Ten Mornings Ten Evenings and One Horizon



In Ten Mornings Ten Evenings and One Horizon (Giappone, 2016, 10') Tomonari Nishikawa ha scelto di filmare i ponti di Yahagi River due volte al giorno, una volta la mattina e una la sera, facendo risultare una divisione in sesti dell'immagine, così da dare un senso di continuità del tempo nella giornata medesima o, ed è lo stesso, di passaggio del sole dall'alba al tramonto e viceversa, ricollegandosi così strettamente al ciclo del giorno, tralasciando volontariamente la notte dall'immagine. Il cortometraggio, dedicato al padre, si caratterizza così con una particolare sensazione di continuità e durata, che non è tanto lasciata al minutaggio, ma si lega alla stessa immagine, la quale, benché protratta per qualche tempo, non si lega al tempo nel suo scorrere tra le immagini, in un'accezione che sarebbe troppo contenutistica, bensì è l'immagine stessa che contiene la durata, il ciclo giornaliero, e lo contiene in un modo tale da non legarlo e vincolarlo al comune concetto di tempo cronologico. Non sembra, infatti, che il tempo scorra all'interno delle sequenze, facendosi così, per forza di cose, strettamente legato alla memoria, ma a quest'ultima sfugge: non ci si ricordano gli episodi, i quali sono rari e poco significativi (delle persone corrono comparendo e scomparendo in una parte dell'immagine, delle auto scorrono e scompaiono eccetera), ma non è questa loro caratteristica a far sì che la memorizzazione non avvenga, benché un'elaborazione della memoria di lavoro ci sia, ma non solo, visto che ne stiamo parlando con una qualche concezione, piccola o grande che sia. Il punto elaborato da Tomonari Nishikawa è un altro e la dedica, ad esempio, ce lo fa intuire. Il tempo non scorre attraverso le sequenze ma le sequenze sono di un'unica immagine e la cosa, anche se potrebbe risultare banale, di fatto però ribalta tutta la questione, perché fa scorrere il tempo attraverso un'immagine, ovvero quella che si crea, ma l'immagine creata non è solamente quella frantumata di uno dei ponti di Yahagi River, bensì l'intravedere, attraverso quell'unica immagine, di uno scorrere senza tempo e tuttavia legato pesantemente alla giornata. Si tratta allora di rendere la giornata ciò che fa l'uomo stesso o, meglio, di rendere l'uomo come colui che, gettato nel mondo, fa proprio il suo tempo e lo fa partendo dal proprio luogo: un uomo che vive in un certo luogo non ne è solo determinato, ma diventa tutt'uno con lo stesso, ma allora non possiamo relegare la vita di un individuo ai suoi episodi o, ancora meglio, possiamo farlo e tuttavia il suo scorrere potrebbe avere anche altro ed è ciò che tenta di mostrare Ten Mornings Ten Evenings and One Horizon. Difatti, qui non c'è propriamente una giornata ma il semplice scorrere quotidiano viene scomposto e sovrapposto in modo tale non da confondersi ma da risultare sullo stesso piano: l'immagine, appunto. Ed è dall'immagine che si parte in un sentimento che include l'uomo al cospetto di un avvenimento che, è il caso di dirlo, mai accade: non accade nulla e tuttavia è proprio da questo nulla che Tomonari Nishikawa trova il cinema o la sua possibilità. Non si sfocia in una contemplazione dell'immagine, perché, che dir si voglia, non c'è la creazione della stessa a opera di un soggetto - il regista - che la componga, ma l'immagine si dà come testimonianza di un accadimento che si lega inevitabilmente alla vita di un uomo, ma, abbiamo detto sopra, la vita di un uomo è un tutt'uno col suo luogo, il che, lo diciamo meglio, non forma un'unità ma non forma nemmeno un due. Si farebbe presto con ciò a dire tre (il terzo elemento dovrebbe essere il risultato della loro unione) e tuttavia non è nemmeno questo, perché la numerazione, e quindi la sua utilità, ha a che fare maggiormente colla realtà, ma ciò allora significherebbe precludersi la possibilità del cinema, escludendo, con una modalità del pensiero, i possibili stessi, che non si rinchiudono nell'algebra. Ecco perché, allora, più che un diverso punto di vista, è necessario un modo di vedere altrimenti, il che non significa un altro modo di vedere ma, esattamente, l'altrimenti, il che ci rimanda ancora una volta a un'apertura che, seppur ostacolata dal mondo ma del mondo, si lega, continuamente nella fuga, al cinema. E questo suo legarsi in Ten Mornings Ten Evenings and One Horizon incide il tempo ed è da qui che si parte.


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