Concrescence

In verità cantare, è un altro soffio.
Un soffio per nulla. Un sospiro di Dio. Un vento.
(Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo

Era comunque inevitabile, infine, che Stan Brakhage, il più appassionato demiurgo, nel senso rigoroso del termine, cioè come colui che crea e crea eminentemente, che costituisce universi cinematografici, non arrivasse a fare i conti con la filosofia di Alfred N. Whitehead, e a fare ciò ci s'impegna, Brakhage, con l'amico Phil Solomon, dal cui sodalizio scaturisce questo Concrescence (USA, 1996, 3'), che precede l'altra opera, monumentale questa volta, sempre realizzata a quattro mani, e cioè Seasons... (USA, 2002, 16'). Come nota Bruce Elder, infatti, il titolo dell'opera fa diretto riferimento alla cosmologia teologica del pensatore inglese, il quale pone Dio come principio di concrescenza. Cos'è la concrescenza? Di fatto, il divenire. Concresce l'universo, l'universo diviene. Con ciò, naturalmente, non significa che Dio sia l'universo in quanto tale. L'immanenza, in Whitehead, differisce da quella spinoziana precisamente lì; infatti, laddove il filosofo olandese poneva la realtà divina come unica cosa esistente (la Sostanza, ovvero Dio come insieme di tutte le possibilità), in Whitehead, Dio, essendo principio di concrescenza, precede ciò che concresce. Ciò che concresce diviene - e diviene da Dio. Tuttavia ciò, lungi dall'escludere Dio dall'universo, lo manifesta in esso attraverso una sorta di prensione che le cose dell'universo hanno rispetto a Dio, che retroagiscono su Dio. Si dirà, allora, che Dio precede e segue l'universo. Meglio ancora, la pressione degli enti è sia interna che esterna, e la concrescenza è puntualmente il divenire universale come dialettica da queste due prensioni: in questi termini, la novità non sarebbe altro che la concrezione derivante da sintesi, da prensioni che, nel loro attuarsi, formano appunto una novità rispetto ai termini che queste prensioni interlacciavano. Data questa base teorica e teoretica, Stan Brakhage e Phil Solomon sviluppano un'opera che, effettivamente e come subito, di primo acchito, si può notare, concresce su se stessa, e tuttavia non è che concresca in una maniera per così dire quantitativa, come se alla fine ci fosse un pieno o un'esplosione di colori; piuttosto, e con maggior rispetto e affinità nei confronti della filosofia dell'ultimo Whitehead, accade semmai il contrario, e cioè vi sia come un'esplosione di colori all'inizio e che questa vada poi ad attenuarsi in pochi battiti, in delle esplosioni circostanziate che hanno un ultimo, spaventoso boom arancione al quale non può che seguire un nero che è ancora cosmo, ancora colore nella sua essenza - essenza che è quella di non essere colore, dell'assenza di colore. Trema, alla fine, Concrescence, e trema di qualcosa che comunque permane, insistendo più in profondità di quanto il nostro occhio possa andare. Stan Brakhage e Phil Solomon dipingono la pellicola, e questa pellicola esplode veramente di colore. Ma ogni esplosione, appunto, accade come novità. Ciò che esplode è il colore dipinto, il quale cessa d'essere nel momento dell'esplosione o, meglio, è in quanto esploso, è nell'esplosione, come passato rispetto cui la novità viene a essere, come ciò rispetto a cui l'esplosione si fa. L'attuazione dell'esplosione, a sua volte, è un colore, che immediatamente dà adito a una nuova esplosione, e via così... Quel che accade, dunque, è un processo di concrescenza, e questo è ovvio, ma ciò che accade non è, in ultima e definitiva istanza, ciò che pertiene solamente al colore. O, meglio, gli pertiene nel momento in cui esso può esplodere e in effetti esplode. Più profondamente, ciò che conta, in Concrescence, è il prima e il dopo, un prima e un dopo che Solomon e Brakhage mettono in evidenza facendolo svanire. È il nero che precede e segue tutte queste esplosioni, ma è anche il nero che c'è tra un'esplosione e l'altra. Esplodendo, qualcosa resiste. Ciò che resiste al colore è il nero, e l'esplosione del colore non è altro che una forma di assenza del colore propriamente inteso. Questo processo si rinnova, da cui la concrescenza. L'esplosione non dà adito al nero, ma diventa un colore. Fino a un certo punto. Quale? È difficile dirlo e non è che abbia molta importanza, poiché quello di Brakhage e Solomon è un processo eterno, cosmologico, che si raduna nei tre minuti di durata per un semplice fatto che quello è, e di per sé potrebbe continuare eternamente... anzi, forse eternamente continua, forse quei tre minuti sono tali solo all'occhio razionale, all'occhio che li oggettualizza e non riesce a ritrovare un'eternità propriamente intesa all'interno di essi. Comunque sia, ciò che importa notare è come, di fatto, il colore sia di per sé una forma informata, cioè un'enticità reale, una realtà che è tale solo nel momento in cui qualcosa le resiste, solo in cui appunto si piega in essa e la dispiega una dimensione ulteriore ma al contempo coestensiva a essa, e cioè la dimensione del possibile. Se il colore è la realtà, l'esplosione è il possibile, che resiste alla realizzazione. Naturalmente, ci sarà un possibile che andrà a realizzarsi, poiché, per definizione, ciò che è reale è tale nel momento in cui si è realizzato, e ciò che si realizza è dell'ordine dei possibili; tuttavia, ciò significa anche che a ogni realizzazione qualcosa sfugge, che un possibile resiste a tale processo realificante. Cosa resiste? Abbiamo visto che il colore esplode. Il colore è dell'ordine del reale, l'esplosione di quello invece del possibile. Ma l'esplosione, come possibile, tende alla realizzazione. È questo processo di possibilità-realizzazione la concrescenza su cui si forma l'universo. Ciononostante, qualcosa, un possibile puro, rimane, r\esiste. Questa r\esistenza è la permanenza del nero. L'essenza del nero è l'assenza di colore, il che significa che l'essenza del nero è l'assenza della realtà. Esso, cioè il nero, è un possibile puro. Irrealizzabile. Il nero è Dio come principio della concrescenza, come ciò che abbiamo visto precedere e seguire il divenire cosmico in quanto tale. Ed è a esso che Brakhage e Solomon si riferiscono, peraltro in maniera definitiva, e questo loro riferimento è dei più eclatanti nella misura in cui si dà all'interno di un divenire che è a esso ulteriore ma comunque a esso coestensivo: è il divenire cinematografico che non è all'interno del divenire cosmico, ma è un'altro divenire, di un ordine diverso, a esso coestensivo e ulteriore. Il divenire cinematografico è un divenire cosmologico che non si confonde con quello cosmico, e se in quest'ultimo non possiamo trovare esperienza di Dio, ecco che in quest'altro, cioè in quello cinematografico la possibilità non è solo reale ma anche suprema. Viene allora da pensare a quello che Heidegger pronunciò in merito al ventesimo anno della morte di Rilke, e cioè quanto segue: «Che noi apparteniamo all'essente, e che in questa ottica siamo presenzianti, non fa questione. Resta invece questionabile quando noi siamo in modo tale che il nostro essere sia canto, - e invero un canto il cui cantare non risuoni spandendosi intorno in un luogo qualsiasi ma sia veramente un cantare il cui risuonare, senza attaccarsi a qualcosa di ormai finalmente raggiunto, si è già infranto nel suono stesso, affinché sia solo il cantato a essenziare». Ecco, questo canto è un canto cinematografico, che essenzia come essenzia il cosmo, cioè divinamente - e tuttavia al di là di esso, in un verecondamento reciproco.

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