Nova Express



«Perché la luce sia splendente, ci deve essere l'oscurità», questa è la frase che Enzo Cillo riprendeva parlando e cercando in parte di esplicare qualcosa di Ippocampo (Italia, 2016, 9') (qui per la recensione e qui per l'approfondimento al film di Enzo Cillo), sottolineando come questa proposizione potesse essere di accordo dell'intera sua filmografia, come se, appunto, la avvolgesse in ciò che non è propriamente un mantra, bensì la spinta a un tentativo di sperimentazione, sempre più accanita, verso e dell'immagine. Riprendiamo questa frase di Francis Bacon, allora, per introdurre il nuovo cortometraggio di Cillo, regista che, se possiamo intenderci su quanto abbia lavorato su questo cosiddetto tema, è altrettanto vero come finora ne abbia custodito una sorta di segreto, ma non un segreto d'autore, non qualcosa che ha tenuto per sé, anche se come necessità sua costituente, né qualcosa che ha cercato di sviscerare pian piano, come in una trama di un romanzo giallo, anzi questi piccoli passaggi - i passaggi cinematografici non propriamente di Cillo, in quanto non sono una proprietà del soggetto ma appartengono al cinema - non fanno altro che portare ancor di più la questione in un'oscurità costituente, e svilupparsi e piegarsi continuamente, non per complicarsi ma per differenziarsi, in un movimento in avanti di cui non si vede la fine. In Nova Express (Italia, 2016, 9') questo movimento in avanti non ci risulta retroattivo, non riordina il passato, anche se con questo ne ha a che fare e nemmeno spezza questo passato: Nova Express sembra piuttosto un tentativo di passaggio verso la luce, ma non perché questa prenda il posto del buio, ma come ciò che nasce dalle tenebre e da queste ne viene immediatamente inghiottita, sembrando con ciò una sorta di resistenza, non tanto al buio ma del buio medesimo, come ciò che necessità della luce per essere buio. L'uccisione della propria creatura - la luce - non ha qui tuttavia nulla di simbolico e questo è palese nel momento in cui non solo si può parlare della luce e del buio come ciò che abita lo schermo in maniera del tutto immanente all'inquadratura stessa, come se l'immagine non fosse altro da ciò che è, ma questo suo essere è insieme il suo manifestarsi e insieme nascondersi, senza principio di esclusione, ma anche perché di Nova Express stesso si fa fatica a parlare, banalmente forse, ma non così di immediata evidenza, dal momento in cui sentiamo prepotentemente che qualcosa, di indefinibile certo, ma solo per la sua diversità costituente dalla realtà, stia accadendo sotto i nostri occhi, ma anche dentro, fuori. Insomma, qualcosa sorge - la luce - e tenta di occupare spazio e tempo, nello stesso momento, come quindi ciò che deve occupare la realtà, e insieme dà forma e - chiaro, non è la luce l'unica condizione di possibilità affinché si veda qualcosa, come nel caso della nebbia, in cui la luce è ovunque eppure non si vede nulla, come peraltro mostra lo stesso Cillo - tuttavia questa forma viene inghiottita dal buio, nascosta: è il caso della lampada. Ma Nova Express non si ferma qui e va ben oltre perché prima ancora della forma c'è quell'informe che avanza e mangia il buio, che non può che venirne ritratto e, flebile come non mai, in fondo al buio, verso la fine, c'è ancora quella soffusione luminosa, che non esiste neanche come parola per come la stiamo intendendo, mettendo essa insieme la diffusione e quella maniera d'essere soffusa che ha a che fare con l'indefinito, ma soprattutto anche con una sorta di espansione incontrollabile. Eppure non viene in mente di meglio che inventare parole e nuovi suoi utilizzi, non tanto perché l'indicibile, l'indicibile come tanto si professa e si agogna a parlare riferendosi di solito all'immagine, e soprattutto non tanto perché crediamo in una reinterpretazione del mondo, una sua destabilizzazione a opera del linguaggio stesso: in questo senso il riferimento del titolo a William S. Burroughs è la prova che se ci debba essere una rivoluzione, una vera destabilizzazione, questa passerà per l'immagine, ma non nel senso di una conquista del mondo attraverso le immagini, ma di una loro propria conquista, come ciò di cui ci si appropria, non come attributo personale, ma come ciò che, precedendoci - e il cinema ci precede - ci appartiene. Allora, questo andare avanti di Nova Express è sì frutto di un percorso personale, ma appartiene soprattutto al cinema. Non è tanto il buio a dominare in questo cortometraggio, a vincere sulla luce, ma sono, entrambi, i domini dell'immagine: in questo senso per vedere avremo bisogno del contrasto, non della diffusione uniforme della nebbia, ma, ancora più in profondità, sarà l'andare avanti del gesto a portare lo sguardo a vedere veramente, non qualcosa di compiuto, ma qualcosa che si ha nel compiersi, ma compiendosi continuamente già non ci appartiene più, non appartiene al cinema: la possibilità è allora sempre fuggevole, certo, ma il suo catturarsi fa parte di essa e la annienta, in una circolarità che fa della sua chiusura apparente una sperimentazione senza fine.    

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