Untitled, 1925



La congiunzione di due vite, la discendenza che cerca un avvicinamento che non sia solo formale - il viaggio in sé, il percorrere le vie già battute e via dicendo - e che non si risolve in una semplice condivisione di esperienze, ma passa inesorabilmente attraverso la macchina da presa e l'eco del passaggio paterno non si solidificherà mai in un'immagine definitiva, né nel percorso stesso, eppure da esso parte ed è allora, in un pensiero che vede il luogo come ciò che abita la traccia, non l'esperienza ma appunto la traccia stessa viene ritrovata e questa, pur facendo parte dell'immagine, si costituirà come ciò che di meno visibile è presente, ma di una presenza che sfugge alla rappresentazione, pur sussistendo e «presentandosi» attraverso i suoi sintomi. Questa specificazione è posta dallo stesso film, chiaramente, Untitled, 1925 (Canada, 2016, 9'), girato della regista Madi Piller, la quale si prefigge di ripercorrere le vie paterne che lo portarono a diventare cittadino peruviano, riuscendo così anni dopo, in uno dei momenti critici europei, ovvero quello che ruota intorno alla Seconda Guerra Mondiale, a salvare se stesso e la propria famiglia da possibili sofferenze legate alla guerra e a tutto ciò che comporta. Se Madi Piller compie questo viaggio, i motivi che la sospingono sono, si capisce bene, di natura strettamente personale e tuttavia il cortometraggio in questione è privo di quei formalismi propri che ruotano intorno alla personalità di ciascuno, della stabilità del se stesso medesimo che agiscono come indicatori di un riferimento a ciò che è personale e a ciò che riguarda la propria memoria autobiografica, la quale, in questo caso, è strettamente riferita a una parte di quella famigliare. Confrontare la propria identità, rapportarla al passato, a un'identità che è strettamente correlata a quella nazionale, alle possibilità di un popolo e che si incrina o si ampia da una cultura diversa che ridefinisce, è vero, ma anche non trova mai pace: altrimenti perché interrogarsi tanto, perché prendere il posto delle nuove lotte di classe. In Untitled, 1925 la questione è molto meno politica e più personale di come l'abbiamo trovata, ad esempio, nel cortometraggio di Martina Melilli, Il quarto giorno di scuola (Italia, 2015, 5'), e tuttavia si lega ancora di più non tanto al cinema, come se ci fossero film più cinematografici di altri, ma alla possibilità che ci sia cinema a partire da una storia personale, la quale non viene ampliata, non le vengono aggiunti dettagli, non vengono creati, soprattutto, collegamenti con altri ambiti - come se non ci fossero macchinazioni di sorta - bensì si cerca di trovare, tramite la discendenza, gli echi della propria storia, passata e presente, in modo tale da rilevare delle tracce che non si presenteranno davvero, che saranno nella visibilità dell'immagine se non attraverso i suoi sintomi, come ciò che perdura nel passaggio pur non manifestandosi sostanzialmente ma esistenzialmente sono importanti - banalmente, un passaggio irrilevante non lascia granché tracce, a meno che non sia appena successo e noi siamo dei cani o che altro. Ciò che si vuole dire ha a che fare solo in parte con la significatività del vissuto, e se il padre di Madi Piller ha percorso il Sud America, e soprattutto il Perù è stato luogo di una possibilità di vita, a differenza dell'Europa, questa possibilità sostanziale è anche ciò che, per tramite della memoria genetica - da padre a figlia - si cela nel luogo stesso, in un'ombra, in una traccia - i sintomi - ma soprattutto è il fantasma. Se la nostra vita vissuta è quella che viviamo ed è l'unica, allora si evince che i fantasmi facciano parte di questa vita, ma ne fanno parte in una maniera d'essere diversa, certo, ma celata, e questo celarsi è proprio dell'immagine e Madi Piller riesce a evocarlo in modo tale che la manifestazione rimanga misteriosa, di quel mistero che abita l'immagine stessa, più che il luogo in sé. È a questo punto che sentiamo come la propria storia ci sfugga, come la memoria genetica sia solo ciò che permette la codifica di un passaggio discendente che non si ferma al codice stesso, ma va oltre questo codice, il quale, sembra strano, ma si trova anche nel luogo stesso. Ecco probabilmente il perché del viaggio della Piller ed ecco che forse possiamo capire perché ciò che vediamo mantenga un che di celato, non tanto incomprensibile, perché significherebbe il poter rientrare dello stesso nella comprensione e vediamo bene come questo non sia possibile: il campo della comprensione non ha tanto a che fare con l'immagine e una sua significazione porta a un riconoscimento della stessa e una fissazione rappresentativa che schiaccia i possibili, i fantasmi dell'immagine. Il loro mantenersi non è il mantenersi dell'identità ed è da qui che la Piller ritrova, prepotentemente, la forza dell'immagine da cui, in qualche modo, ripartire, sapendo che si tratta di tutta un'altra cosa, di tutta un'altra vita - eppure, abbiamo solo questa vita..


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