dixi



Ci sembra essere una sorta di inversione di rotta, certamente un cambiamento, ciò che opera Fabio Ignazio Mazzola con questo suo nuovo cortometraggio, dixi (Italia, 2', 2016), opera tanto semplice quanto stratificata e che fa di questa stratificazione modo e maniera d'essere dell'immagine, la quale non si dà semplicemente al nostro guardo, ma tenta di attrarlo a sé, quasi di ingannarlo, mostrando parvenze d'essere che sfuggono ogni immediatezza e, forse, anche ogni tentativo di scontro col nostro sguardo. C'è un certo modo di mostrare in dixi e questo mostrare ha in sé sia l'occultamento che lo svelamento, non tanto banalmente di ciò che sta sotto e che si vede o intravede a seconda delle scene - in questo caso quindi il video pornografico - ma soprattutto in riferimento a come opera qui il cinema. Questa nuova esperienza cinematografica è resa essenzialmente possibile con la collaborazione di Dario Molinaro, che pittura infatti lo schermo e pitturandolo ripone in questo schermo una considerazione centrale dello stesso, non di secondaria importanza o come ciò che semplicemente si situa davanti il video scomparendo come oggetto. In dixi lo schermo è ancor di più ciò che si pone davanti, tra il video e il soggetto, palesandosi non solo come la superficie riflettente che, in quanto superficie, banalmente restituisce un'immagine ma, più essenzialmente, fa parte del film stesso, diventa immagine di per sé, schermo-immagine che è immediatamente anche un filtro. Sotto la pittura, il video pornografico, e questo video è proprio quello che sembrerebbe a prima vista subire semplicemente il filtro a opera della pittura. Tale pittura crediamo non possa essere al tempo stesso la maschera del pornografico e non lo è perché ci sembra che non cerchi di camuffare il video, di renderlo ciò che non è o qualcosa di più attraente e disponibile per chi vede, perché vale come strato dell'immagine del film, non come materia di possibile scandalo o qualcosa che non è possibile vedere se non mascherata. In questo senso allora non possiamo certo dire che varrebbe qualsiasi video sotto, ma non possiamo nemmeno affermare con certezza che abbia una qualche importanza di per sé, in quanto ci sembrerebbe così di dargli una qualche importanza sociale o, in questo caso, un affare morale, quando parrebbe evidente il mancato riferimento del cortometraggio con le beghe del reale - e tuttavia questo aprirsi del film al cinema ci sembra sostanzialmente diverso dalle opere precedenti di Mazzola, dove esisteva un'immanenza tale da porre costantemente il nostro sguardo dentro il film, come un circolo unico. Rimaniamo così col dubbio, ma questo dubbio non fa che ampliare maggiormente la possibilità di interrogazione sul film, non per dargli altri significati, perché non stiamo cercando di significare l'opera, di interpretarla secondo certi schemi e filtri, ma per interrogarci sulla stratificazione dell'immagine che viene fatta in dixi. Infatti, ci sembra che la pittura di Molinaro non faccia semplicemente da filtro, ma è immagine essa stessa e questo ha delle implicazioni fondamentali per il film. Che il filtro sia immagine non porta a pensare il ruolo della pittura come immagine, ma piuttosto l'immagine come essa stessa filtro dell'immagine, il quale però non ci manda immediatamente nemmeno a concepire l'al di là del filtro come l'immagine a cui si debba arrivare, come se questa fosse la pura immagine, l'immagine in realtà finale, a cui tendere, perché il filtro stesso è posto come immagine e quindi anch'esso in tensione verso lo sguardo. Dovremmo allora cominciare a pensare a due immagini che solo parzialmente possiamo dire che si sovrappongano: come la dissolvenza tra due immagini può far scaturire un'altra immagine e darsi immanentemente, anche lo schermo-filtro-immagine e il video in dixi possono ma in una maniera completamente diversa, una maniera d'essere che si palesa come stratificazione di immagini: in questo senso allora non è data immagine se non come ciò che continuamente si stratifica, come ciò che continuamente si pone e divide lo schermo come immagine dall'immagine sotto che ora diventa il contenuto dell'immagine. Parrebbe forse di poco conto e invece a noi sembra un sostanziale cambiamento rispetto, ad esempio, a O (Italia, 2016, 1'), dove si schiudevano delle possibilità dal reale sì, ma senza che di questo reale ce ne fosse traccia e soprattutto quando il film era un qualcosa che ti doveva arrivare dritto, quasi investire, e perché no, soprattutto in O, accecare. Qui, invece, la stratificazione dell'immagine diventa l'immagine della stratificazione e ciò lo capiamo, palesemente, dal fatto che non scaviamo ulteriormente e infatti non scaviamo oltre il porno, non perché siamo arrivati, il che implicherebbe pensare che il porno sia dixi. dixi è lo schermo come immagine e il porno, quindi risulta essere la stratificazione delle due immagini che, rimanendo su questo piano, si danno come immagine: vediamo con ciò l'immagine della stratificazione e percepiamo così una sorta di schematismo aprioristico che risulta in un'immagine della stratificazione, dixi appunto. Ma che cos'è l'immagine della stratificazione senza una stratificazione dell'immagine? Meglio, che ne è dell'immagine, una volta che essa si coimplica in se stessa senza perciò rilevarsi eminentemente ed essenzialmente? L'immagine della stratificazione non implica una stratificazione dell'immagine ma si coimplica in una stratificazione impossibile. L'immagine di dixi è un'immagine intenzionata, ma questa intenzione è rivolta a se stessa, ed è per questo che si spianta, perché non è né il porno né la pittura (il porno in sé non fa l'immagine di dixi, la stratificazione non implica, banalmente, un recupero del porno: l'immagine non è stratificata proprio perché, se così fosse, allora, a scavare, bisognerebbe recuperare qualcosa di non dato, ma questo non dato non può essere il porno, né la pittura, poiché né l'uno né l'altra fanno l'immagine cinematografica di dixi), ma se stessa in quanto altro da sé, sorvolo (nel senso del sorvolo merleau-pontyiano) di se stessa. Mancanza anche, forse. Senza dubbio, però, piena - quasi goduta, si direbbe.

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