Vertigo rush



Johann Lurf riprende la tecnica del dolly zoom, chiamato anche effetto Vertigo dal film di Hitchcock e ripreso più volte al cinema e in maniera varia e interessante dal cinema sperimentale (Michael Snow e Ernie Gehr i due più famosi), per compiere questo particolare cortometraggio, Vertigo rush (Austria, 2007, 19'), che richiama appunto tale l'effetto. L'incremento del tempo di esposizione di ogni fotogramma darà poi l'impressione di maggiore velocità, acuito dal passaggio dal giorno alla notte, dando così per finire la particolarità maggiore del presente cortometraggio, dove l'immagine raggiunge non solo una maggiore sfocatura, la quale, aggiunta alla velocità, risulta molto suggestiva, ma anche e soprattutto un effetto che ha del fantasmatico, cioè come di ciò che non si vede se non per alterazioni di coscienza, siano esse date da particolari condizioni psico-fisiche, che da una certa sensibilità a percepire lo straordinario e, insieme, da ambienti energetici (il che non significa per forza che siano luoghi specifici, con determinate coordinate geografiche e temporali, piuttosto ci sembra più opportuno riferirci a una concezione che vede l'ambiente come ciò che è abitato e allo stesso momento si è anche abitati dal luogo medesimo). La velocità aumenta sempre di più e di questo ne siamo consapevoli, ma tuttavia c'è una particolarità del cortometraggio in questione. Partendo dalla descrizione del procedimento tecnico, possiamo dire che c'è piuttosto un effetto velocità, più che un'effettiva velocità e lo stesso dicasi del sopracitato effetto Vertigo. Ma tutto questo parlare di effetto ha come unica conseguenza la descrizione della tecnica, così da spiegarci il perché si è indotti a sentirsi in un certo modo nel momento della visione. Ma al di là dell'esplicazione del fenomeno, c'è dell'altro, ovvero il tentativo di aprire la scena a nuove possibilità per il tempo stesso. Proviamo a spiegarci meglio. Noi esperiamo la velocità, ma questa è data da un effetto. Possiamo dire di capirlo per studio del cortometraggio. Mettiamoci a provare noi stessi con una videocamera, eccetera. Il punto fondamentale di Lurf però non è solamente la tecnica, pur partendo da questa ed essendo questa necessaria, come il suo studio. Durante Vertigo rush abbiamo la netta sensazione che il tempo nel mentre che si velocizzi, si dilati pure nel suo opposto, ovvero si comprima sempre più. Ora, parlare di effetto o effettivo è quantomeno assurdo, nel senso che non ha alcun senso, non solo perché non si distinguono, ma perché il tempo è qui preso nel suo senso sia umano, reale, che straordinario, possibile. Questa è una cosa che già Michael Snow in Wavelength (Canada, 1967, 45') iniziava a concepire. Non avrà senso perché non si tratta unicamente di compiere particolari suggestioni per chi guarda, ma di fare in modo che il tempo venga preso per la molteplicità dei suoi possibili modi di essere implicato e, soprattutto in Vertigo rush, in un modo del tutto particolare. Non si tratterà quindi tanto di una misurazione (che è ciò che permetterà l'accelerazione) o di un'esperienza (relegando la tecnica a mero strumento per creare effetti per l'uomo), quanto piuttosto di una possibilità che violenta l'ambiente in questione, il bosco stesso. È questo, infine, che prolifererà la maggiore variazione, non come ciò per cui viene fatta agire la macchina da presa e quindi subisce un certo effetto, o, ancora, non come ciò che muta e registra il tempo, ad esempio, attraverso le circonferenze all'interno dei tronchi (in una visione comunque antropocentrica). Precisamente, non è il luogo a mutare, a essere attivo o passivo - queste considerazioni si annullano in discorsi teorici - ma la variazione all'interno di esso, che si paleserà attraverso la tecnica fine a se stessa e quindi non per l'uomo, ma come ciò che può aprire il tempo a un suo dilatarsi e comprimersi: non ordinario sì, ma non nel senso di non normativo, bensì nel senso di non reale, cioè come di ciò che è semplicemente manifestato e così rimane. 


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