025 Sunset Red



A seguito di una traccia viene spontaneo ricercarne il collegamento a qualcosa che le dia un significato, che ritroviamo all'interno di una rete significante che elude la possibilità di una mancanza di significato e così l'incognita è sempre in via di soluzione e la casella vuota esistenzialmente non esiste o è superata come presenza mancante. Eppure in questo cortometraggio è proprio il lavoro di significazione che Laida Lertxundi non dà per scontato e a tracce che risultano or ora svuotate non cerca di creare collegamenti che perlopiù giocano su un sentimento speranzoso, bensì fa i conti col tempo presente. Per questo 025 Sunset Red (Spagna, 2016, 14') non è un susseguirsi di incanti o di illusioni frantumate ma la presa di posizione di chi, il tempo, lo maneggia - non fosse altro per il lavoro in pellicola che imprime la luce in binari temporali, che di per sé manipolano, senza per forza significare, il materiale stesso. Ma questo utilizzo della materia si scontra subito non tanto con il suo essere contenitore - di significati - ma col suo sfuggirgli per caduta in un oblio che, in questo caso, oltre che avere a che fare colla memoria personale, con l'essere regista della regista stessa - e qui i rimandi ai film passati della Lertxundi ci paiono evidenti, e così sentiamo vagamente, ad esempio, un'assenza persistente d'amore solo rievocato a parole, Footnotes to a house of love (Spagna, 2007, 13'), dove, per l'appunto, un'assenza non cercava spazio, non cercava la circoscrizione simbolica e dei corpi, ma appariva nonostante ciò come evidenza, pur rimanendo nella non manifestazione, nel suo non lasciare tracce, nel non apparire come fenomeno - questo oblio ha a che fare nello stesso tempo con l'appartenere - sempre personale - a una certa famiglia, con tutto ciò che ne deriva e ne è derivato e da cui ci si ritrova anticipati da una creazione collettiva, nella quale il cortometraggio in questione, 025 Sunset Red, non ritorna. Si mira con ciò solo in parte alla significante rossa per il comunismo, la quale diventa, per l'appunto, un rosso acquoso, che lascia tracce lievi su di un foglio che imprime poco. Così, il rimando ai giorni nostri, il monito non tanto alla frivolezza ma all'impermeabilità di ogni colore col quale non tanto distinguersi, omologandosi all'appartenenza al colore scelto, bensì identificarsi in una catena significante che ancora ora ci precede ma - ed è questo il punto - lavora insieme al desiderio sociale, che scivola sempre più distante da noi e che viviamo da castrati. Non parliamo così di assenza, anzi, ma di una presenza che nella Lertxundi ha poco di meno il carattere di un minimalismo ben strutturato, che non si ripete o meglio che fa della ripetizione di alcuni suoi contenuti - la televisione, la staticità presente di personaggi singolari eccetera - un motivo per la reiterpretazione degli stessi, non tanto per applicarli, come si userebbe con dei modelli, ma per ripiegarli e così svilupparli in modo che di essi si possa farne una traccia del tutto particolare: è a questo livello di discorso allora che capiamo come ci sia qualcosa di più in 025 Sunset Red che un ripescaggio o una rivisitazione di significati ma l'aderenza degli stessi alla traccia è l'opera di immanentizzazione più radicale e rivoluzionaria che la Lertxundi potesse fare. Da qui, allora, i corpi della regista non sono più quelli degli inizi dei suoi lavori, pur ritrovando una catena che la porta a questi inizi: in 025 Sunset Red il lavoro di memoria è soverchiato dal tentativo di ritrovare quel fermento iniziale, accennato già col penultimo film, Vivir para Vivir (Spagna, 2015, 10'), e gli scavi non si fermano a mera archeologia ma si protraggono in avanti, senza la pretesa di dare senso a ciò che è stato, ma nel ritorno, cercare la possibilità dell'immanenza più pura, che ritrova allo stesso tempo il come iniziale - come ci si è mossi, come è stato possibile tutto questo e, soprattutto, un tentativo di porre quella domanda fondamentale sul come del movimento, che non per forza fugge dal senso se traccia, ma che ha in sé quel carattere rivoluzionale e orgasmico (Wilhelm Reich) che può ridestarsi nel cinema e in poche altre cose.


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