Flowers of the sky



I film di Jaine Geiser si sono rivelati spesso oscuri e di una complessità che non è banalmente data da un tentativo di stratificazione della materia impressa, come ci era già dato modo di osservare in Cathode garden (USA, 2015, 8'), cosa che qui, in Flowers of the sky (USA, 2016, 16'), assume i toni di un atteggiamento sempre sospinto in avanti, che attende l'arrivo di qualcosa che, di fatto e più profondamente, non accade davvero mai: si rimane così nello stato dell'attesa, che si rivela appunto nel procinto non tanto di cogliere qualcosa ma, solitamente, nel fatto che questo qualcosa si manifesti e ci accada, ci colga in tutto il suo senso. Se si può dire che le nostre sensazioni su questo cortometraggio siano più o meno corrette e condivisibili in merito, la questione si complica via e via e questo palese non accadere di qualcosa non ci fa rimanere nell'attesa di, ma nella continua propensione dell'attesa stessa, fine a sé, perché, banalmente, se qualcosa non accade lo stato proprio dell'attesa rimane. Ma più profondamente e tuttavia è in questa attesa che si può sentire in altro modo il nostro ruolo di testimoni, che si esplicherà precisamente in una non-manifestazione che per suo carattere rimane oscura e nello stesso tempo chiara. Perché, in effetti, non si può dire che ci sia qualcosa e nonostante questo si compie un evento nel nostro campo di sguardo, il quale non rientra nelle regole oggettuali o della realtà e così non possiamo nemmeno dire che il compimento dell'evento si possa rendere manifesto ai nostri occhi, pur rimanendo esclusivo dei nostri occhi e della materia stessa. Qui non si tratta tanto di una rivitalizzazione della materia fotografica, quasi che bastasse il recupero delle foto e un loro riutilizzo attraverso la macchina da presa a far sì che quest'opera di rivitalizzazione si compia, bensì si tratta di rendere questa stessa materia parte dell'evento in questione, nella maniera tale per cui possa apparire e scomparire come suo continuo sbrilluccicare che si dà e si sottrae a più riprese ai nostri occhi, mantenendo quello stato di attesa senza fine. È allora che capiamo come sia in atto un tentativo di sperimentazione che va al di là del semplice significato che può avere un recupero e successivo slancio di vita, perché riportare in vita, quest'attaccamento alla vita che impera nella nostra concezione di utilizzo, questo bisogno della resurrezione, vagamente cattolico, ci rimpasta le mani continuamente nella realtà, e allora il riciclo creativo non solo degli oggetti ma anche umano - il riciclo dei soggetti dei vari tipi di carcere presenti, siano essi su un presidio ospedaliero o altro - continua a rientrare, a buon rendere e senza morali di sorta, nella realtà, nel quotidiano - ancora senza connotazioni positive o negative. Ma Flowers of the sky appartiene al cinema ed è qui che allora ci opponiamo ai concetti che concettualmente sono affini e ruotano intorno alla rivitalizzazione. Il perpetuare dell'attesa significa non solo che non si circoscriverà attorno a un fine ma oltre a ciò c'è l'assenza della fine dell'attesa, il che non rende eterno il ritorno della materia ma nella perpetuazione dell'attesa non lo rinchiude e lo libera sia dalla materia fotografica sia dal tempo e quindi da una concezione del recupero, del riciclo, della rivitalizzazione. Sbagliamo altresì a pensare che le possibilità qui si siano compiute e realizzate attraverso il cortometraggio in questione, cioè che si sia trattato di dare altre possibilità alle fotografie: certo, c'è, accanto a queste, un incrocio con altri termini, con un'altra materia proprio, ma quello che compie la Geiser non ci sembra una definitiva ridefinizione del senso del ritrovo, bensì un tentativo di ritrovo del senso che non può portare se non a una propensione dell'attesa che si mette in ombra e si schiarisce oscurando il proprio senso e nel medesimo tempo ritrovando l'oscuro chiarore del mezzo cinematografico. Mezzo, appunto, che dà alla luce qualcosa e, nello stesso tempo e più profondamente, sottrae qualcosa dalla realtà, tenendo per sé quei possibili che portano la materia in un campo ad essa sconosciuto, ovvero quella dell'assenza di fine, il che non porta a un'eternalizzazione delle stessa. La massoneria, come quella delle foto, non è proprio ciò che non si mostra o ciò che è eterno perché di fatto mai muore, bensì ciò che uccide i possibili della realtà, agendo in maniera tale per cui si ha la sensazione che qualcosa accada ma questo qualcosa non si manifesta: diversamente dal cinema, questo accadere ha in sé le istanze della realtà e, anzi, è più realtà di altro, se così si può dire, perché si nasconde ai nostri occhi, non si manifesta, ma ci accade. Tuttavia questo nascondersi si compie nella realtà e in qualche modo non si sottrae allo sguardo, ma fugge da esso, per non essere visto, rimanendo così dello sguardo. L'immagine di Flowers of the sky ci sembra invece sottrarsi allo sguardo per mai darsi, ma al più è nel continuo darsi e sottrarsi a noi, sperimentando così la possibilità di un evento, la cui perpetuazione dell'attesa è per noi fonte della speranza più profonda e che sentiamo maggiormente incline all'uomo.

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