Beautiful funerals



Non possiamo dire esserci una doppia anima in Beautiful funerals (USA, 1996, 2'), ma più propriamente due lame taglienti e, nonostante il bianco e nero sia così sconvolgente, così potente, questo non potrebbe esserlo se non con il colore, non tanto per un mero gioco di contrasti - il contrasto con le pennellate colorate - quanto piuttosto per il loro essere così solidamente necessari nella loro appartenenza, nel loro attaccamento. A cosa sono attaccati è una questione che rimane aperta e che pone successivamente la domanda non tanto sull'essenza del cortometraggio ma quanto meno sulla sua costituzione, portandoci così, per vie secondarie e traverse del ragionamento, a pensare Beautiful funerals come ciò che permea la possibilità dell'impossibilità di parlarne se si rimane entro un certo modo esistenziale che si caratterizza per l'attenzione rivolta alle problematiche riguardanti l'apertura del cortometraggio alle interpretazioni e la costituzione interna, appartenente, quest'ultima, alla questione cocente del quotidiano sul che cosa. Non ci si allontana da questo modo di ragionare molto facilmente se non - a nostro avviso - con una pratica della visione, eppure è da qui, dalla conoscenza dei modi di questi ragionamenti, che si parte, non tanto al fine di sorpassarli, bensì perché da essi scaturisce un presentimento che non riguarda semplicemente l'essere insufficiente, come se ci fosse un di più della questione, considerandola così quantitativamente, quanto piuttosto un presentimento della possibilità di procedere altrimenti. Si diceva appunto della costituzione del cortometraggio, un hand-painted a intervalli indefiniti costituiti dal bianco e nero e dal colore, il cui riferimento alla realtà rimane imprecisato e, probabilmente per questo, a una prima visione aperto, senza risposta, e con ciò risolto continuamente a stare con un punto di domanda, tanto che verrebbe, a prima ipotesi, di pensare a un semplice astrattismo legato sentimentalmente a qualcosa che, nell'imprecisato della realtà, nell'indefinito, gioca tutte le sue carte, quindi come ciò che, per l'appunto, deve far scaturire qualcosa in chi guarda, qualcosa che si ha nell'intervallarsi e quindi nei contrasti e nelle sensazioni: lo sconvolgente bianco e nero e il più tenue e positivo colore. Positivo, per rimanere così nell'indefinito e generale sentimento del colore, contrapposto a qualcosa - il bianco e nero - di così luminoso e prepotente che mette una sorte di agitazione negativa interna, che insieme ti attrae e ti atterrisce. Ebbene, da qui però parte un certo presagio, che è sostanzialmente il presagio di una fine necessaria, di un qualcosa che arranca su se stesso per essersi ritrovato così di fronte a se stesso, riscontrando una mancanza non tanto di essenza ma dei propri rimandi, dei propri prolungamenti invisibili che qui, nel mondo, non trovano spazio: è il mondo stesso e tutto ciò che lo concerne, la nostra stessa maniera di essere nel mondo, che è posta di fronte a qualcosa che la costringe a guardarsi e vedere la propria incapacità di esaurirsi nella realtà. È così che Beautiful funerals si pone come quella che sembrerebbe proprio essere la tomba del mondo e la celebrazione della sua stessa finitudine. Ogni morte che si rispetti ha la sua tomba e Beautiful funerals è questa tomba. È proprio dalla celebrazione di questa morte che questa pellicola e i ragionamenti di prima, quelli appartenenti alla nostra quotidianità, sul che cosa e il suo utilizzo, e l'interpretazione del mondo, non diventano più il punto di partenza e il modo di approccio al film, ma ciò che viene dopo, in seconda istanza, come una costruzione istituzionalizzata e che ci struttura, che opera nel mondo e che contiene una schizofrenia che, pur appartenendoci, è ciò da cui nello stesso tempo fuggiamo: una fuga davanti a qualcosa che non trova mai un ente preciso, determinato, definito, un'immagine senza rappresentazione, senza la concretezza del mondo e per questo schizofrenizzante: un'angoscia che, precedendoci, fa parte non tanto del film ma piuttosto del cinema, con il film che non si costituisce tanto come tassello di un puzzle ma come il richiamo dello stesso cinema, quel cinema fatto di possibili che non trovano realizzazione, il che non implica relegarli in un semplice astrattismo, che è sempre di forma pur nella non-forma. Se appena sopra si gettava, senza ancoraggi, la questione di una pratica della visione, è proprio ora che queste parole acquistano pieno senso e lo acquistano proprio partendo da quelle pennellate, le quali non aprono attraverso una chiusura, quindi non sono chiusure o concretizzazioni di possibilità che semplicemente aprono, perché così pensando, quest'apertura, starebbe solo a indicare la possibilità di avere varie interpretazioni personali, quel dare significato proiettando il proprio vissuto, ritornando così ad essere chiusura. Se il cortometraggio si pone come tomba della realtà, questo non comporta un semplice parlare per metafore ma più praticamente e prepotentemente un'apertura estrema verso una morte che non è mai nostra, non è mai personale, ma è ciò che, aprendo alla possibilità estrema, trova, nella celebrazione - il funerale - della propria morte, una svolta, una piega che è andata spiegata, nel senso di appianata, svoltando così la propria essenza, che diviene nostra, pur non appartenendoci in quanto soggetti. Il ritorno alla realtà non sarà di natura post-apocalittica ma si avrà nell'aver addosso, semplicemente, il presagio di una possibilità di vedere in maniera diversa, che non si risolve così, ma che comporta anche un procedere diversamente, una pratica che implica la realtà pur rimanendo della visione (nel senso di proprietà), la quale però non scompare, ma fugge continuamente e noi cerchiamo di andarle incontro, errando continuamente, senza vedere, se non rare volte.


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