Pratiche della visione #4: La morte del cinema non prevede fantasmi



Bene, ora che l'evento - o presunto tale, perché meglio sarebbe chiamarlo "fatto" - è accaduto, possiamo spendere due parole in merito. Non l'abbiamo fatto prima per un semplice motivo: non volevamo fare della pubblicità, e, siccome la gente è demente e fraintende easy, ci sarebbe molto dispiaciuto far affluire anche solo due persone a una proiezione del cazzo. Anyways, il fatto è: Ananke che viene presentato a Roma, assieme a Con il vento. Naturalmente Ananke, girato in pellicola perché Béla Tarr è bello ma montato in digitale (poi, per cortesia, spiegatemi che senso abbia girare in pellicola e montare in digitale), viene proiettato in digitale, come peraltro viene fatto con Con il vento, il quale, tuttavia, è un film in digitale che cerca - no reason why - di emulare la pellicola con filtri scaricati da YouTube. Ora, uno può dire: ma che cazzo me ne frega a me che 'sti film fallimentari siano presentati a Roma? In effetti, nulla. Eccetto per una cosa, e cioè che essi non siano dei fallimenti, perché, com'è noto, «il fallimento è fino in fondo»; certo, Ananke ha avuto vita breve, e non tanto perché il produttore, come da alcune parti si dice (il «si dice» di deleuziana memoria...), abbia bloccato il film dopo taluni fatti che coinvolgono il sottoscritto (cosa che sarebbe accaduta, qualora fosse vero, anche per Roma, cosa che evidentemente non è successa), cioè me medesimo stesso, ma perché, per l'appunto, non se l'è filato nessun festival, è stato mandato a destra e a manca e nessuno l'ha voluto, tranne Pesaro, una cosa sci-fi nel Nord-Italia e, boh, Roma appunto. E allora il punto qual è? Il punto, purtroppo, è sempre lo stesso, e cioè questo. Che Romano non abbia la stoffa del regista è un dato di fatto, ma in Italia, a quanto pare, e anche nei festival indipendenti o supposti tali, come Pesaro, che tuttavia indipendente non è, ma rifocilla l'indipendente di Satellite, che peraltro in piazza ha presentato un solo film (guarda caso quello di Romano, ROFL), attraverso il porno random e altre cazzate pubblicitarie che ben si confanno alla mediocrità del Si impersonale di (questa volta) heideggeriana memoria che ammanta quello che era un festival che per primo portò, per dire, in Italia Brakhage, insomma, che Romano non abbia la stoffa del regista è un dato di fatto, ma in Italia non serve avere la stoffa, basta essere simpatici, avere qualche amicizia di convenienza, fare i pompini alle persone giuste. Così, la Mostra del cinema di Pesaro segnala sul sito che Ananke e l'altro film di merda di Romano venga proiettato a Roma. Perché? Perché è stato presentato a Pesaro. Ma, cazzo, pure quello di Cornelio, che è un coglione, sia chiaro, ma noi siamo gli ultimi parrhesiasti, quindi ci permettiamo anche di fare certi nomi, pure quello di Cornelio, dicevo, è stato presentato, dopo Pesaro, altrove - e sul sito della Mostra non c'è traccia. Stessa sorte a La tomba del tuffatore, Memorie - In viaggio verso Auschwitz (Italia, 2014, 76') e via dicendo. Insomma, perché? e non dico perché tutto questo, perché è chiaro come 'sta Italietta stanca ma poco affaticata sia presa, quindi non c'è sorpresa in determinati giochi di potere (tra poveri), dico, e sono onesto nel domandarlo, perché siamo ancora qua, la domanda è rivolta ai governati, non ai governanti. Questo vale anche in politica, ma della politica non me ne frega un cazzo. Cinematograficamente, tuttavia, credo sia importante. Ed è importante che la massa, inebetita, dei governati inizi a fare delle domande ai governanti. A chi, il potere, ce l'ha. A chi seleziona i film. A chi ci mostra i film. Ai presidenti dei festival, perché non bisogna rovesciarli: bisogna semmai chiedergli conto di quel che fanno. Bisogna chiedere ad Armocida perché abbia scelto questo e non quello. Bisogna chiedere a Barbera quale sia il suo fine, nonché i mezzi per perpetrarlo. Non c'entra vedere altro. Non è una questione d'emancipazione. Non l'è mai stata. Non si tratta di vedere Todd piuttosto che Tarantino. Si tratta di vedere Vaia/Piazza e non trincerarsi in quel cinema lì, ma andare in piazza a Pesaro e, a seguito, chiedere come mai ci fosse un film di merda come In the last days of the city (Egitto, 2016, 118') piuttosto che quel film che, anagrammato, fa CAPOLAVORO SOMMO, e cioè La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84'), ma non per criticare l'operato della giuria di selezione quanto, semmai, per fare in modo che sia tratta in gioco, non sia un altrimenti, un'ulteriorità inattaccabile. Non si tratta di vedere Lav Diaz nell'epoca d'oro, cioè quando noi lo recensivamo e venivamo presi per idioti a vedere certa roba, ma, colla memoria di ciò, entrare a Torino e chiedere come mai si presenti, oggi, il peggior Lav Diaz, quello che fa film da UNICEF. Si tratta di chiedere ad Abiusi come mai solo ora, e non prima, scriva di Iconostasi (Italia, 2015, 15'). Bisogna insomma che questa gente, che decide cosa dobbiamo vedere, renda conto di ciò che dobbiamo vedere a noi che dobbiamo vederlo. Non è un fatto di rivoluzione, ma di teoresi, di dibattito, di critica, intesa però come gioco. Questi, nessuno li tocca. Bisogna riportarli nel gioco, nel gioco di forze che danno loro come governanti e noi come governati, perché va bene che loro governino, ma questo loro governo non è uno Stato, lo Stato non esiste, è una finzione: Cecilia guardami-le-tette-o-ti-tiro-una-sberla Ermini è, quando sul palco presenta un'opera, la prova inconfutabile di ciò. E tuttavia noi che facciamo? Da una parte, come voi dementi fate, ci adeguiamo. Guardiamo quel che passano e, come un Locatelli accaso, giudichiamo immenso il meno peggio dei film proposti. D'altra parte, come noi deficienti facciamo, ci trinceriamo, ci ghettizziamo nelle nostre visioni, nella nostra autenticità. Ma che ne è dell'autenticità laddove essa non rende conto di sé? Heidegger non ha mai criticato la mediocrità. Era una medietà, ma era tale, appunto, perché dal Si si potesse comunque trovare, nel sentimento dell'Essere-per-la-morte, non una via di fuga ma una consapevolezza di un Altrimenti, del Ci dell'Esserci. E allora, non si tratta di andar per rivoluzioni, di guardare altre cose e chiudersi in quelle, sfanculare gli altri. Si tratta, fondamentalmente, di guardare l'altro e, con ciò, tornare ai festival, tornare a Pesaro, a Venezia, Torino, Locarno, Rotterdam etc. per render conto di questi festival. Per chiedere perché questo e non quest'altro. Bisogna, per usare termini foucaultiani, avere il coraggio della verità e cioè, sempre seguendo Foucault, essere cinici. Guardare il tiranno in faccia e dirgli: «Di me non possiedi che il cadavere». Certo, questo richiede un'attenzione specifica, una visione che sia di per sé praxis - un'attività passiva che non è una passività dell'attività, come usualmente accade quando si guarda un film, ma qualcosa di straordinario che succede, appunto, quando si guarda Attraverso, quando si è guardati dal film, quando il nostro sguardo è attratto dall'opera e non diretto verso essa, perché solo allora lo sguardo può palpare l'opera, incendiandosi di essa. Il cinema, quand'è nell'autenticità, è questo. Non è solamente legiferare sul film. La critica s'è da ormai troppo tempo assopita su questo. Sitney ha costruito la propria bibbia sulla base della mafia mekasiana. E questo è un fatto, non un evento; anzi, come fatto ha sottratto un evento. La domanda, allora, è: perché non sentiamo più il bisogno di eventi? perché - chiedo io - preferiamo i fatti agli eventi? La risposta banale è perché se ne possa parlare. Ma quando se ne parla se ne parla tra pari. Nei social. Dove la mia opinione conta quanto quella di chi perde ancora tempo dietro a Grandrieux. Bisogna osare, bisogna essere dispari - osare la propria parola verso l'altezza, la verticalità, e non l'orizzontalità. Domandarsi come mai Armocida porti così tanto in palmo di mano Romano. Come mai FilmIdee faccia di Ferri una bandiera. Perché è questo che conta, non le foglioline riprese da Dorsky. Le foglioline riprese da Dorsky sono un prima e un dopo, ma non sono l'adesso. L'adesso, il presente, cioè Romano e Ferri, Armocida e FilmIdee, (Uzak, perché tirare in ballo Abiusi per dirgli merda è sempre un balsamo per l'anima che agli occhi di Nostro Signore Gesù Cristo mi sconfessa dai miei peccati più di 30 Ave Maria), ma questo presente dev'essere aperto da un futuro, un futuro che pieghi il presente riscrivendo il passato sul quale si evenemenzializza il presente. Presente che è un tempo, tempo come il futuro. E il futuro è aperto. Com'è che non può esserlo anche il presente? «Il meglio è passato», scriveva Flaiano...

22 commenti:

  1. Francesco,

    permetti anche a me, dunque, l’esercizio della parresìa. Quanto più mi rammarica, e mi turba, non è lo sciatto affronto personale, da bettola, valido giusto come intrattenimento casalingo, ma piuttosto questa tua retorica terremotata, malvestita, frigida e compulsiva. L’acredine che rivolgi, indistintamente, verso tutto e tutti, è un’abiezione, e somiglia a un socialismo della miseria per come vorrebbe tutti ridotti alla stessa, cadaverica bassezza: e ciò è pericoloso perché il qualunquismo, sopratutto quando chiodato negli abiti della critica d’arte, è totalitario. Il cinema, ed è questa la misura ultima di "Ogni roveto un dio che arde", urge, ora, la domanda di una edificazione, di una cronaca di verticalità, e non di idoli di abbrutimento.

    Lo ripeto: credo che il cinema aiuti a riconoscere la qualità sulfurea del mondo, a discriminare “quell’eccedenza d’essere” che noi chiamiamo il bello e, insieme, a fondarlo. Occorre allora guardare al cinema come alla vita, e non posso accettare che il cinema sia ridotto a fucina e a giacimento di livori, perché questo è il mediocre impiego che tu ne fai, e per me è un abuso, una squallida colonizzazione.

    Perché chi ci perde, al momento, non siamo né io né te, ma Robert Todd, il cui lavoro è sovrastato da questo usurato lager dialettico, violentemente inutile, e instupidito di parole.

    Questa tua non è critica cinematografica, ma volgare cronaca nera.

    Giorgiomaria Cornelio

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    1. Caro Cornelio,

      capisco che ad un certo punto della vita si debba, anche senza volerlo, uccidere il padre. Mi sta bene, a patto tuttavia, anche a posteriori, di accorgesene e di cavarsi, quindi, gli occhi.

      Mi dispiace molto non avere più la voglia e il tempo di confrontarmi con te, perché credo che sotto la patina saccente e arrogante che sfoggi o sfoghi ci sia qualcosa d'interessante; tuttavia, il mio percorso è diverso dal tuo, e che tu ti prenda la briga di delineare con un linguaggio goffo e una sintassi più che noiosa pensieri a riguardo mi rammarica, perché allora davvero non c'è dialogo: quello che scrivo, sempre con più difficoltà e stanchezza, non è che frutto di una ricerca che, onestamente, mi ha portato a scelte drastiche, non certo di comodo, nonché ad addii davvero sofferti. Non credo, e spero tu non sia così stupido da credere il contrario, che tu questo l'abbia capito, ma non per idiozia o che altro, semplicemente perché, di fatto, sono cose che condivido giusto con qualche amico. Detto questo, non mi va di arrabbiarmi o di aprire un dialogo con te, quantomeno ora. Che tu citi Todd, in questa sede, la dice lunga, visto che non mi sembra che questo post sia dedicato a Todd né abbia nulla a che fare con una determinata tensione diagrammabile nell'evento che si terrà di qui a breve. Tuttavia, non sono nemmeno il tipo che si lascia parlare addosso, quindi, quantomeno per onestà intellettuale, abbi cura di dosare le parole, perché se c'è qualcuno che s'è fatto il proverbiale mazzo per Todd ed altri registi ora così à la page siamo proprio noi, io e la Rusalen, che abbiamo scritto e divulgato e studiato certe cose, quindi rinfacciarci, peraltro fuori sede, di danneggiare noi Todd è quantomai intellettualmente disonesto da parte tua. Dopodiché, ti ripeto, come peraltro penso di averti già detto altrove, io non vedo l'ora di parlare, schiettamente però, senza sovrastrutture di sorta, siano esse cinematografiche (come ad esempio la lista banale e ridicola che hai regalato a Silano) o linguistiche (sta troppo sul cazzo come parli, scusa), insomma non vedo l'ora di parlare con te - con reciprocità di sguardo. Cosa che non può avvenire ora, se queste son le premesse. Io, assieme alla mia ragazza, il mio percorso, cerco di batterlo, almeno fintantoché non si dimostri interrotto, e credo che, per i numeri quantomeno (l'età del blog, la quantità di recensioni scritte, i like su FB che fanno tanta paura etc.), se proprio non ti interessa la qualità (in Italia abbiamo scritto di autori che solo oggi s'iniziano a considerare, e crediamo di aver contribuito più di chiunque altro al dibattito sul cinema sperimentale in Italia, proponendo un blog come in tutto il mondo non ne esistono di simili, scoprendo cose le quali, poi, diventano improvvisamente di moda - e di questo il tuo parlare ne è un esempio più che perfetto) di potermi permettere di non dare retta a certi piagnistei, infondati e capziosi (la dice lunga, peraltro, che certa gente - e quale gente - abbia scommesso su di te), quindi, ecco, ti rimando a quanto sopra, magari questa volta facendo più attenzione a quanto viene da noi scritto e, soprattutto, considerando anche da cosa scaturisca tutto ciò, perché è davvero difficile prendere sul serio una critica quand'essa non è accorta alla contestualizzazione e puntuale nei riferimenti, insomma onesta. (Certo, sempre che questa critica non venga fatta di paraculo per leccare il culo a terzi non meglio specificati...)

      Spero, e questo te lo dico in tutta sincerità, di avere modo, un giorno, di parlare con te e confrontarmi su quei punti che sembrano starci molto a cuore ad entrambi. In via privata, però. Non che copincolli sia su FB che qui il tuo temino giusto per farti leggere, perché a me, onestamente, della chiacchiera popolare non è mai interessato nulla. Specie se in piazza. Le affinità, di solito, le percepisco nel silenzio. Anche per questo spero di aver modo di vedere il tuo/vostro film.

      Un caro saluto.

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    2. (In quanto al film, siamo sempre disponibili alla comunione)

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  2. Chiediti il perché a Pesaro hanno proiettato quella tua puttanata...

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  4. Personalmente sono convinto che ogni 'istituzione' sia mortifera oggi - in quanto statutariamente detentrice del linguaggio mediante il quale mettere in condivisione fatti, eventi, relazioni -. Mi sembra ormai che ogni fatto, come ogni evento non solo sia deteriorato in 'interpretazione' (alla Nietzsche per intenderci) - e questo 'd'antan' con buona pace -, ma che sia squalificato, imputridito in una sorta di 'storytelling' - mai motto fu più affiliato al mercato, al marketing, al 'système de la mode' -. L'ostaggio è per sempre reificato: e l'ostaggio è già ordito di storia, di progetto, di 'souci de soi'.
    Il 'cinismo', sì... il cinismo senza enfasi né disperazione: spezzare i link, sconnettere i codici. E tornare dove non si è mai stati.

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    1. Precisamente... e, anzi, è proprio per questo che Foucault preferì parlare di governamentalità piuttosto che di biopolitoca e biopotere. Il punto, secondo me, è che spezzare i nodi oggi voglia o possa anche voler dire chiedere conto delle condizioni di possibilità del linguaggio; il problema non è che non vi sia più libertà, ma che vi sia troppa libertà e che questa libertà sia appunto concessa, creata da un individualismo sfrenato, quello del piccolo imprenditore appunto, che non fa altro che domandare libertà, ma chi la crea questa libertà? L'istituzione, appunto. L'istituzione, oggi, crea la libertà dall'istituzione per l'individuo, ed è per questo che essa s'insedia lì, viene cioè a crearsi nella creazione della libertà dell'individuo. La libertà di scrivere, di girare un film, di esplodere in un riot è in sé istituzionale e istituzionalizzata, non ci si scappa. Non c'è un fuori del linguaggio, per dirla in termini rozzi; e però, o almeno a me sembra, è possibile ancora parlare, un parlare che sia un domandare. La lunghezza di Planck, come abbiamo scritto, ci sembra far questo. Non si tratta di fare il filmino dell'immanenza sempre uguale á la Dorsky, ma in seno del cinema trascendentale riportare l'istituzione linguistica nel campo di forze per domandarle di rendere conto dei suoi diktat, dei suoi fini e dei mezzi per perpetrarlo. Arrivare a quel punto, spezzare i nodi, ma il nodo non è che vi sia un altro cinema, un cinema dell'immanenza di contro a un cinema trascendentale. Il cinema dell'immanenza è, se si vuole, molto più istituzionale e istituzionalizzato del cinema trascendentale, e anche esso deve fare i conti con un'istituzione, e non può non farlo, pena l'effimero in cui svoltano la maggior parte dei film supposti sperimentali oggi giorno. Il nodo è che l'istituzione detenga il linguaggio e noi parliamo quel linguaggio senza che essa ci renda conto del linguaggio che noi parliamo: spezzare i nodi vuol dire riportare l'istituzione di fronte, orizzontalizzare ciò che è verticale per riportarlo su uno stesso piano dal quale può essere interrogato. Altrimenti è un gioco, peraltro manierista...

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  5. 'Troppa libertà'... autodigestione, auto-controllo, feedback scheletrificato e quadrillage imperiale senza nient altro: così invecchia il mondano mondo e s inacidisce ogni eros. Questo è il destino dei liberi-tutti e di tutti i roveti d ardente estetismo. Troppa libertà.

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    1. La destinazione non è quella del liberi-tutti: semmai, di interrogare il mondo in chiave di destino, di lavare via la compiutezza della fame. La libertà e la curiositas, ugualmente, sono solo parole cave e profanate: resterà il pubblico degli innocenti, come scriveva Elemire Zolla.

      (I roveti ardenti chiedono d'essere visti, prima ancora che citati)

      Saluti

      Giorgiomaria Cornelio

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    2. Cornelio, non sottostimarci. Né io né Cravan parliamo di film che non abbiamo visto: http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2016/05/fotogrammi-53-burning-bush.html?m=1

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    3. Un avviso: accanto a Deleuze e a Foucault, leggete anche James Hillman, Ronald Firbank, Cristina Campo, Jules Barbey D'aurevilly.

      Non c'interessa, mi sembra, la categoria dell'estetica, ma quella della grazia.

      (Mi chiedo, in ultimo, dove sia finito il mio commento di ieri sera: quello in cui t'invitavo a discutere, anche privatamente, come suggerivi)

      Giorgiomaria

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    4. Soprassiedo sui consigli di lettura. Generalmente, leggo totalmente altro.

      Purtroppo, a quanto pare, il blog sta dando dei problemi. Ad oltreilfondo, ad esempio, è sparito dalla barra laterale; io ieri ho postato cinque volte un commento prima che il blog me l'accettasse; alcune recensioni postate diventano, improvvisamente, bozze - e tocca ripostarle...

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  6. Lo ri-posto, dunque.

    (immaginavo non leggessi questi autori: era, solo, l'altra parte dello specchio)

    Francesco,

    il popolaresco non m'interessa. Se ho scritto quello che ho scritto su FB, è perché la tua Irrigimentazione non mi concedeva altri spazi di discussione (sei stato tu a bannarmi).

    Alla dialettica e al colloquio, ho sempre preferito il dialogo. Mi trovi qui, dunque, se mai vorrai confrontarti.

    Non diffido del tuo occhio, ma del tuo livore: perché, come ho già detto, è totalitario, e chiodato in abiti più prossimi alla cronaca nera che alla critica d'arte.

    Un saluto, senza rancore alcuno.

    Giorgiomaria Cornelio

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    1. No, è che ultimamente studio e certo altro. Hillman, ad esempio, non m'interessa proprio, se non come lettura da fare prima di andare a dormire (giusto per dire, eh).

      Per quanto riguarda il mio livore, puoi pensarla come credi; la critica d'arte, io non l'ho mai fatta né m'interessa farla. Ho una mie idea di critica cinematografica, però. Evidentemente molto lontana dalla tua.

      A presto, spero

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    2. Tra tutti quelli citati, mi urgeva rimandarti sopratutto a Cristina Campo. Non importa (anzi:vorrei conoscere le tue attuali letture).

      In quanto alla critica, m'interessa solo nella misura "dell'entusiasmo, dell'occhio, della poesia", come diceva Emilio Villa.

      Resto in ascolto, Francesco. Anche per quanto riguarda la richiesta del film che mi hai fatto ieri. E aspetto di conoscere uno spazio di conversazione più prossimo a quello da te indicato.

      Giorgiomaria

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  7. Grazie per i consigli di lettura. A voi sento di consigliare di leggete ernst junger

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  8. Grazie Riccardo.
    Ernst Junger l'ho conosciuto grazie alla collaborazione con Mircea Eliade, altro autore che amo molto, soprattutto per quanto riguarda gli studi sull'androginia.

    Saluti
    Giorgiomaria Cornelio

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    1. Va be', gioco anch'io.

      Consiglio Julius Evola. Ciaociaociao 😊

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    2. Dopo Evola mi tocca rilanciare così: Action Dead Mouse

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    3. Oooh, sfodera l'artiglieria pesante ♥️♥️

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    4. E Aby Warburg? Se li mettiamo in rima ne esce fuori una canzone di Battiato.

      Giorgiomaria

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  9. Non ti curar troppo di loro... bravo Francesco!!

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