Pieghe #30: Albert Alcoz o di un delicato panismo



Delicato e ricercato sembra essere il cinema di Albert Alcoz, o almeno quello pervenuto a noi fino a questo momento, un cinema che, seppur andando a scavare nella realtà in modo quasi gentile, mai davvero violento, fa emergere da questa realtà un candore sottile, di tutt'altra natura di quel che emerge da un cinema che si concentra sulle persone e sulle loro relazioni, ma, pur nella sperimentazione, Alcoz ci fa trovare dentro il flusso di un'immagine da cui si evince una quiete panica, che ci colpisce per questo. Così, non dobbiamo pensare di dividere i film in quelli con la natura e quelli con gli uomini, perché, anche se non ce la sentiamo di parlare di astrattismo e non ne abbiamo nemmeno finora parlato per i film incontrati in modo da contraddistinguerlo a una supposta concretezza - che significa forse interezza dell'immagine, forma, realtà o che cos'altro - ciò che sembra emergere dai film presenti in questa piega, è la naturale propensione verso l'interrogazione delle possibilità di mostrarsi dell'immagine, tenendo conto non tanto di suggestioni, sarebbe troppo facile, ma di ciò che non si mostra e che non è sentimento verso l'immagine ma il sentimento delle dinamiche delle immagini stesse. In questa maniera, in qualche modo più o meno legittimo, se proprio vogliamo fare opera di accorpamento e mai di sintesi, ci sentiamo di introdurre parte del cinema di Albert Alcoz ed è così che, per esempio, ci approcciamo in Espectro cromático (Spagna, 2015, 3') come a qualcosa di più di un mostrarsi delle suggestioni date dalle diverse colorazioni dello sfondo, in questa sala minimalista e attraversata da individui più o meno presenti. La modificazione del colore non sembra quindi essere solo l'attestazione di una diversa modalità percipiente del soggetto (abbiamo più volte ribadito essere questa una posizione insufficiente e che non ci interessa, anche recentemente, con Hotel room (Austria, 2011, 6')) e una diversa sensazione di sentire la stessa situazione, ma mostra una particolare modalità di stare nel mondo come individui quasi spettri che coabitano un territorio e tale coabitazione non avviene tanto tra individui-spettri stessi ma proprio col mondo, se non che, infatti, la modificazione del colore porta anche a un'abitazione diversa, che ha l'effetto non tanto nel singolo colore ma nel loro intervallarsi, che trasporta il campo stesso dalla realtà all'immagine stessa: non ci sentiamo così davvero più appartenenti o nella possibilità di abitare davvero quella stanza, perché, di fatto, non possiamo abitarla - il cinema non si abita. È così che, tornando indietro nella filmografia di Alcoz, ci imbattiamo in un cinema che già allora stava attento a come porre il luogo, cercando di problematizzarlo e indagando, in Enfoque natural (Spagna, 2012, 3'), il porre stesso come esplosione della realtà e quindi un tentativo, non tanto di mostrare quest'ultima diversamente, ma di concepirla come ponte necessario affinché qualcosa si espanda o, meglio, se ne allontani. Non c'è un rifiuto e un distaccamento emotivo, ma del luogo stesso non se ne può far a meno, perché altrimenti mancherebbe completamente un qui necessario per guardare altrimenti. Tuttavia questo non significa che la natura mostrata da Enfoque natural sia il punto di partenza ed è probabilmente con Triple exposición (Spagna, 2013, 10') che ciò emerge più chiaramente e in modo più prepotente. Qui la tecnica si complica maggiormente, ma questo non significa che sia presente una sorta di passaggio dal più facile al più difficile, perché la questione non è meramente tecnica, bensì marcatamente di necessità. È chiaro che Alcoz sfrutta le potenzialità del mezzo e le implica tra loro per dare un'immagine maggiormente problematica, ma con essa anche l'immagine stessa si complica e lo fa nella misura in cui non solo corre di pari passo con la complicazione tecnica, ma la supera in qualche modo, inviluppandola su se stessa per sviluppare il mondo stesso, ma facendo ciò il mondo non può tuttavia crescere all'infinito, perché trova dei limiti, che sono anche quelli della tecnica anche se non uguali. Ecco perché parlare del cinema da un punto di vista solo tecnico non basta e non basta mai, perché non si riduce a questo. Togliendo il sociale dal film, rimane la tecnica e questa focalizzazione sulla natura qui e più avanti sui luoghi di Espectro cromático fa in modo di poterci meno distrarre dal mondo stesso. Bene quindi, ma a patto di non confondere ciò che ci danno i film di Alcoz, questo pacato panismo seppur nella velocizzazione data, ad esempio, in Triple exposición, come il di più del film stesso, perché questo non ci basta ancora, perché implica allo stesso tempo anche la visione come luogo stesso dell'immagine, che non poggia tanto sul luogo, o meglio, in questo si sviluppa, anche se mai rompendolo, mai rifiutandolo. E non si può percepire la visione e non se ne è nemmeno coinvolti, in questo senso allora sì ne siamo rifiutati, allontanati, ma proprio per non viverla, per lasciarla all'immagine. Questo è l'inizio di qualcosa, che da qui si dipana e prosegue e ora non basta che ricercarlo ancora e ancora, senza fine.


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