Pratiche della visione #2: Charlie Hebdo, ovvero l'immagine del terremoto non è il terremoto dell'immagine



Poche parole, a riguardo. E Charlie Hebdo, per intenderci, è solo una scusa. Una scusa per dove piazzare questo scritto in questo blog. Perché una scusa? Perché questo è un blog di cinema. E perché allora un argomento simile? Perché il cinema ha a che fare con l'immagine. Il cinema è ciò che, in ultima e definitiva istanza, restituisce l'immagine in quanto tale - e, come tale, deve affrontare diversi nemici, a volte untuosi, a volte davvero aberranti. E l'immagine, spiace dirlo, è quella del terremoto. Un'immagine che non è un terremoto, e allora perché l'immagine? Perché questo clamore? perché questo bisogno di immagini? Perché un terremoto c'è stato, e bisogna restituirlo alla vista, alla visività. Bisognerebbe allora chiedersi cosa sia un terremoto, e su questo Lav Diaz, prima che si bevesse il cervello, la sapeva lunga: non è la catastrofe che conta, ma il catastrofico, e anzi la catastrofe è tale nel momento in cui v'è il catastrofico o, il che è lo stesso, la catastrofe è tale nel momento in cui si fa a lato di sé, rispetto a ciò che la segue. Cos'è stato il terremoto? centinaia di morti? il dolore dei sopravvissuti? Ogni cosa implica il proprio contrario, e allora dell'immagine non avremo che fumo. Ma c'è un fumo dell'immagine, oltre che l'immagine di un fumo? è possibile, per un attimo, considerare che il fumo dell'immagine e l'immagine siano la stessa cosa in quanto immagine - fumosità e immagine, non l'una e l'altra, a mo' di rappresentazione reciproca? Evidentemente sì, e però quest'evidenza non è dell'ordine del mondano, del quotidiano. Così, essa non ci compete - e noi siamo piuttosto relegati a qualcosa d'altro, di ben più scabroso. Questa scabrosità, tuttavia, noi ancora la fraintendiamo, e rimaniamo così attenti al contenuto dell'immagine da non accorgerci che essa sia un'immagine, per lo più di un contenuto, quindi non più immagine. Prendete i rozzi di Charlie Hebdo. Qual è il problema? Hanno fatto satira su un evento, non importa che si siano poi paraculati parlando della mafia. Anzi, il loro tirare in ballo la mafia li ha resi ancora più abietti. E però è questa l'immagine che ci è data. Quella di Hebdo, cioè. Perché #jesuischarlie. Ma perché #jesuischarlie? Perché è la mia immagine. È l'immagine del quotidiano, che dunque sono. Un quotidiano che viene poi reso per immagini dai quotidiani. Ed è molto più inquietante della satira - o supposta tale - di Charlie Hebdo l'arroganza dei giornalisti, che con un titolo in prima pagina restituiscono la supposta realtà di un evento, fotografando un paese in rovina. Ma che cos'è il terremoto? Il terremoto è la casa crollata? L'immigrazione è quel bambino morto sulla spiaggia? La vignetta di CH non è un problema, problema è che si renda per immagini - nel senso che Heidegger dà all'immagine moderna - un evento, ed è molto più arrogante che ciò venga fatto con presunta obiettività dai giornalisti, dai politici che se ne riempiono la bocca, perché è allora che l'immagine passa, s'insinua nelle menti - e però essa non è mai tale, cioè pienamente immagine. È l'immagine della tragedia (shakesperiana) e non del tragico (greco), l'immagine della catastrofe e non del catastrofico, perché quest'ultimo r\esiste all'immagine, non si fa agguantare da essa, e non si fa agguantare da essa perché le perdura, la supera da ogni parte. E, però, di questo catastrofico, di questo tragico non sappiamo nulla. Sappiamo solamente dell'immagine di esso. Di ciò che ci raccontano i giornalisti, che qualcuno sta soffrendo per la perdita di qualcosa e via dicendo. E, così, abbiamo ridotto tutto a un fatto, a una semplice presenza - che in quanto tale può passare e passerà. Com'è accaduto tutto ciò? La domanda è questa, non se fosse potuto non accadere. Perché è accaduto, è accaduto che noi fossimo vittime dell'immagine, di una trascendenza che solo fino a un certo punto abbiamo potuto programmare. Il robot ci oltrepassa. Facebook determina i nostri rapporti personali, non viceversa. L'immagine è. Ma essendo, non è immagine. E ci vorranno ancora molti terremoti affinché ciò non accada più. O in un senso o nell'altro. O, cioè, terremoti che ci spazzino via, che spazzino via la nostra razza, noi umani, noi tutti, così ottusamente ancorati all'immagine e determinati da essa; o, anche, terremoti dell'immagine, terremoti che non potranno mai essere restituiti dall'immagine. E in questo senso abbiamo buone ragioni per poter sostenere che Farocki sia in realtà l'Anticristo di una delle due parti, il Secondo Avvento dell'altra. A ognuno scegliere.

2 commenti:

  1. "Ma c'è un fumo dell'immagine, oltre che l'immagine di un fumo?"...ma checosacazzoscrividiocane?! Senti a me fai come hai fatto su youtube dai!stacchiamola sta spina na volta per tutte ;-)

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