Elements



Avevamo già apprezzato qui sul blog il lavoro di Julie Murray con Line of apsides (Irlanda, 2014, 12') e ora lo riprenderemo con un suo cortometraggio più datato, Elements (Irlanda, 2008, 7'), il quale sembra essere meno complesso e tuttavia di un'immediatezza che cattura nella profondità di una visione ambientale che porta il luogo medesimo a essere non semplice contenitore di forme, ma ciò che rende la possibilità del rapporto tra le stesse senza tuttavia risolverlo in una regione di insiemi. Qui gli elementi che compongono il luogo ripreso si compenetrano tra di loro in molteplici modi, a volte anche mostrando il palesarsi di una relazione grazie, per esempio, a una sfocatura che opera un incrocio, che costituirà poi il rapporto medesimo, sfocatura che attua non solo un passaggio da un elemento a un altro, ma che enfatizza il passaggio inteso come legame necessario per la compenetrazione degli elementi. Ma la compenetrazione medesima non sembra in questo cortometraggio una necessità ricercata, attiva, costruita e in questo senso la Murray si discosta marcatamente dalla visione di se stessa come agente: la macchina da presa non permette altro che i legami possano essere visibili anche all'occhio umano, il quale non vede generalmente perché è manchevole, incapace di vedere altrimenti. Questa incapacità muta, di cui non soffriamo, può però palesarsi attraverso il cinema ed è qui che la Murray mostra il ruolo di una «forzatura» tecnica, quale può essere la stessa macchina da presa, che mostra il legame tra gli elementi - tra i quali si inserisce anche l'uomo naturalmente - che però non dà alla regista la possibilità di intendere la sua persona come colei che coglie ciò che gli altri non vedono, piuttosto si ha come osservatrice del luogo, componente medesima dello stesso (da qui capiamo che la forzatura di cui sopra non può essere intesa semplicemente come esercitazione di una forza: l'osservazione stessa sforza l'ambiente, non tanto come passività o mera influenza, ma come necessità dell'ambiente di essere visto - c'è sempre qualcuno che osserva). Nonostante il ruolo che può avere il cinema nel mostrare ciò che l'occhio non coglie immediatamente, è tuttavia vero anche che il legame tra gli elementi mostra un concatenamento solo a livello dei dettagli, ma è il luogo stesso in Elements a svelare come tali legami non si diano solo grazie a un'operazione che unisca più insiemi, perché combinare e compenetrare si possono avere sia attraverso la tecnica cinematografica che attraverso quella umana, che porta come risultato una visibilità che l'occhio è tranquillamente capace di captare, perché manipolabile appunto. La questione ci sembra quella di mostrare come sia qui che risieda il maggiore fraintendimento umano, che porta a non ricercare altro o a intendere il cinema come immagine della realtà, la quale potrà essere intesa continuamente e semplicemente come manipolabile. Infatti, non si tratta solamente di portare in superficie ciò che potrebbe riguardare o ciò che potrebbe essere inteso anche, per esempio, dal pensiero umano, perché altrimenti mostrare i sottili legami sarebbe unicamente un'operazione multidimensionale e il cinema un compito riuscito o un'attività umana probabilmente più piacevole e immediata. L'invisibilità dunque non è ciò che potrà essere visibile, come qualcosa in procinto di diventarlo o che si situa sottopelle o, ancora e più sottilmente, qualcosa che si sente, che si coglie istintivamente ma che non si vede, diventando così il cinema un affare sentimentale, unicamente mentale, di uno psicologismo becero e facilone. In Elements è sempre rimandata, intesa, ma mai arriva a compiersi. L'invisibilità come ciò che è visibile ma è visibile perché cinematografico e quindi continua a essere invisibile, ma di un'invisibilità che non è negazione della visibilità, della capacità dell'occhio: l'occhio non vede che attraverso il cinema, ma ciò che vede non gli viene restituito nella realtà se non per vedere sempre attraverso il cinema e in questo senso il film non apre la mente, non porta a un superamento della condizione umana, non ci rende più sensibili eccetera. L'occhio rimane non vedente, ma in questo non c'è nulla di statico, anzi la cecità ci è necessaria per vivere bene: infatti, le invisibilità in Elements le cogliamo tutti ma questo non significa nulla e non deve avere significato. Aspettiamo un cinema invisibile e sarà così in quel momento che probabilmente vedremo di più.


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