Polaroids



Comporre un film come Polaroids (Ungheria, 2015, 13') non deve essere stato facile, soprattutto quando mettere insieme i pezzi ha significato un assemblaggio che va ben oltre il mero found footage e, probabilmente, da questo si dipana per lasciarsi alle spalle le vie delle memorie, dei ricordi legati all'immagine o che sono immagine, per finire poi in una composizione tale da implicare al suo interno dei versi, quelli di Simon Márton, che sono per noi totalmente sconosciuti eppur così centrali nel film, eppur così distanti. Péter Lichter mostra questo suo componimento in un'epoca totalmente legata alla fossilizzazione personale al proprio passato, la quale, nello stesso tempo, richiede anche di dimenticare continuamente, di rifare, di concentrarsi sulla novità e via dicendo. È in quest'epoca allora che esce Polaroids e la cosa non ha tanto dell'anacronistico, per via del titolo e quindi di tutta una serie di riferimenti culturali relativi a un mezzo tecnico che ormai ha fatto storia, in tutto ciò che implica, ovvero anche la sua fine, ma ha invece al suo interno una specie di illuminazione che rende Polaroids degno del tempo in cui viviamo, perché, in fondo, da questo tempo ne prende le immagini, più o meno datate che siano, e ne trae qualcosa che solo vagamente fuoriesce dal film e soprattutto da esso ne è saldamente trattenuto: non potremmo parlare in questo caso di linee di fuga che potrebbero o non potrebbero coinvolgerci, bensì di un'illuminazione particolare, che sembra illusoria, la quale, per sua stessa natura non implica il contenuto dell'immagine stessa e quindi invece che illuminare le cose, a esse si sottrae e tuttavia sappiamo esistere, ma tale esistenza non è propriamente quella umana, perciò facciamo davvero fatica a parlare di esistenza. Ne risulta, insomma, una difficoltà marcata nel parlarne e, non solo, nel poter addirittura trovare questo principio illusorio, forse non perché raro ma diciamo meglio che ci sia una certa miopia in chi scrive. Le immagini, dunque. Le immagini di Polaroids mostrano e vengono dalla luce appunto e con questa loro apertura totale alla realtà, appartengono di fatto alla storia stessa, al mondo stesso, in un darsi implicante la nostra interazione con la realtà stessa. C'è qualcosa che stride o, meglio, non stride affatto, perché in realtà si tratta di qualcosa di tanto delicato da avere appena la possibilità che la vista possa coglierla questa cosa e, in fondo, così dovrebbe rimanere. Ma c'è anche una schiusura, in punti non precisi che allora non si possono nemmeno definire più tali, in momenti allora, si potrebbe dire, lasciando perdere una spazializzazione del discorso e lasciando stare anche il minutaggio stesso e il dire cronologico. È ora di capire che non tanto dalle immagini passate fuoriesce qualcosa che vada oltre il tempo, perché questo ne è saldamente implicato, e qui non si tratta di parlare di un'eccedenza che non si può dire, ché allora è vero di tutto. Ha a che fare coll'immagine e quindi siamo totalmente oltre. Sì, perché se le immagini si possono vedere, non è tanto il fatto che da queste emerga qualcosa di indescrivibile, che non si può mettere in un'unità, ma che questa indescrivibilità faccia parte dell'immagine come la parte sostanzialmente non visibile e che non eccede assolutamente l'immagine, ma ne è implicata in una maniera che in Polaroids ha, tenue, il sentore di star vedendo mere illusioni. Il punto in questione non verte, di nuovo, sul presentimento di illudersi di qualcosa, di avere delle suggestioni, insomma, nella stessa maniera in cui assistiamo a giochi di prestigio. Meglio ancora, sentiamo vagamente in Polaroids che siamo all'interno di un'illusione ma tale illusione non coinvolge il pensiero di un gioco, di qualcosa che potrebbe non essere reale, perché ne siamo coinvolti non tanto come spettatori e quindi come coloro che guardano un'illusione ma come coloro che partecipano, in qualche modo, all'illusione stessa quotidianamente e che riescono ad avvertirla in rari momenti: avvertiamo così e ci poniamo dubbi sul fatto che l'immagine ci dia lo specchio della realtà, che non sia un mero riflesso della montagna sullo schermo, che ci sia qualcosa che non si vede nell'immagine e che questo non vedersi è in realtà ciò che è più importante e reale, a differenza di tutto il resto. È da qui che si inizia a problematizzare cosa dia luce e cosa illumina senza mostrare e, insomma, se Polaroids fa tutto questo è perché sostanzialmente parte da un allontanarsi da quella fossilizzazione nella memoria che tanto ci attanaglia e che non ci porta nemmeno a un cambiamento personale e allora mischiare suoni e immagini o mantenerli come da origine, questo oscillare costante, ci porta a un dubbio, non di cartesiana memoria, ma a quel dubbio sui nostri stessi percorsi e, insomma, forse, è il caso di leggere davvero altrimenti, di guardare altrimenti, ché è ora.


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