Villatalla



«I do not work with the illusion of the synchronisation of image and sound, but with the idea that these 2 dimensions do exist as realities independant of each other, and as such do in fact emerge in our consciousness». Queste parole di Jeannette Muñoz scritte sul suo blog a proposito del cortometraggio in questione, Villatalla (Cile, 2011, 20'), sono ottimali per iniziare a comprendere la dinamicità che si staglia all'interno di tale film, durante il quale il suono e l'immagine viaggiano e si incontrano senza mai toccarsi davvero eppur mai così legati. Non è tanto la comunanza delle due parti o la loro indifferenza l'un l'altro, la loro semplicità e adattabilità a renderli l'inizio di una comprensione, ma appunto il fatto che tale comprensione avvenga assieme alla stessa visione del film e quindi prima, così da non aver bisogno di porsi ma adagiandosi senza la necessità della consapevolezza stessa, emergendo in un'armonia di insieme che spinge continuamente in là i propri confini e per questo mai si dà davvero come totalità, unitarietà. Semmai, è la percezione di insieme tra suono e immagine a crearsi successivamente pur non esistendo nel presente e ciò che avviene, che sussiste nel presente, non sarà l'infinità sfuggevolezza del cortometraggio, ma la materialità stessa dello stesso, che fa così di Villatalla il luogo cinematografico oltre Villatalla stessa. Non si tratta di trovare il cinema lì dove la realtà si manifesta, ma di cercare di esperire cosa sia Villatalla stessa. Villatalla è il luogo del presente, ma senza che questo si dia effettivamente nel presente e tuttavia si staglia anch'esso in una temporalità che ci riguarda ma che non possiamo esperire e che non vediamo se non attraverso il cinema, ma già allora Villatalla non sarà più a Villatalla e nemmeno sussisterà il suo ricordo. Jeannette Muñoz non cerca così di armonizzare il suono e l'immagine, perché essi si armonizzano a sé nella visione del film, ma che ne è dell'immagine e del suono a Villatalla? e perché ce lo chiediamo? Forse, andare in questo luogo ligure non sarà da intendere come l'andare alla scoperta di un luogo - incontaminato, distante dalle nostre vite - che ci dia la possibilità di esperire qualcosa di diverso e quasi mitico, ma di trovare un tempo che nella sua attenzione al presente, lo sia anche per la ciclicità del tempo, senza per questo dargli aggettivi connotativi, strettamente umani (felicemente, lentamente) e che questo tempo si possa legare non tanto alla vita (cinema pieno di vita, cinema o vita, eccetera) ma alle sue dimensioni legate all'immagine e al suono. L'immagine e il suono qui non si conciliano mai seppur non scontrandosi altrettante volte. A Villatalla stessa non c'è la questione dell'immagine e del suono, eppur non per questo si esclude dal cinema, ma è semmai il cinema che va a trovare qui un suo particolare modo di essere come Villatalla, in modo che l'asincronismo tra suono e immagine costituisca un presente dove la compenetrazione tra ciò che lo costituisce differisca costantemente. Sarà qui, allora, che il presente potrà smettere di essere un fattore di coscienza, di consapevolezza dell'uomo, per aver finalmente a che fare con la visione. Jeannette Muñoz non cerca di staccarsi dall'uomo, di trovare oasi poco abitate, di miticizzare legami e maniere. Non si dà cinema mettendo tra parentesi la realtà o cercandolo dove è più bello riprendere, ma è necessaria in qualche modo tale parentesi per farlo. Non sarà quindi il luogo di Villatalla come è Villatalla, ma la possibilità che ci sia Villatalla a dare al cinema e alla vita qualcosa per cui il presente nasca dal continuo differimento tra suono e immagine in un'armonia tale che si dia la possibilità di ritrovare qualcosa che non sarà la nostra organizzazione cognitiva a elaborare, o meglio, di questa si avvale, certo, ma perché l'ha costruita prima, l'ha formata prima, le ha dato vita precedentemente. 


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