Pratiche della visione #5: Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo


Avevamo detto che saremmo scomparsi, che avremmo chiuso i battenti, che ci saremmo rintanati, e così abbiamo fatto. È un gesto, e come tale dev'essere colto. Il rintanarsi, tuttavia, non pretende la manifestazione. Non ci si rintana per presentificare, cioè rendere presente, un'assenza; l'assenza, anzi, deve assentarsi, così come il silenzio dev'essere taciuto: un'assenza, non la si compie ma si dona - e la si dona a quei pochi che la colgono in quanto gesto, a differenza di quegli altri che, al suo posto, continuano a vedere un pieno, una presenza effettiva perché efficace. La forza straordinaria dell'assenza sta in questo, la sua efficacia è immanente al gesto che le pertiene e l'inerisce essenzialmente, ovvero l'assentarsi. Un'assenza si effettua nel proprio assentarsi ed è efficace, dunque produttrice d'effetti, laddove questo assentarsi sia radicale, poiché è allora che gli effetti da essa prodotti vengono causalmente confusi con ciò che l'assenza lascia sorgere nel suo gesto d'assentarsi, ma il luogo stesso in cui l'assenza manca, quello da cui s'assenta, è già il sorgere di qualcosa che deriva non dall'assenza ma dall'assentarsi dell'assenza, ed è per questo che in pochi riescono a comprenderlo. Tuttavia, così è stato, perché la stringenza era tale che non potevamo fare diversamente, né cessare di farlo, e questa nuova sezione del blog deriva da non altro se non da ciò; in quanto derivazione dalla derivazione da una stringenza e non da una necessità («stringenza», etimologicamente, ha una connotazione fisica e di forza, è un «tirare a sé con forza», come nel caso della preghiera, del co-stringere in senso figurato e figurativo), questa sezione del blog è univoca, nel senso è che dell'uno che si può dire in molti modi. Non c'è nessuna necessità che s'inizi con disegno di legge C. 4080, titolato Disciplina del cinema e dell'audiovisivo, ma è necessario che ciò accada, perché quel che importa è che accada quel che deve accadere, il che non riguarda più di tanto l'argomento, il disegno di legge C. 4080, che sarebbe potuto benissimo essere un altro, quanto, piuttosto, ciò che l'argomento implica, non come la crosta rispetto al mantello bensì come biosfera sua propria. In questo senso, ci è parso interessante trattare ciò che di originario e originale v'è nel disegno di legge C. 4080, ovverosia quello che Franceschini e Bonaccorsi denominano Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo. Senz'altro, altre cose sarebbe opportuno sottolineare, come ad esempio le definizioni date all'articolo 2, tra le quali ci va di segnalare quella di film d'essai, che, a nostro parere, parla da sé, almeno per quei pochi che, alla lunga, non si son stufati di sentirci sproloquiare sulla «sperimentazione» cinematografica e mai filmica: «Film di ricerca e sperimentazione: i film di qualità, aventi particolari requisiti culturali ed artistici idonei a favorire la conoscenza e la diffusione di realtà cinematografiche meno conosciute, nazionali ed internazionali, ovvero connotati da forme e tecniche di espressione sperimentali e linguaggi innovativi». Sebbene certe cose sarebbero dovuto essere sottolineate a dovere, cosa che probabilmente avverrà, ma non ora, quello che ci preme, ora, discutere è l'istituzione del Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo, di cui in apertura in 11.2 si dà definizione pratica: «Il Consiglio superiore svolge compiti di consulenza e supporto nella elaborazione ed attuazione delle politiche di settore, nonché nella predisposizione di indirizzi e criteri generali relativi alla destinazione delle risorse pubbliche per il sostegno alle attività cinematografiche e dell'audiovisivo». Nel concreto, questa genericità nella definizione del Consiglio superiore, cioè la sua praxis, è esposta subito dopo, in 11.3: «a) svolge attività di analisi del settore cinematografico e audiovisivo, nonché attività di monitoraggio e valutazione delle politiche pubbliche, con particolare riferimento agli effetti delle misure di sostegno previste dalla presente legge, utilizzando anche i dati resi disponibili, a richiesta, dalle competenti strutture del Ministero; b) formula proposte in merito agli indirizzi generali delle politiche pubbliche di sostegno, promozione e diffusione del cinema e dell'audiovisivo, ai relativi interventi normativi e regolamentari, alle misure di contrasto della pirateria cinematografica e audiovisiva, nonché all'attività di indirizzo e vigilanza, attribuita al Ministero; c) esprime pareri sugli schemi di atti normativi e amministrativi generali afferenti la materia del cinema e dell'audiovisivo e su questioni di carattere generale di particolare rilievo concernenti la suddetta materia; d) esprime pareri e contribuisce a definire la posizione del Ministero in merito ad accordi internazionali in materia di coproduzioni cinematografiche e di scambi nel settore del cinema e delle altre arti e industrie di immagini in movimento, nonché in materia di rapporti con le istituzioni dell'Unione europea o internazionali e con le altre istituzioni nazionali aventi attribuzioni nel settore audiovisivo; e) esprime parere in merito ai criteri di ripartizione delle risorse tra i diversi settori di attività e sulle condizioni per la concessione dei contributi finanziari; f) organizza consultazioni periodiche con i rappresentanti dei settori professionali interessati e con altri soggetti sull'andamento del settore cinematografico e audiovisivo, nonché sull'evoluzione delle professioni e delle attività del cinema e delle altre arti e industrie dell'audiovisivo, sul loro ambiente tecnico, giuridico, economico e sociale, nonché sulle condizioni di formazione e di accesso alle professioni interessate; g) formula proposte, tenendo conto delle analisi effettuate ai sensi della lettera a) e a seguito di apposite consultazioni organizzate ai sensi della lettera f), in merito ai contenuti delle disposizioni applicative inerenti la concessione di contributi e il riconoscimento degli incentivi, con particolare riferimento ai presupposti, alle condizioni e ai requisiti da prevedere ai fini del raggiungimento degli obiettivi previsti dall'articolo 12; h) emana le linee guida cui deve attenersi il Ministero nella redazione di relazioni analitiche e descrittive inerenti l'attività nel settore cinematografico e audiovisivo, nonché sulle relative analisi d'impatto; i) esprime parere sui documenti d'analisi realizzati dal Ministero». Nella pratica, dunque, che accade? Che si istituisce questo Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo, e ad istituirlo è proprio il disegno di legge C. 4080, sicché è un atto politico che pone, giuridicamente, in essere il Consiglio superiore. Non solo, ne pone anche la praxis, come abbiamo visto, e, nondimeno, l'essere (così, in 11.4: «Il Consiglio superiore è composto da: a) otto personalità del settore cinematografico e audiovisivo di particolare e comprovata qualificazione professionale e capacità anche in campo giuridico, economico, amministrativo e gestionale nominate, nel rispetto del principio dell'equilibrio di genere, dal Ministro, due delle quali su designazione della Conferenza unificata; b) tre membri scelti dal Ministro nell'ambito di una rosa di nomi proposta dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative del settore cinematografico e audiovisivo»; e, anche, forse soprattutto, 11.5: «Il Ministro nomina il presidente del Consiglio superiore tra le personalità di cui al comma 4, lettera a). Il Ministero provvede alla comunicazione dei nominativi del presidente e dei componenti del Consiglio superiore alle Commissioni parlamentari competenti, allegando il curriculum vitae dei soggetti nominati»). In termini rozzi, lo Stato istituisce un'istituzione a esso altera che, di fatto, si fa carico degli incarichi statali. La democrazia, che si basa sulla rappresentanza, diviene nulla, poiché il Consiglio superiore non sarà votato dai cittadini o, ancora meglio, dagli spettatori, ma avrà un valore tecnico. Ciò che viene istituito è un ufficio tecnico, che norma il cinema. Per intenderci, è la stessa cosa del Fondo Monetario Internazionale, della BCE o di altri organismi sovranazionali nel senso di non-rappresentativi, organismi che massacrano la democrazia e il volere popolare (eclatante, da questo punto di vista, il caso della Grecia, nientificata dalla BCE nella sua essenza, cioè nella sua volontà popolare, rappresentata da Tsipras). Il processo è quello conosciuto nelle più diverse frange della vita politica odierna, cioè post-anni Novanta. Si finge la rappresentanza popolare, poiché essa, di contro ai trust economici, alla finanza, alle istituzioni sovranazionali e via dicendo non può nulla. La politica cessa d'interessarsi del cinema affinché esso sia legiferato tecnicamente, cioè da un'istituzione tecnica. I tecnici non rappresentano nessuno, e la legittimità delle loro azioni non potrà che derivare da un bene tanto futuro quanto presunto che apporterà al cinema in senso ampio, cioè alla produzione cinematografica e alla visione. Esemplare, a questo proposito, è la scomparsa della censura di stato; Come si legge nel sito del Ministero e dei beni culturali, scompare la censura di stato, il che, detto in termini negativi, è quanto si trova esplicitato qui: «Non più commissioni ministeriali a valutare i film, il provvedimento prevede una delega al governo per definire un nuovo sistema di classificazione che responsabilizza i produttori e i distributori cinematografici. Come già avviene in altri settori e sostanzialmente tutti i paesi occidentali, saranno gli stessi operatori a definire e classificare i propri film; lo Stato interviene e sanziona solo in caso di abusi»; in termini positivi, tuttavia, ciò significa che non più la politica ma i tecnici detteranno legge sul cinema, faranno cinema (così in 33.2a: «Introdurre il principio della responsabilizzazione degli operatori cinematografici in materia di classificazione del film prodotto, destinato alle sale cinematografiche e agli altri mezzi di fruizione, e della uniformità di classificazione con gli altri prodotti audiovisivi, inclusi i videogiochi, che garantisca la tutela dei minori e la protezione dell'infanzia e la libertà di manifestazione del pensiero e dell'espressione artistica»). Questi produttori e distributori, ovviamente, non saranno rappresentativi in quanto rappresentanti dei rappresentanti, i quali, questi ultimi, già di per sé è difficile ammettere che lo siano. Ciò che istituisce questa legge, tra le altre cose, è un intendimento sovrapopolare ma performativamente popolare: l'occhio dello spettatore sarà adeguato, ortopedizzato da interessi economici e politici che nulla hanno a che fare colla politica democratica della rappresentanza. Non ci interessa, ora come ora, confrontare il cinema di Stato col cinema del Consiglio superiore, perché crediamo non valga la pena farlo; quello che piuttosto c'interessa sottolineare è questo slittamento del cinema ad affare tecnico-burocratico in quanto specificamente economico. Il disegno di legge, in questo senso, parla chiaro: la «disciplina» è un'ortopedia anzitutto del cinema come ciò che trascende la visione facendosi trascendentale dell'occhio. Lo Stato neoliberale non farà che sanzionare i produttori e i distributori che trasgrediscono le regole, ma lo farà, a sua volta, per tramite di ciò che il Consiglio superiore redigerà nelle sue analisi, formulerà nelle sue proposte e via dicendo. Cinematograficamente parlando, lo Stato non cessa d'esistere, ma esisterà come Non-Io, ovvero come polizia; l'Io, la tesi dialettica, sarà il Consiglio superiore, e produttori e distributori, insomma i tecnici che agiranno, da una parte, per efficienza, cioè per il bene che, a lungo andare, Si crede deriverà dalle loro azioni, dall'altra producendosi in quanto dispositivi di controllo e salvaguardia: la libertà garantita ai produttori e distributori è la libertà liberale, all'interno della quale produttori e distributori organizzeranno, disciplinandolo, l'occhio, ovvero producendosi come occhio. La libertà della visione, cioè della produzione e della distribuzione, in merito delle quali si parla, non a caso, di «responsabilizzazione», sarà totale, e sarà dunque lì, nell'efficienza e nell'effettuarsi di questa libertà, a prodursi un potere molto più silenzioso e inquietante di quello statale, perché sarà allora che a essere prodotto non sarà il film ma la sua visione (si badi bene che si parla di disciplina e responsabilizzazione; i produttori e i distributori saranno da ora in avanti organismi etici e dunque performativi: vagliando la censura, vagliano la sensibilità, ed essendo produttori e distributori, in ambito di cinema trascendentale, a fare film saranno anche loro ad adeguare, col tempo, l'occhio allo spirito dei film; non solo vagliano la censura per vagliare la sensibilità ma anche, e di converso, creeranno una sensibilità ad uso e abuso della loro censura): a prodursi, sarà l'occhio, un occhio che in quanto libero, e nella pratica di questa libertà, non farà che rinnovare il potere relazionale, desostantivizzato e a-spirituale di ciò che non doma l'occhio ma lo ortopedizza, lo norma (il cinema sarà ciò attraverso cui saremo visti e non ciò che vedremo), garantendogli, come in un circolo vizioso, quella libertà o visione di cui l'occhio non pensa di poter fare a meno e che tuttavia è condizione d'esistenza della condizione d'esistenza della disciplina che è come la lacrima di cui l'occhio non è che concretizzazione nel suo continuo, impossibile vedere, nudo occhio, processato da una visione che lo restituisce in quanto tale, non cieco ma vedente in quanto visto. 

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