Pieghe #29: la musicalità del cinema di Anna Kipervaser



C'è una certa e piacevolissima musicalità nei film di Anna Kipervaser, che sarebbe riduttivo ricondurla semplicemente a una sorta di armonia insita nelle opere stesse o, insomma, composizione di scene e anche lì dove - lo vedremo più avanti - il suono non è presente, tale musicalità rimane e nello specifico non siamo tanto noi ad aggiungiamo con spirito creativo, ma siamo come trasportati da una visione per la quale la testa non serve proprio. Serve lo sguardo e probabilmente diciamo bene a rifarci a un certo trasporto, nel senso della dispersione nell'immagine. Ma ciò non basta per parlare dei film di Anna Kipervaser, perché il concetto di immagine è forse fin troppo comunemente abusato e allora ci accostiamo nuove parole, come la musicalità, per dargli un tono completamente diverso, seppur non originale: la dispersione data dalle immagini è allo stesso modo quella data dalla musicalità, che non tanto vaga e si perde nell'immagine, ma si rafforza e si riempie nell'evanescenza stessa, la quale, lungi dal presentarsi come una debolezza cinematografica, è punto di svolta per andare al di là del modo di osservare la realtà medesima. Ecco allora che, per esempio, in Myth (Ucraina, 2013, 6') il suono manca completamente e il silenzio si inserisce nell'immagine in modo tale da creare una specie di ode - al mondo stesso e quindi a ciò che di più profondo lo perpetua, lo sostenta: una religiosità accanita piena di simbologie, dei e rituali connessi, è vero, ma completamente assente risulta essere la componente istituzionale, la quale, solitamente, se siamo d'accordo sul dire che solidifica il senso comunitario e la simbologia stessa, non è tuttavia davvero necessaria per questo, ma ne è eterna illusione degli uomini che non sanno di poter essere liberi. Non tanto quindi si cela la libertà nell'assenza di miti e religioni e questo, Anna Kipervaser, lo mostra molto bene, sacrificando ed elogiando non solo o non tanto i simboli ma l'immagine stessa a una sottomissione religiosa, una sottomissione a un Dio spinoziano che, appunto, risuona in noi prepotentemente. Lo stesso attaccamento panico lo ritroviamo forte in Instrument (Ucraina, 2014, 6'), dove qui risulta, a un certo punto, verso la fine, quasi disturbante, come se dovesse disfare un armonia precedentemente creata con il paesaggio stesso, anzi di più: è proprio lo strumento dell'uomo a voler distruggere quel pacato equilibrio, per irrompere così, in un certo senso, a destabilizzare le connessioni. Non è però un movimento che distrugge le cose, perché, attenzione, questa sarebbe tutta un'altra cosa. Infatti, è l'equilibrio a divenire precario e ciò non significa non poter fare nulla o vivere senza certezze, come lo sarebbe in questa realtà aberrante, bensì questo rumorio finale è necessario per riempire pian piano gli stessi spazi, i quali non tanto si trovavano vuoti, ma accoglienti verso l'uomo stesso, non per la sua nocività, per una sua escalation rovinosa come quella attuale. L'uomo ha smesso di ascoltare e insieme di vedere: è il luogo stesso ad avere una sua musicalità, a muovere l'uomo ed è l'uomo a riempirlo di senso, ma le due cose sono strettamente intrecciate, sono sullo stesso piano, questo è il punto fondamentale della Kipervaser. In Golden Racecar(s) (Ucraina, 2014, 2') siamo costantemente in ascolto, sull'attenti, di un avvenimento che non accade mai: è la stessa attesa il tratto fondamentale, non tanto il motivo, bensì la propensione ottimale per guardare a questo cortometraggio, non per poi ottenere qualcosa, ma è proprio il perdurare dello stato stesso il punto. Si continua a guardare, senza imprimere sull'immagine un bieco significato fatto per l'uomo e, questa volta, non è nemmeno l'altra parte, ciò che è ripreso, a comunicarci qualcosa, il che significa precisamente che non c'è comunicazione, non c'è mera osservazione. Si attende. Nel frattempo non si fa qualcosa, il riprendere qui non è un qualcosa fatto per passare il tempo, ma precisamente un rimanere nell'attesa. E allora si intravede una mano, un uccello morto, un fumo indistinto, la cima degli alberi e tutto questo ci basta. In fondo, ci è necessario e questa necessità è sentita forte in To honor (Ucraina, 2014, 2'). È qui, in modo definitivo, che tutto ciò si compie, ovvero la musicalità, che diventa fatta dal suono per il silenzio, l'immagine, che è ora l'immagine panica in continua lotta per l'equilibrio, tra un altro uccello morto e un uomo parlante, una propensione, un rivolgersi alla natura, alle cose stesse nella loro intima evanescenza, che è in esse radicata, che non le rende dato certo di oggettivazione ma continua problematizzazione. Eppure, eppure esistono ed esistono qui, nei cortometraggi di Anna Kipervaser, con un sentimento del cinema commovente, in un trasporto tale, che la contemplazione è immediatamente qualcosa che ci muove e smuove verso il cinema, verso altre possibilità di vedere.



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