Hotel room



La questione sulla percezione, del suo mutare a seconda della condizione mostrate nel suo svolgersi di volta in volta, di fotogramma in fotogramma, è ciò che permea la visione di Hotel room (Austria, 2011, 6'), cortometraggio che fa parte di una serie pensata da Bernd Oppl sulla percezione in relazione a determinati luoghi, come un corridoio e, in questo caso, una stanza di un hotel. La questione è posta in modo tale che il cambiamento in atto sia tutto sommato scorrevole e di una velocità che significa in primo luogo far sì che la percezione percepisca se stessa nell'atto del mutamento di sé. In gioco forse un problema metacognitivo e però messo in modo che non ne siamo tanto noi i soggetti ma la percezione stessa. Cosa significa? Innanzitutto e perlopiù quello che ci diciamo costantemente, ovvero dell'impossibilità di parlare di un soggetto difronte a certi tipi di film. Ora, il punto non è tanto e solo trovare un principio di immanenza in ogni cosa, bensì, in questo caso, cogliere un qualcosa come la percezione - che fa da sfondo e punto cruciale in Hotel room - che ha di solito a che fare principalmente con un soggetto e vedere in termini cinematografici, quindi a un qualcosa che possa riferirsi di fondo all'immagine e non al soggetto. Non tanto una riflessione sull'immagine di qualcosa, quindi, qualcosa che rispecchia un contenuto presente nella realtà, ma nemmeno una riflessione astratta su un'immagine ipotetica o di come dovrebbe essere un'immagine, in un'accezione non solo teorica ma in fondo anche, perché no, di ciò che permea la realtà stessa. Il movimento di Oppl sembrerebbe non tanto propagarsi dal film alla realtà, quanto meno quindi a un processo di nevrotizzazione della stessa, in modo da vederne quasi un insegnamento del cinema al nostro modo di percepire la realtà: ecco che facendo vedere qualcosa che, dato il mutare di una certa variabile o l'aggiunta di una, possa cambiare il modo di vedere le cose, prospettando così, in ultima istanza, un miglioramento delle proprie condizioni, della propria vista, che in qualche modo impara a vedere maggiormente, più acutamente se vogliamo, più ampiamente. Non si tratta di questo e però possiamo dire che Bernd Oppl fa compiere questo tipo di ragionamento non tanto al soggetto, dicevamo, ma alla percezione. Ma, potremmo dire, la percezione è roba nostra. Tuttavia se così fosse allora, non si capirebbe nemmeno il motivo per cui la stessa possa essere diversa in epoche diverse, perché si faccia culturalmente. In fin dei conti non si tratta di un qualcosa di stabile che ha certe variabili o, meglio, ce le ha quando andiamo a studiarla come affare cognitivo e neurobiologico e in questo senso nulla da obiettare. Se però andiamo a pensare al modo diverso di percepire, ad esempio, un quadro, colle dovute precauzioni nel metterli sullo stesso piano, il coglierne anche una certa simbologia che ora, anche se la conosciamo, ci sogniamo, capiamo bene come anche la percezione stessa sia mutata nel tempo. Non è solo una questione prettamente simbolica, come se i simboli fossero un'aggiunta, una mera conoscenza in più che uno possiede oppure no, ma qualcosa che permea talmente l'individuo, che lo rende tale o, meglio ancora, qualcosa che permea la moltitudine stessa, come quella proliferazione gruppale che ci appartiene - mentre solitamente a studiare cognitivamente si parla solo in termini di individui, masse e via dicendo. Tornando nello specifico di Hotel room, ai suoi luoghi minimali e a quel ghiaccio che riempie la stanza, noi, prima ancora di vedere il modello che effettivamente è la stanza, sentiamo il mutare ma soprattutto uno sfuggire di un nostro stesso processo, il che non significa solo che questo si sgretoli nella sua certezza e così ci sfugga, bensì che non ne siamo più proprietari nella misura in cui lo diventa legittimamente anche il film stesso ma, a questo punto, ciò si concretizza in una visione il cui punto non è tanto che quest'ultima ne risulti disturbata o meno, ma che si faccia esclusivamente cinematografica, senza interferire propriamente con la realtà. Non solo, come detto sopra, non impariamo a vedere in modo diverso ciò che ci circonda, ma vediamo diversamente non tanto il cinema, ma nel cinema stesso e questo ci riguarda da vicino più della realtà stessa, fatta da immagini che non sono tali nella misura in cui appartengono a una mera realizzazione e non più all'immagine come possibile. Ecco allora che la nostra destituzione come soggetti percipienti in Oppl significa non tanto una schizofrenizzazione ma una problematizzazione della percezione stessa, come ciò che può problematizzarsi e non banalmente mutare attraverso il cinema e questa è una delle possibilità del cinema stesso.

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