Field notes from a mine



Destituire l'immagine come copia della realtà per far sì che questa realtà rientri in un processo computerizzato, in una rielaborazione di dati, seguendo il corso delle cose: Field notes from a mine (Paesi Bassi, 2011, 20') di Martijn van Boven e Tom Tlalim non ha in sé quella decisione un po' rassegnata di chi utilizza la tecnologia perché, semplicemente, «così vanno le cose», ma piuttosto forte è il richiamo del «così vanno le cose, così devono andare». Non si può parlare allora davvero di semplice seguito nel flusso degli accadimenti, ma del loro utilizzo, il quale non diventa nemmeno, all'opposto, punto di forza, ché altrimenti non ci si schioderebbe dal paradigma della rassegnazione e del seguito. Certo, qui forse è in gioco la consapevolezza della propria era storica e tuttavia parlare di consapevolezza avrebbe forse fin troppo a che fare colla mera conoscenza delle cose e degli strumenti, delle loro cause e dei loro effetti - grafici e conseguenze - mentre ci sembra che nel cortometraggio di Martijn van Boven e Tom Tlalim l'utilizzo dei mezzi sia non solo, appunto, mezzo, ma snodo nevralgico del discorso, il quale non potrebbe levarsi in questo modo se non attraverso questo modo, con il quale, tra l'altro, siamo intimamente collegati. Un uomo tecnologico, come declamato da più parti e tuttavia qui non è in gioco la tecnica se non nel suo binomio virtuale-intensivo. Non si tratta così di cambiare l'uomo, né di prendere un cambiamento in atto per sconvolgere l'essere uomo e considerarlo diversamente, quasi fosse un altro uomo, ma raccogliere i sedimenti dell'uomo medesimo, non più soggiacente all'atto del trasferimento e trasformazione dei dati e, se è per questo, nemmeno attivo pilotaggio degli stessi. Distinguere tra queste dinamiche non porterebbe davvero a nulla e così Martijn van Boven e Tom Tlalim cercano invece di fare un discorso sull'immagine, lì dove l'immagine non è se non costruzione di se stessa, senza per questo costruire una realtà, ma piuttosto a essa si rapporta e, insieme, non si rapporta, lasciando quel margine di alterità che sussiste anche per il suo mancare di qualsiasi simbologia. Così, l'intensità data in Field notes from a mine non sarà marcatamente legata alla sua virtualità, eppure da questa ne deriva, senza però andare al di là di quella realtà tanto agognata, perché, in fondo, questo cortometraggio cerca di vedere, forse, in modo diverso, seppur non altrimenti, ma veicolato da un'alterità che è tale solo perché non appartiene alla visione e tuttavia è in noi proprio come sguardo, quello sguardo che appunto si regge e si sta sviluppando in quest'era qui. Ecco perché non si è spinti nella semplice consapevolezza delle proprie conoscenze, perché tutto questo poco ha a che fare con uno o più saperi che si integrano tra loro in modo da formare concetti multidisciplinari. C'è invece un tentativo di scavalcare un presente che è già stato storiografato per darsi in cumuli di intensità, attraverso questo viaggio-pellegrinaggio in Africa, quell'Africa che risente dell'europeismo come idea estranea, che chiaramente non è solo qualcosa che aleggia nell'aria, ma che viene subita e concretizzata nell'intimità stessa. E tuttavia di questo non c'è nulla, c'è invece un percorso che è svolto da Martijn van Boven e Tom Tlalim senza esserne davvero loro gli artefici o rappresentanti ma, oltre la consapevolezza, come coloro che assumono su di sé l'appartenenza al proprio popolo, esplicando quelle proprie potenzialità che particolarizzano e rendono diverso il popolo stesso. Non si tratta, come pare ovvio, di fare del cinema un luogo per incalzare e veicolare una qualche moralità schiava di un pensiero che non è tale e che potrebbe essere facilmente definito come pregiudizio sottostante una legge: qui, semmai viene palesata una normatività data da alcune condizioni (temperature, suoni eccetera), che fan derivare l'immagine in atto in Field notes from a mine, immagine derivativa e trasformata in un linguaggio che è a malapena comprensibile e che tuttavia ci appartiene sempre più: per questo possiamo sentirlo in intensità, non perché sia virtuale o che questa ne sia la causa prima, di contro il suo richiamo è esattamente nella realtà che viviamo, non spodestandola ma piuttosto prendendola nella sua accezione più veritiera.   


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