Awaiting summer



«Anticipation of a coming state of fulfillment, of ease, of utopia.»
(Robert Todd)

Awaiting summer (USA, 2016, 12'): una sperimentazione così accanita da non essere più tale. Quindi, in un certo senso, d'essere profondamente, eminentemente tale. Del resto, che può fare la sperimentazione se non finire? Ma la fine della sperimentazione è la sperimentazione in sé, ed essa richiede, in ultima e definitiva istanza, un'immagine. L'immagine, infatti, non è mai sperimentale nella sua essenza; essa, piuttosto, succede alla sperimentazione, le capita subito dopo, come una specie di conseguenza ma mai in quanto tale, perché la causalità - ogni forma di causalità - è abolita in seno alla sperimentazione per definizione, nel senso che, comunque sia, la sperimentazione è tale nella misura in cui non ha una fine perché non ha un fine, e se dunque accade una fine della sperimentazione allora questa fine non dev'essere colta come un fine: essa è, semmai, l'immagine. L'immagine accade alla sperimentazione, che non ha fine, e accade alla sperimentazione allorché la sperimentazione è come un protendersi in sé che è già un per sé, un'inseità che è immediatamente (o quasi) una perseità. L'abbiamo visto a proposito di Fountains of youth (USA, 2015, 19'). L'immagine accade alla sperimentazione, e le accade dall'altro lato: la sperimentazione, che non ha un fine, non ha una fine, per cui l'immagine, lungi dal rivelarsi come τέλος, sì da teleologicizzare la sperimentazione tutta, avviene teologicamente, è la teologia della sperimentazione - e non viceversa. La sperimentazione è un processo infinito ma non indefinito. Il fatto che non abbia un/a fine implica che l'immagine non la raccolga ma, semplicemente, avvenga secondo l'atteggiamento della sperimentazione, che è quello della παρουσία, parola che, se al tempo dei greci antichi significava qualcosa come «presenza», in sede neotestamentaria indica invece il Secondo Avvento, quindi una presenza assente o, meglio ancora, un'assenza presente, cioè un'assenza che si presentifica come tale, senza tuttavia distogliersi da ciò che è, ovverosia assenza. È questa, se vogliamo, l'essenza della sperimentazione, una definizione adeguata della sperimentazione: la sperimentazione è ciò che propriamente toglie la presentificazione in quanto tale. L'immagine, allora, viene ad essere altro rispetto alla sperimentazione solo in senso lato, tant'è che, a conti fatti, essa accade solo laddove la presentificazione avviene e la sperimentazione è abolita, dunque precisamente dove la sperimentazione rimane in un'assenza che trascende la presentificazione: e quest'assenza presente ma trascendente la presentificazione è l'assoluto della sperimentazione, il suo continuo procedere e processarsi in maniera del tutto immanente. La trascendenza (l'immagine) è l'assoluto dell'immanenza (la sperimentazione. In questo senso, che c'è da meravigliarsi se, dopo Passers by (USA, 2015, 8'), Todd accanisca la propria sperimentazione fintanto da smagnetizzarla, da toglierla persino da se stessa? Perché questo è Awaiting summer, una sperimentazione che non è più tale, che cessa di darsi in quanto tale. Se si vuole, accade qualcosa di molto simile in Attesa di un'estate (Italia, 2013, 16'), poiché anche lì la sperimentazione cessava di darsi, solo che per altri motivi e comunque non concernenti soltanto la morte della madre, tant'è che nella successiva opera Santini troverà un procedere della sperimentazione altrove, cioè nella natura anziché nel cinema, scoprendo così una dimensione ulteriore della sperimentazione, che è per l'appunto quella di darsi in maniera sempre ulteriore, poiché la sperimentazione è dell'ordine del possibile, che è sempre al di là di ogni qualsiasi realizzazione, quali possono accadere nel cinema o nella realtà; così, anche in Awaiting summer l'immagine non è l'indice di un'assenza di sperimentazione ma l'assenza stessa della sperimentazione, poiché a quest'assenza non si può rimandare come ad indicare un tempo, un luogo, e tutta l'atmosfera sospesa perviene più che altro dal cinema, dalla quiete delle riprese e del montaggio, piuttostoché dal paesaggio bucolico in sé. Allora, bisognerebbe guardare a quest'ultima opera di Robert Todd, sì, come a una fine della sperimentazione, ma al tempo stesso l'immagine di quest'opera è ciò che realmente più che realisticamente restituisce un'ulteriorità rispetto alla sperimentazione in quanto tale. Infatti, la sperimentazione, che è tale nel momento in cui non ha un fine e dunque non può finire, cessa nell'immagine: la fine della sperimentazione è l'immagine della sperimentazione. Questo, però, non significa che si dia storicamente una sperimentazione, che ci si possa ragguagliare su di essa. Il cinema, in fondo, non è mai stato interessato alla storia, né tantomeno alla descrizione naturalistica di un luogo. Come tecnica, il cinema si definisce nel suo farsi, e questo farsi, ora, è immagine. Immagine di che? Della sperimentazione, appunto. Sperimentazione che dev'essere talmente accanita da risultare infine in una perdita. La sperimentazione selvaggia, accanita di Todd risulta ora nel suo estremo, in un accanimento tale che, di fatto, restituisce un'immagine - e un'immagine puramente tale, in tutta la sua tranquillità e quiete, quasi che, per realizzarla, bastasse posizionare una camera di fronte a un alveare di api. Ma non è così, per restituire quest'immagine è necessaria una sperimentazione forte, selvaggia. Tanto più la sperimentazione s'accanisce, tanto più l'immagine risulterà naturale e naturalistica. Perché? Perché essa è la fine della sperimentazione, quindi al di là di ogni rappresentazione che escluda a priori la sperimentazione, ma al di là anche della natura mediamente, cioè quotidianamente, inautenticamente, mediocremente, intesa: c'è un'ulteriorità che si apre, che piega il reale divergendo da esso ma coesistendo e, soprattutto, rimanendo rispetto a esso coestensivo, com'è palese nelle poche sovrimpressioni che Todd produce attraverso sequenze che sprofondano sempre più nel bosco, perché la piattezza dell'immagine è di una profondità tale che la superficie permetta la coestensione di diverse superfici, quindi di una profondità doppia, tripla, quadrupla. E sono i momenti più intensi, questi. Perché è allora che è ben visibile come, di fatto, ci sia effettivamente qualcosa di oltre, un al di là, una profondità rispetto alla superficie, ma questa profondità non è altro che la superficie medesima nel suo grado d'accoglienza che più le appartiene, così come l'immagine risulta in sé, non è storia di una sperimentazione ma la sua fine, non c'è alcuna storiografia cinematografica perché manca totalmente una stratificazione che non avvenga a livello superficiale, a livello della pelle dell'immagine, che anche così non sono molte ma una - questa:

2 commenti:

  1. "È questa, se vogliamo, l'essenza della sperimentazione, una definizione adeguata della sperimentazione: la sperimentazione è ciò che propriamente toglie la presentificazione in quanto tale."
    Devo digerire sta pagina e scrivo a mente fresca , se non ho capito male , con questa frase intendi dire che la vera sperimentazione è quella che pone fine a se stessa ?

    Alberto

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh, è quello il punto. Per definizione la sperimentazione è ciò che non ha un fine e quindi non ha una fine. Eppure in Todd sembra esserci una sorta di finale della sperimentazione: una sperimentazione così accanita da non sembrare più tale. Come BNSF o Nightfall di Benning.

      Elimina