Sacramenti #2: Ippocampo




L'emergere del possibile: Ciao, Cillo. Innanzitutto grazie per la disponibilità, è davvero molto gentile da parte tua partecipare a questa nuova sezione del blog. In secondo luogo, per entrare nel vivo sin da subito, ti chiederemmo, visto che non l'abbiamo ancora visto, che cos'è Ippocampo e come mai per la prima volta scegli di utilizzare un titolo in italiano.

Enzo Cillo: Ippocampo è un lavoro che nasce come una sorta di reportage sulla distruzione di un archivio personale. In principio volevo solo filmare un'azione, poi man mano sono sopraggiunte altre immagini. Ciò che si vede nel video, all'inizio e alla fine, è il momento in cui viene incendiato parte di questo materiale analogico (35mm, VHS, nastri audio). Rimuovere la parte materiale di queste immagini significa liberarle, liberarle dal tangibile. Credo che il mio sia un lavoro sulla reincarnazione, sulla reincarnazione delle immagini. Non ho trovato mai interessante il dibattito analogico/digitale, anzi credo che esso non abbia nulla a che vedere con l'immagine ma sia legato a un discorso nient'altro che tecnico. Il potere dell'immagine sta tutto nella proiezione, nel momento in cui passa da un corpo all'altro, nel momento in cui l'immagine rivive in un nuovo sguardo, che sia anche quello di una sola persona. In Aesthetica in nuce Benedetto Croce scrive a riguardo: «La confusione dell'arte con la tecnica, la sostituzione di questa a quella, è un partito assai vagheggiato dagli artisti impotenti, che sperano dalle cose pratiche, e dalle pratiche escogitazioni e invenzioni, quell'aiuto e quella forza, che non trovano in sé medesimi».
Ippocampo rappresenta il rifiuto del concetto di storicità e di storicizzazione. Ho deciso di bruciare il materiale analogico, perché è la parte tangibile dell'immagine, l'elemento che blocca nel quotidiano un qualcosa che va ben oltre il quotidiano stesso, ben oltre il corpo. In aggiunta al materiale video e audio, sono state oscurate con una vernice nera anche delle vecchie tele e alcuni disegni. Nel video viene mostrato una sola immagine di questo materiale, si tratta di un disegno che risale alla mia infanzia. Il titolo Ippocampo è riferito, ovviamente, alla parte del cervello impegnata nella memoria, e vuole identificare un luogo lontano da ciò che è il mondo manifesto. Ho scelto un titolo in italiano, perché ho deciso di non mostrarlo in occasioni pubbliche, tantomeno all'estero, come avvenuto per i miei lavori precedenti. E' piuttosto un film pensato per risolvere una questione scaturita da una riflessione personale. Ciò che lo distingue dagli altri miei lavori è sia il modo in cui è stato concepito, sia la sua realizzazione: di solito, durante le fasi di lavorazione, si è totalmente immersi nel progetto e il distacco avviene solo nel momento in cui il film è chiuso; per questo ultimo lavoro è stato diverso, l'ho vissuto fin dall'inizio con un forte "distacco", come se durante la realizzazione io vivessi già il momento della separazione dall'opera. Tutta la durata del processo creativo è servita a riacquistare fiducia nell'immagine, in una nuova immagine. All'inizio del video si vede del fumo che si innalza dal rogo di questo materiale ed è in quel fumo, è nell'aria che si può ritrovare l'immagine, dispersa nel cosmo come una nebulosa. L'idea del film nasce da una distruzione è fa della distruzione la propria immagine. È stato un lavoro sofferto ma allo stesso tempo liberatorio. Ora è in fase di lavorazione sonora con il musicista Giacomo Salis mentre apprendo la notizia che proprio in questi giorni in Giappone sarà fabbricata l'ultima VHS.

EdP: Nei tuoi lavori abbiamo comunque sempre sentito molto forte una necessità iconica, che naturalmente non ha valore di distruzione ma quantomeno di trasfigurazione. In pratica, filmi ambienti naturali, e ne fai un'icona, ma quest'iconicità non eccede di senso l'ambiente, e questo perché, seguendo Florenskij, il mondo stesso è, quantomeno potenzialmente, un'icona: l'icona non riflette la luce del mondo ma l'incorpora, ed è precisamente incorporando la luce che l'icona concentra in sé la potenza divina altrimenti dispersa nella quotidianità mondana. Quindi, ecco, la notte potrebbe assurgere proprio a questo, no? al fatto, cioè, che ci si mantenga nella quotidianità, nella naturalità, perché tu comunque non induci le situazioni ambientali che filmi, senza quella patina di medietà che le è propria. In questo senso, la distruzione come si pone? C'è una continuità tra i lavori precedenti e questo? e, se sì, quale o, meglio, dove? Che nesso c'è, nel tuo lavoro, tra la storicità, quindi la sua distruzione, e la coscienza, comunque, che il mondo, in tutta la sua storicità, permette la distruzione della storicità o, quantomeno, la sua trasfigurazione in icona, in qualcosa che carpisca la potenza, anche disgregatrice se vuoi, di Dio?

Cillo: La distruzione dal materiale analogico, quindi del tangibile, è riconducibile a quello che è il quotidiano, e in questo si può riscontrare un legame con i lavori precedenti. L'atto distruttivo avviene di notte e quindi non nel quotidiano: «Perché la luce sia splendente, ci deve essere l'oscurità» (Francis Bacon). La fiamma, bruciando di notte, include la luce e questa luce è visibile solo nel momento in cui è interna al buio. La distruzione si pone come una preghiera, è un rito per liberare le immagini dal corpo, da quello che è il mondo visibile. Il lavoro stesso cerca di interrompersi, di non mostrarsi attraverso proiezioni pubbliche e quindi rifiutando l'esistenza nella quotidianità e di conseguenza declinando la temporalità. L'azione, nel momento in cui avviene, non è intesa come un occultamento della storia, non è la devastazione storica nazista, è una distruzione intesa come atto di trasmigrazione dell'anima, quindi legata a una dimensione spirituale. Un disperato tentativo di restituire le immagini alle immagini, a una loro dimensione naturale, non più legata al corpo che le manipola, al quotidiano che le trattiene.

EdP: Quindi, se abbiamo capito bene, questo nuovo lavoro si pone fondamentalmente nello scarto tra storia e memoria. Da una parte il rifiuto di un concetto di storia, d'altra parte, come tu sottolinei rifiutando a tua volta il rifiuto storiografico nazista, un riferimento a quell'ippocampo che è piuttosto un luogo, una sorta di al di là che può essere solo evocato (la preghiera, appunto). A questo proposito sarebbe interessante capire se questa località differente al qui possa essere in un certo qual modo riferita o solamente differita: l'immagine di Ippocampo è un immagine che si riferisce a questa - anzi, quella - località oppure la immanentizza? o una simile immanenza è il riferimento stesso dell'immagine a quel luogo, riferimento che in quanto tale non può che differirsi da essa? Insomma, siamo nel passaggio? Questo rifiuto della storicità è la memoria in sé? o, detto in altri termini, è la memoria che può essere senza soggetto o è il soggetto che non può essere senza memoria? Perché sembra che la partita di questo film, almeno a leggerti, si giochi tutta qui, nel ribaltamento della soggettività, quasi che essa venga assorbita in qualcosa anche la preceda e alla quale essa non possa che riferirsi per essere, il che implica naturalmente che essa differisca da essa. Insomma, che possa esistere una memoria senza soggetto, una memoria che non sia semplicemente εἶδος - e contemporaneamente che un soggetto, per essere autentico, per esser-ci, debba comunque, in qualche modo, riferirsi a essa, a questa memoria che non è un sapienziale né un luogo iperuranico bensì, piuttosto, qualcosa di cui solo Castaneda ha potuto parlarci? E, soprattutto, se così stanno le cose, allora per te l'immagine è veramente una salvezza, l'unico accredito per l'essere umano di essere se stesso? L'immagine ovviamente intesa come l'hai intesa tu, quindi immagine di una distruzione che è immediatamente distruzione dell'immagine (e, forse soprattutto, viceversa). Che l'essere umano non possa che differirsi da sé in quanto soggetto per essere soggetto di qualcosa che lo anticipi - e che questo differimento/riferimento sia precisamente l'immagine? Ma allora che ne è del mondo così com'è oggi, del mondo conquistato come immagine, se non qualcosa cui differirsi? o, più profondamente ancora, la necessità stessa del differimento?

Cillo: Tra il materiale che viene distrutto durante l'azione, non a caso, viene salvata una sola immagine ed è quella di un disegno realizzato da bambino. È proprio nel bambino che risiede l'essere immanente della memoria, di tutte le possibili vite, di tutte le storie. Il disegno del bambino è l'eccezione, è il gesto puro della mano che disegna. Bruciare il resto del materiale fisico, invece, significa liberare l'immagine dall'insensatezza del reale, da ciò che ci lega alla vita visibile e alla voluminosità dei corpi. I corpi sono estranei gli uni agli altri a causa dell'estraneità dello spirito che li anima (Jean-Luc Nancy, Il corpo dell'arte). L'immagine in questo diviene salvifica perché è solo attraverso l'immagine che possiamo sentirci raggiunti, ricongiunti come corpi, attraverso una continua enunciazione di spiriti. Ogni immagine è una distruzione e, nel tempo in cui ci ritroviamo davanti, quell'immagine ne esclude altre, ma l'istante della visione è anche un passaggio, un canale, ovvero ogni possibile sguardo che in quel momento va ad abitare la visione. Ippocampo è il tentativo di filmare una sparizione: l'immagine si dissolve per farsi polvere, sabbia, per ri-diventare immagine. Per la durata della lavorazione ho avuto fissa in mente l'immagine del dipinto Sand dune (1981) di Francis Bacon. In tutta la pittura di Bacon, la materia tende a fuggire, a disgregarsi, il corpo è ritratto in questo suo incessante dimenarsi; nella serie invece realizzata tra il 1979 e il 1983, la figura è dissolta nello spazio, è diventata finalmente acqua, sabbia, polvere. L'esigenza del mostrarsi, attraverso spazi e luoghi di proiezione, in questo caso viene a mancare, proprio perché il lavoro si esaurisce nel momento stesso in cui viene al mondo, si sgretola nell'atto di creazione. Inizio a considerare che, forse, lo spazio giusto per la proiezione sia un luogo dismesso, non riconducibile a una sala cinematografica o uno spazio espositivo, uno spazio quindi che non abbia vita nella quotidianità. I musei dedicati al cinema sono pieni di brandelli di set, bobine, costumi, nient'altro che inutili entità fisiche, che senza la riproduzione della loro immagine non hanno più senso. Ippocampo non vuole esistere come oggetto, come materiale, e cerca di non lasciare frammenti dispersi nella sterilità della quotidianità. Credo che l'immagine possa essere una salvezza, ma solo nel momento in cui diviene una moltitudine di solitudini, quindi, non come il frutto di fattori tecnici o sociali, ma come riflesso di singolarità. Il cinema nel momento in cui viene ad esistere come luogo, penso ai multiplex o ai set cinematografici, allora a mio avviso perde di significato, proprio perché manca di solitudine. Siamo soli durante la realizzazione di queste immagini e siamo soli una volta che ci ritroviamo davanti a esse nella loro irripetibilità, ed è questo che ci attrae. Nel momento in cui viviamo l'era contemporanea, dove tutto è schermo, tutto è immagine, allora vi è un annullamento di questa solitudine, una soppressione della memoria mentre il cinema è l'evocazione della memoria del mondo, la necessità di una disintegrazione del tangibile. Forse quella di Ippocampo è una proiezione destinata esclusivamente al buio, da restituire al buio, alla dimensione naturale delle immagini.




CREDITI
Titolo: Ippocampo
Durata: 00:08:37
Paese e anno di produzione: Italia, 2016
Suono: Giacomo Salis

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