua integrità, non si dà mai di contro alla morte o dirimpetto a essa. A rigore, non bisognerebbe nemmeno parlare di vita, se questo termine lo si declina in senso biologistico. La vita, in Todd, è anche la morte, non la morte dell'altro, ma una morte sotterranea che è coestensiva alla vita. Vita che dunque dev'essere rimessa in gioco nello starci stesso all'evento, nel esserci a Robert Todd - Lost satellite. Così, non possiamo non sottolineare quanto un'iniziativa del genere sia importante nel nostro cazzo di Paese, dove fa ancora notizia la candidatura agli Oscar di quello che fa la color correction agli immigrati. E non solo perché, finalmente, arriva in Italia Robert Todd, del cinema c'è così disperato bisogno e che ancora, purtroppo, latitava, almeno da noi, perché ovunque invece è riconosciuto, Todd, anche in Europa, ad esempio in Olanda e in Francia; non solo per questo, dicevamo, ma anche per la modalità stessa dell'evento, per come, ai nostri occhi, è stato scelto di programmarlo, di farlo: è un evento politico? sì, ma non solo perché arrivi finalmente in Italia un cinema, quello dell'immanenza, cui ancora la maggior parte della critica non è pronta e si mostra anzi totalmente disinteressata, ma anche e soprattutto per le modalità mediante le quali questo evento verrà praticato, non s'effettuerà ma si evenemenzierà. È un gesto forte, quello di Torri e Santini, che già quest'estate avevano contribuito al Satellite pesarese, un altro evento di fondamentale e politica, oltreché (o in quanto) cinematografica, rilevanza, evento che anzi qui viene nettamente recuperato, perché, se è vero che sia la Mostra del cinema di Pesaro a organizzarlo, Lost satellite, è altrettanto vero che non a caso - noi crediamo - sia stato scelto quel nome, nome che non può che rimandare al Satellite pesarese. E questo, di nuovo, non perché la Mostra del cinema di Pesaro sia meno rispetto a Satellite quanto perché Satellite stesso è, come dicevamo in quella lettera così tanto fraintesa, la Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro. Certo, s'è parlato molto del porno e via dicendo, ma questa è solamente pubblicità. Quando s'è parlato di cinema, a proposito della Mostra, s'è parlato sempre ed esclusivamente dei film di Satellite, che hanno peraltro registrato, in particolar modo nelle giornate finali, un'affluenza tale che, in percentuale, crediamo rivaleggiasse più che meglio quella piazzarola dei film in concorso. Del resto, è Armocida stesso a dirlo: «Sono molto contento che la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema sia riuscita a organizzare un evento così importante riportando a Pesaro un appuntamento cinematografico autunnale che ricorda la gloriosa stagione della Rassegna Internazionale Retrospettiva le cui 22 edizioni si sono tenute dal 1982 al 2003. E’ importante per una manifestazione, che è legata indissolubilmente all’idea di festival, quindi di un evento limitato nel tempo e nello spazio, riuscire però a ritagliarsi degli spazi e delle occasioni di incontro un po’ tutto l’anno» (da qui). Quel che per Armocida è importante avvenga per la Mostra, cioè che la Mostra in sé travalichi i propri limiti spazio-temporali determinati dal carattere normativo dell'essere un festival, ciò avviene attraverso (Lost) Satellite, lo fanno due di Satellite. E viene fatto, non da ultimo, con Todd, non certo col porno. Sarebbe stato interessante - e chiudiamo - da questo punto di vista programmare il film di Robert Todd The institution (USA, 2015, 7'), dove per l'appunto il regista fa i conti con il Grande Fuori, il cinema appunto, che piega internamente l'istituzione, dispiegandola e, soprattutto, spiegandola così come essa non può fare e fa di tutto affinché ciò non avvenga mai, perché spiegare l'istituzione significa di per sé essenziarla e immanentizzarla, privandola di sé come campo trascendentale. Del resto, il fatto stesso che Todd entri alla NABA, l'accademia di belle arti per i figli di papà milanesi, è eclatante, e lo è nella misura in cui il suo cinema non ammetta, com'è palese nel film appena citato, un fuori, com'è invece opportuno vi sia per l'internità classista di certi ambienti, i quali si definiscono internamente rispetto a un fuori che è tale solo in quanto escluso dall'interno, il quale a sua volta si definisce per questa esclusività. Il fuori, in Todd, non si dà, così come non si dà il dentro. Il Grande Fuori è perennemente giocato all'interno. È la morte che impasta, essenziandola, la vita. È il cinema che, dopotutto, non è mai altro rispetto alla vita ma esperienza di essa - esperienza di vita (e di morte) senza la quale la vita (non biologisticamente intesa) non può farsi. E, perché no, è anche Robert Todd - Lost satellite, la cui circoscrizione temporale dubitiamo fortemente sarà tale in via esistenziale.

Nessun commento:

Posta un commento