A ghost in his shadow



Il cortometraggio di Michael Rice, A ghost in his shadow (USA, 2016, 10'), parte da un'idea relativamente semplice, ovvero quella che riguarda una sorta di contrasto tra la materializzazione, la fisicità di un individuo, conosciuto, che vedi e che temi e rispetti, e il suo corpo, il quale è sì presente - ci si può scontrare addosso a questo corpo - e tuttavia esiste in una maniera sua propria, perché anche se deve soddisfare le sue esigenze di sopravvivenza e più, anche se ci si sposta per farlo passare e non calpestarlo - o farti calpestare -  non c'è che come immagine velata, che si materializza ma che allo stesso tempo si vela, che insiste nella sua presenza e contemporaneamente è assente. Sta qui il punto fondamentale in cui Rice svilupperà il tutto, a volte con riprese di/alla Google Earth, altre volte con quelle delle telecamere di sorveglianza, altre volte invece il tutto si confonderà e non sarà più importante definire e quindi distinguere una telecamera da una videocamera, non tanto perché ciò non abbia importanza o perché non possa essere fatto o ancora perché, politicamente, ha tutto un altro valore, nonostante si possa afferrare la videocamera come se fosse una telecamera o, chi ci è riuscito, a dare alla telecamera la possibilità di inserirsi nel cinema. Michael Rice confonde le due cose o comunque non dà importanza alla loro distinzione o, ancora meglio, non si giustifica, non perché pecca di superficialità, anzi probabilmente conosce bene la materia e infatti sembrerebbe proprio per questo che in A ghost in his shadow può utilizzare entrambe le macchine o confonderle, perché è proprio qui che si snoderà la questione, ovvero non che ci possa essere una politica o un'etica diversa delle immagini, ma che la tale immagine creata dalla telecamera sia l'unica che si possa dare di "Whitey", ovvero James Bulger, ricercato dal FBI da decenni. C'è una realtà, ma questa realtà in questo caso si dà effettivamente solo attraverso l'immagine: non che non si possa agire sulla materialità della sua persona o interagire con essa o farsi agire, ma tale materialità diventa quasi un'ossessione paranoica, la paranoia dell'intero quartiere e dell'intera città, per cui sai che non c'è reale pur essendo dannatamente reale. Il fantasma è reale. Lo è ancora di più se è materico e tuttavia non appartiene alla realtà, non tanto perché non lo vedi, ma perché non puoi vederlo che come immagine, relegando la sua concretezza appunto a un'immagine e quindi come ciò che in fondo è visto senza essere visto davvero e lo riesci a vedere davvero solo tramite la telecamera, ma allora non puoi davvero agire su di esso, non puoi materializzare la paranoia e spostarla davvero, ma non puoi non farlo perché in fondo esiste solo nella psiche perché, ancor più in fondo, nemmeno nella tua mente esiste: l'immagine non appartiene solo alla psiche, non è una virtualità che sussiste sulla materia. In questo caso l'immagine è tra noi, come gli adesivi pubblicitari, è ovunque, la notiamo oppure no e la questione non riguarda nemmeno più i cosiddetti messaggi subliminali, che agirebbero attraverso un inconscio anti-freudiano, più pragmaticamente cognitivo. In A ghost in his shadow la realtà e il cinema non si assimilano tra di loro, non si aprono e il film non aprirà a dei possibili, perché in fondo è tutto dannatamente chiuso, non perché morto, piuttosto perché ogni azione è già tutte le azioni, perché ogni visione del fantasma si è già materializzata nella realtà, il che non tanto toglie mistero, ma annulla ogni ricerca, aleggiando solo un misto di paura e rispetto per qualcosa che non è nemmeno un'alterità, non perché simile, non perché quieta, ma perché è senza alcuna possibilità senza per questo compiersi nemmeno come un morto. È allora che capiamo come possano essere solo le telecamere a riprenderlo o a riprenderci, quando la propria collocazione è ridotta a quella della polizia, per la polizia e quando la videocamera è tenuta come una telecamera.


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