Autrement, la Molussie




Autrement, la Molussie (Francia, 2012, 81') è ἦθος. Non una pratica né un ordine discorsivo, bensì, propriamente, un ἦθος. In effetti, il gioco delle carte mediante il quale viene sorteggiata la successione dei rulli prima di ogni proiezione della pellicola prevede - e, forse, in un certo senso anche implica - il carattere non etico ma, più precisamente, di ἦθος del film di Nicolas Rey, e però non è questo ciò che lo pone; a porlo, piuttosto, è il fatto di essere posto, cioè l'aver luogo. In quanto ἦθος, Autrement, la Molussie diviene τόπος, ma solo ulteriormente. Questa ulteriorità è circolare, rimarca una circolarità fondante e fondamentale. Autrement, la Molussie diviene τόπος essendo ἦθος, ma questa località è relativa rispetto al carattere di ἦθος che pertiene ad Autrement, la Molussie: la località assoluta è riferita anzi alla χώρα. È in quanto χώρα che Autrement, la Molussie è ἦθος e, di conseguenza, τόπος. In effetti, l'operazione di Nicolas Rey è abissale, catastrofica. Per questo avviene, perché ciò che avviene non può che avvenire in quanto evento, altrimenti semplicemente accade, ma il carattere dell'evento è appunto quello d'aver luogo. Il luogo, quindi, è tale nella misura in cui prende luogo o, volgarmente, si fa posto. Il luogo si anticipa, è prima di se stesso - e accade a sé, ma questo sé è già un'ulteriorità, una trascendenza rispetto a una propria soggettivazione. Non si tratta di un virtuale che si attualizza, ma di un possibile. La possibilità del luogo. Che vi sia luogo. L'etica del luogo non è riassumibile, qualsiasi parola a riguardo ha più il carattere dell'indiscrezione piuttosto che della descrizione, poiché l'etica del luogo, che è dell'ordine dell'evento, cioè del prendere posto, del fare spazio, si ritrova e si contiene in questa stessa pratica. Per ciò è ἦθος. Non si può descrivere Autrement, la Molussie. La descrizione assume immediatamente il carattere dell'indiscrezione, del segreto che trapela e peraltro in maniera confusa, non idonea, pervertendo non l'evento in sé, che è accaduto, bensì la parola che lo dice, quest'accadere; non si tratta, infatti, di un accadimento, ma di un evento che accade, e quest'accadere è un processo inemendabile, un prendere luogo che non diviene mai τόπος se non nel suo sfarsi, se non quando, cioè, si perde, si reifica in qualcosa che però non è più, a rigore, Autrement, la Molussie. C'è un turbamento, nel film di Rey, e questo turbamento sconvolge in intere l'opera. Se in Les soviets plus l'électricité (Francia, 2001, 175') la catastrofe era avvenuta e il film in sé non era che il protrarsi della catastrofe, ciò che, in effetti, definisce la catastrofe in quanto tale, cioè il catastrofico, lo sfollamento dopo il terremoto o, peggio ancora, l'irrecuperabilità di ciò che nella catastrofe è andato perduto; se dunque lì così, ora invece è proprio la catastrofe ciò che avviene, una perdita nel suo farsi, una possibilità dentro l'impossibile del reale. Già in Schuss! (Francia, 2005, 123'), forse, il silenzio poteva, per una sensibilità particolarmente acuta, avvertire di una certa, inquietante chimica, ma allora mancava il reagente: la discesa dello sciatore, il capitalismo e via dicendo non dicevano di una catastrofe avvenuta, ma, analiticamente, mettevano in guardia da ciò che su quelle basi sarebbe avvenuto. È un film di mistica fantascientifica, Schuss!, non certo un documentario. Che accade, poi? Appunto, accade Autrement, la Molussie. In esso, la lettura di estratti tratti dal Die molussische Katakombe di Günther Anders s'incastra con alcuni scorci paesaggistici, e tuttavia questo paesaggio non è dato alla contemplazione; la riflessione sul fascismo, infatti, invera la contemplazione del paesaggio, ritrattando gli spazi. Parliamo allora di χώρα in senso rigoroso. L'opera, che è ἦθος, è di per sé coraica in quanto essenzialmente accogliente. La χώρα non è il fuori, ma nemmeno il dentro. Proprio della χώρα è il lasciar spazio prendendo spazio, come suggerisce Derrida rileggendo il Timeo platonico. In questo senso - e solo in questo senso - l'etica di Autrement, la Molussie è una prassi, ma la pratica gli è esterna, ed è ciò a cui appunto fa posto: la pratica delle carte è essenziale ad Autrement, la Molussie ma solo e soltanto nel momento in cui è essenziata da esso. Autrement, la Molussie essenzia la pratica delle carte, la quale, immediatamente, diviene un momento essenziale di Autrement, la Molussie stesso. L'essenziare di Autrement, la Molussie dev'essere colto con rigore; infatti, il paesaggio, il che vale a dire l'immagine dello spazio così come ci viene restituita dall'inquadratura, s'invera come spazio dell'immagine nella lettura del Die molussische Katakombe. L'immagine dello spazio, l'immagine topologica, non si dà integralmente o, meglio ancora, non si dà proprio. A darsi, invece, è uno spazio dell'immagine che accoglie una pratica, quella delle carte, ma l'accoglie nel momento in cui lo spazio dell'immagine deve lasciar spazio e farsi spazio. L'impossibilità di un'immagine dello spazio deriva dalla fascistizzazione della stessa. Lo spazio è fascistizzato, non può darsi immagine dello spazio. Si può dare, semmai, un fascismo dell'immagine, che però allora toglie l'immagine come tale. Il Die molussische Katakombe è il romanzo sulla fascistizzazione dell'Occidente, che impiantato sull'immagine dello spazio svaluta questa immagine come tale: essa deve farsi spazio, per essere immagine: l'ἦθος non è già comportamento, ma posto in cui vivere, in cui poterci essere. Nell'epoca della riproducibilità tecnica, l'immagine non richiede di essere vista, ma di essere praticata. Richiede la possibilità. Non il reale, non di realizzarsi. Il gioco delle carte non implica una casualità nella successione delle immagini ma l'immagine stessa della causalità, cioè il probabile. La probabilità, tuttavia, è delle più radicali. Essa una possibilità. Non l'immagine della possibilità, ma la possibilità dell'immagine, che vi sia, nonostante tutto, ancora un'immagine, e questo è dato allorché avvenga la catastrofe, che Autrement, la Molussie, in quanto ἦθος, è. Il gioco delle carte apre alla possibilità dell'immagine, in un epoca in cui l'immagine non ha più possibilità in quanto reificata nell'essenza. E qui la catastrofe. La catastrofe è κατα/στροφή, e non è un caso che questo termine non si ritrovi, nell'Antichità, che nelle grandi narrazioni (Erodoto), o nella poesia, (Eschilo); in effetti, la catastrofe ha sempre avuto a che fare con l'immagine (καταστροφή - non a caso - non risulta nei testi scientifici, siano essi filosofici o medici, dell'epoca), ma questo perché l'immagine stessa deve essere una catastrofe per darsi come tale. La catastrofe avviene, non è il catastrofico. È l'avvenimento che lascia afasici nel suo accadere. Per questo ogni descrizione della catastrofe è in realtà una indiscrezione, perché non riuscirà mai a restituire la catastrofe. Perché no? Perché l'immagine della catastrofe non può che essere una catastrofe dell'immagine, ma allora avviene, accade, si fa spazio: è una possibilità dell'immagine, nel senso però non del genitivo soggettivo bensì del genitivo oggettivo. Che vi sia ancora un'immagine, questa è l'immagine posta da Autrement, la Molussie. Come tale, essa si gioca nell'interstizio, tra un rullo e l'altro, non nella consequenzialità dei rulli ma nella possibilità che si apre nella successione evenemenziata dalla sorte. Non è l'immagine. L'immagine, in Rey, non è l'immagine in sé, è la potenza da cui si genera, l'ἦθος è il poter-ci essere, non l'esserci stesso, che è invece decretato dalla pratica di cui sopra. L'immagine non è definita da ciò che può fare ma dal suo stesso poterci essere, l'immagine è il «può esserci un'immagine?». L'immagine è questo buco in cui non c'è immagine, catastrofe, perché l'immagine, in sé, non è che la possibilità stessa che ci sia ancora un'immagine, dopo, forse. 

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