Traces of garden



Il bosco, i suoi soggetti e quello che ha l'aria d'essere l'amplesso di due amanti: di questo si compone il lungometraggio di Wolfgang Lehmann, Traces of garden (Germania, 2016, 71'), il quale si basa su delle semplici scene ripetute e variate in maniera tale da dare continuamente l'impressione di uno scorrere del tempo nel film stesso. Non si tratta semplicemente di aggiungere o sottrarre colore, di attuare sovrapposizioni o far scorrere pezzi di scena l'una sull'altra, bensì Traces of garden ha maggiormente a che fare col qualitativo, che per sua natura e intrinseca richiesta non si potrà ridurre a una sua quantificazione. Capiamo, allora, come l'esperienza in questo film dello scorrere del tempo non sia riconducibile a quel fare umano che ancora vuole presentarsi il dato, l'oggettivo e la considerazione dell'altro da sé in base al proprio sé e con ciò, se il film di Lehmann scorre nel qualitativo, significa anche che non implicherà immediatamente un suo aver a che fare coll'uomo e le sue esperienze del bosco e dell'amplesso. A questo proposito il confondersi dei due amanti ci è familiare nella misura in cui lo riconduciamo alla nostra vita e tuttavia Lehmann non cerca di entrare in empatia con noi: non solo e non tanto le tracce del bosco disturbano la nostra immedesimazione con gli abbracci, ma si insinuano negli abbracci stessi immanentizzandosi a essi, ovvero in un modo tale da non darsi come dato da aggiungere agli abbracci, bensì come parte degli abbracci stessi. Qui diventa importante la variazione stessa che Lehmann compie lungo il film, non tanto la maniera di variare e i suoi risultati. Il perdurare delle cose spesso le trascina malamente e così saremo portati a focalizzarci sulle maniere di variare, cioè sugli elementi di novità negli abbracci stessi, in modo tale da poter continuare senza che la noia subentri. Tuttavia dire che Traces of garden sia qualitativo ha di fatto già stroncato queste possibilità di inserimento, che ancora si rifarebbero a una logica quantitativa. Il punto infatti non è rendere eterno il discorso amoroso protraendolo all'infinito con delle modificazioni ed è per questo che non si tratta in Traces of garden di aggiungere o sottrarre, bensì di tracce. Non è solo che il bosco e la copula siano immanenti tra loro, da cui ne deriverebbe un discorso che potrebbe farsi circostanziale, al fine del film stesso e lì ridotto, ma la possibilità stessa che dall'immanenza ci sia la variazione che variando porta al proseguimento dell'immanenza medesima nel cinema. Il gioco sta allora credere nel cinema. Infatti, non possiamo che riprometterci la novità, salvo poi accorgerci che la routine ci precede, ci forma. Non si tratta con ciò di combatterla al fine di preservarci, bensì di produrre uno scarto nella routine stessa. Quando crediamo nel cinema non crediamo alla sua storia o al suo utilizzo per un farsi eterno, bensì crediamo nella possibilità che una proliferazione di possibili possano agire come scarto su una realtà permeata da una quotidianità la cui abitudine è in fondo per noi anche un fattore di sopravvivenza. In Traces of garden non c'è traccia della novità come antidoto alla noia, bensì è su questa stessa che il lungometraggio si radica, non chiaramente in senso dispregiativo e infatti non c'è bisogno di un antidoto: l'esaltazione di imprese eroiche e/o straordinarie piegano la vita e la realtà vissuta a un suo continuo sostenimento su un vuoto girare, in modo che il chiasso attutisca l'orrore per l'abisso senza senso su cui quotidianamente poggiamo come esseri umani. Con questo non solo pensiamo che si sia perso il silenzio, ma gli stessi rapporti attorniati da incontri che, cattivi o buoni che siano, ci distolgono dal domandarsi come sia quell'eccedenza nel continuo quantificare. In questo senso allora l'amplesso e il bosco, variando ogni volta nella loro ripetizione, non sono mai davvero gli stessi e non lo sono all'interno del cinema: il discorso non significa che solo in questo luogo tutto ciò sia possibile, ma che questo luogo è quello dell'immagine e quindi del possibile. Così ci focalizzeremo sulle tracce e il loro resistere alla realtà fa sì che dalle stesse nasca qualcosa di davvero significativo, oltre forse la nostra stessa esistenza, se la si può davvero oltrepassare.  


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