Agosto



È il tempo effettivo, quello concreto e certo, riproponibile attraverso le (s)cadenze umane e quindi propriamente consegnato a farsi storia, il tempo da cui Agosto (Italia, 2016, 12') prende forma per consegnarsi subito all'immagine, un'immagine a cui manca però una piena riconoscibilità col presente inserito nella nostra realtà, inducendoci così a porre dei dubbi sulla sostanza dello stesso film, fatto di immagini, certo, ma quali immagini? come le immagini? Con il titolo di questo cortometraggio Maurizio Marras, Federico Borroni e Filippo Sbrancia identificano una precisa definizione temporale e nello stesso tempo la induce a consegnarsi paradossalmente in un tempo indefinito e vago: quale agosto, perché agosto e, insomma, che c'entra agosto, non sono domande esplicitamente poste dal cortometraggio e tuttavia il film ci induce in un atteggiamento che predispone a una possibilità di riempire una posizione temporale che in realtà rimarrà possibilità. Una determinazione, quindi, inconsistente, vuota, nominata e che però non ha elementi al suo interno o tentativi di descrizione effettivi che la renderebbero strettamente umana, che la definirebbero, certo, ma soprattutto collocherebbero il film e noi stessi in una precisa posizione spazio-temporale. Infatti, in Agosto, non solo manca la questione del vuoto categorico come predisposizione al riempimento, a una necessità di risposte anche, ovvero viene a mancare la possibilità di appigliarsi a qualcosa, a un'immagine fatta di qualche indizio, a qualche contenuto che appunto ci indichi una strada da seguire, ma soprattutto e più primordialmente manca continuamente ciò che ci permette di collocarci rispetto al film, cosa che avverrebbe, se lo si predisponesse in modo tale da farlo avvenire, attraverso la collocazione dello stesso cortometraggio, attraverso il contenuto delle sue immagini: è infatti grazie a ciò, alla mia lontananza spazio-temporale verso qualcos'altro, il porsi rispetto ad esso, che posso collocarmi e quindi pormi nel mondo. La particolarità di Agosto si snoda da qui, da questo atteggiamento iniziale che induce. L'etichetta quindi, ovvero il titolo, rimane vuota, senza la possibilità di essere meglio definita, facendo così del film un qualcosa che, ancor meglio che essere senza corrispondenze con la realtà, la qual cosa sarebbe forse improponibile, perché dalla realtà avviene il film e non possiamo dire di non riconoscere ciò che vediamo, insomma, questa temporalizzazione vuota ci impedisce di collocarci rispetto al mondo. In questo atteggiamento senza collocazione non possiamo più parlare di enti e nemmeno considerare come tale lo stesso film, decadendo le predisposizioni per poter essere così definito: il film non è un oggetto, è meglio allora un vuoto, ma questo vuoto non si pone come qualcosa che vada riempito, magari proiettando la nostra soggettività in esso, ma il cortometraggio, nominandosi in una categoria temporale senza elementi, in cui non è possibile predisporre alcuna archeologia (decadendo con ciò il suo riferirsi spazio-temporale alla realtà), è un qualcosa che per l'appunto rimane vuoto e che, per meglio dire, predispone verso l'atteggiamento del dubbio costante, della domanda continua e persistente, la quale, non trovando risposte in quello che vede, non trovando oggetti, non potendosi appigliare a qualcosa, non può che domandarsi sempre. L'immagine di Agosto è perciò un'immagine di altra natura rispetto alla semplice riproposizione abituale: noi vediamo infatti una qualche materializzazione, chiaramente indispensabile affinché ci sia una qualche immagine, ma non solo, noi vediamo e riconosciamo qualcosa, ma questo qualcosa è in un'immagine perpetuamente frammentata, moltiplicata o senza radici alcune, che non trova, ancora una volta, collocazione e non poteva essere altrimenti. L'atteggiamento, infatti, di cui parlavamo prima, attraversa l'intero cortometraggio come ciò che, predisponendo ad esso, si fa l'essenza del cortometraggio, perché pratica dello stesso, lo porta a un compimento che non si compie mai del tutto e questo non avviene perché manca di unità, perché in un divenire continuo, perché l'immagine frammentata sia una molteplicità incorruttibile, bensì c'è un ritorno a un continuo essere nella predisposizione di, senza incanalarsi in qualcosa, non trovando fondamento, posto, tempo: non si realizza mai del tutto. Così, senza trovare risposta alle richieste iniziali di collocazione, il cortometraggio continua a domandare non tanto qualcosa di esso ma il suo come, le immagini. Incarnazioni di uno sguardo senza autore, le immagini di Agosto vagano moltiplicandosi e viceversa, il che non è mero gioco di parole ma l'affermazione, forse l'unica qui, per cui movimento e proliferazione si complicano e implicano a vicenda. Non solo, ma se il film è improntato per essere un vuoto, se è senza oggetto e esso stesso non lo è, come fa a esserci una qualche proliferazione? di che proliferazione si tratta? L'immagine prolifera. Lo ripetiamo, l'immagine qui non è rappresentativa, non è riferita oggettivamente né soggettivamente, perché manca di un riferirsi alla realtà: se noi distinguiamo e affermiamo la presenza di un volto che sta urlando, non riusciamo però a descriverlo e soprattutto non è reso effettivamente presente nel qui e ora, certo e concreto, affermativo, perché si nega sempre alla realtà. La ripetizione di quella stessa impossibilità di avere quel volto la rende l'unica cosa che conta davvero: quella proliferazione di un'immagine indescrivibile porta l'immagine a proliferarsi da sé, ad essere la ripetizione di un vuoto di immagine. Ciò che viene alla luce però non sembra più essere ora una semplice negazione, un semplice vuoto, un non-ente, ma piuttosto ciò che, non divenendo realtà, non divenendo oggetto, è più propriamente Nulla e quindi a stretto contatto con l'Essere. L'immagine, allora, non riferendosi a sé, non prolifera su se stessa, perché non oggetto e non soggetto, non ente, ma è sempre un Nulla e, nella proliferazione, è sempre una diversificazione, un'alterità e quindi prolifera come possibile estremo. Dire che l'immagine è qui diversificazione non significa intenderla nella mera ripetizione, bensì più propriamente nel suo continuo riferirsi ai possibili. Sono questi che implicano la diversificazione. Lo esplicitiamo: non guardiamo Agosto implicandolo nella realtà, ma il riferimento alla realtà, a quel volto urlante, a quel sorriso senza proprietario, è più un tentativo di trovare le radici del cinema, che sono dell'uomo. Dicendo che il cinema è dell'uomo non vogliamo intendere che il primo sia una proprietà o attributo del secondo, bensì che il cinema è ciò che continuamente differisce dalla realtà senza contrapporsene, ma differisce per rimanere intrisa di possibili e quindi precederci sempre, precedere noi, in quanto concretizzazioni ormai compiute di possibili e per questo dell'uomo. Il Nulla dell'immagine di Agosto è ciò che è più vicino all'Essere e non può che venire all'immagine come ciò che, nella lontananza estrema, ci è essenzialmente vicino come possibile proliferante e noi non possiamo che rimanere basiti di fronte al domandare di Agosto, nell'attesa del cinema che è già una sua pratica.

          

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