The Trembling Giant



Considerare la macchina da presa come un mezzo, non significa solo utilizzarla per i fini per cui è stata costruita, che comprendono anche quei casi in cui si cerca di lacerare quegli stessi limiti dati dallo strumento, consumandola e, al contempo, non significa che tutto ciò che possa essere ripreso e quel di più che va al di là della giusta calibrazione dei parametri dati dalla macchina o la loro frustrazione, la dia necessariamente il soggetto che riprende ed è questo che, in fondo e definitivamente, porta alla luce Patrick Tarrant con questo suo ultimo cortometraggio, The Trembling Giant (Australia, 2016, 19'). Lo spessore di questa pellicola sta proprio nel suo non nascondersi come strumento d'utilizzo, ovvero si cerca di considerare questo mezzo nella sua presenza fisica, quindi esattamente come ciò che si interpone tra la volontà del soggetto che riprende e il luogo di ripresa, palesando così una presenza che aveva necessità di essere palesata, non fosse altro per il semplice fatto che, anche se interferisse considerevolmente, non rimane propriamente presente nelle nostre menti. Il senso di porre la macchina da presa in questo modo del tutto ingombrante sta nel semplice fatto di porsi come interferenza, così da prendere il pieno significato di ciò che sta nel mezzo, significato che potremmo anche non trovare ufficialmente e che tuttavia esperiamo considerevolmente nell'uso quotidiano ed è a questo a cui ci si riferisce in The Trembling Giant. L'ovvietà della cosa risiede nel suo utilizzo costante ed è attraverso di essa che Tarrant gioca la sua partita più importante. È proprio così che il palesarsi della macchina da presa come interferenza, come colei che non solo ripresenta il luogo ma lo modifica, questa presenza dimostra, attraverso l'interferenza stessa, tutti i limiti del modo di concepimento di questa ovvietà, la quale rimane comunque tale e tuttavia considerata non sufficiente. Da qui, perciò, inizia, col passare del minutaggio, il lento decadimento della nostra visione del mondo, così come è stata da sempre presa e necessitata per l'adattamento. Da qui, la volontà di quel soggetto che riprende si annulla e ciò che è ripreso non diventa ciò che si mostra a cui viene aggiunto un qualche effetto nato dall'errore di non nascondere che qualcosa si sta azionando per riproporre la realtà. Non tanto l'interferenza di ciò che sta nel mezzo, la macchina da presa, è il simbolo dell'interferenza dell'uomo stesso su quel luogo stupendo che è il Trembling Giant o, meglio, si può affermare tale simbolismo, ma allo stesso tempo non possiamo delineare esattamente una corrisponda per l'interferenza, non possiamo cioè porre un'equazione senza essere intellettualmente disonesti. Capendo questo, e non solo, il simbolismo che sentiamo essere posto non ci è ancora sufficiente per parlare di The Trembling Giant e non ci è sufficiente perché qualcosa non si riesce a delineare, ma non lo si riesce per il semplice fatto che è la visione del mondo stessa, così come è stata posta, con i suoi concetti di volontà di ripresa del soggetto, di luogo come ciò che è, in questo caso, ripreso eccetera, ad essere non tanto fallace ma piuttosto insufficiente, almeno qui, nel cortometraggio di Tarrant. Non diciamo che ci siano dei legami magici e invisibili, non coloriamo di sentimentalismo la pellicola, però si genera effettivamente un luogo che non tanto ingloba ma è generato da tutti gli elementi effettivamente in campo. È questo, in ultima istanza, a chiudere su di sé l'intero cortometraggio, il quale, frastagliato da più parti, ora non può che essere aperto a una visione che lotta tra l'inglobamento presso di sé e la sua liberazione, non tanto nel senso di togliere delle catene ma piuttosto di un suo tentativo di ampliamento più che di trasformazione, la quale semmai viene a seguito dell'ampliamento. Non si cerca così di tranquillizzare chi vede The Trembling Giant, di metterlo in una qualche armonia col luogo, di contemplare un famigerato essere tutt'uno con ciò che lo circonda, alla maniera hipster, forse è semmai il contrario, c'è qualcosa di disturbante nella visione, che non è la macchina da presa o, simbolicamente, l'uomo, ma è quello strascicare del respiro che diventa rumore indistinto, non individualizzante eppur in noi, è quella sensazione di aver perso quella parte fondante di noi stessi, che solo con una visione del genere, che interferisce con lo sguardo, riusciamo a cogliere come importante. Ecco che qui, nella sensazione di perdita che ci lascia nella paura indistinta, a cui non troviamo erbe magiche che tengano, The Trembling Giant permette di poter cogliere questa paura, non tanto ritagliando il tempo per pensare, ma generando forza potenziata dalla visione. 


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