Something between us



Jodie Mack costruisce un film coi riflessi di luce, colorati e bianchi, questo Something between us (Regno Unito, 2015, 10'), che ad un certo punto sembra quasi una danza di luce. In effetti è questa a danzare, a essere protagonista e a costituire ciò che muove il film e lo fa doppiamente senza darsi mai davvero come presente, come manifestazione, quanto piuttosto nel suo duplice ruolo di causa ed effetto. Jodie Mack non si addentra nella questione delle condizioni di possibilità affinché ci sia la vista e la realtà stessa, come altri lavori precedenti avevano fatto, come ad esempio quello di Sarah Pucill Blind light (Regno Unito, 2007, 22'), o, quasi in negativo, i lavori di Enzo Cillo, nei quali la questione riguardava prettamente la luce e l'oscurità, forse non solo condizione di possibilità della realtà, ma soprattutto compenetrazione affinché questo mondo possa esistere come mio mondo. Nel film della Mack la luce è ciò che, compenetrandosi, forma un qualcosa che non costituisce semplicemente un intero e quindi la visione di un oggetto, non mostra il mondo, ma soprattutto è anche un'irradiazione che si forma su un'eccedenza e che forma l'eccedenza stessa, ovvero il riflesso di luce, colorato o bianco. Ed è a questa eccedenza della luce che Jodie Mack si rivolge per Something between us, come credenza nella possibilità che i riflessi stessi, che non sono altro che uno scarto di luce, possano venire catturati come manifestazione della luce stessa, la quale non si può mostrare direttamente in sé stessa se non come riflesso di se stessa. Quando vediamo un'immagine data da una superficie riflettente, ciò che sappiamo che ci attenderà, ciò che vediamo, è una ripresentazione di ciò che vediamo e quella la chiamiamo immagine ed è la stessa che affermiamo possa esserci comunemente in qualsiasi cinema ed è così, una copia della realtà in cui non facciamo altro che vedere noi e le nostre storie, riproposte eccetera eccetera. Ma l'immagine che viene data in questo cortometraggio non rispecchia nulla che possiamo vedere coi nostri occhi direttamente e questo non solo perché l'immagine non viene usata per sostenersi in un'aderenza/similitudine che la attanaglia alla realtà, ma perché si sostiene nell'eccedenza della luce che risulta più importante dello specchiarsi stesso attraverso di essa e per essa. Infine, la vera eccedenza non sarà probabilmente tanto il riflesso, ma l'immagine stessa, che non si presenta come immagine di riflessi, perché significherebbe ancora stare nel dominio oggettuale e l'immagine non ha oggetto e forse non appartiene nemmeno a questo mondo come darsi infinito attraverso la luce, ma la eccede sempre, costantemente altro da sé, senza mai manifestarsi perché, infine, non costituisce mai i fenomeni, ma li eccede sempre, pur avendo necessità degli stessi per continuare a muoversi. Jodie Mark, in effetti, li mostra questi fenomeni, questi oggetti che si danno alla luce, ma risultano piuttosto essere loro qui condizione di possibilità affinché possa manifestarsi l'eccedenza della luce. Jodie Mack però quest'eccedenza la rende qualcosa che, come dicevamo sopra, è una danza: ritorna al palcoscenico, ma gli interpretanti continuano a sfuggire, a fondersi tra loro, a danzare nonostante tutto per infine fondersi col mare. Se una manifestazione avviene però questa rimane comunque in parte inafferrabile e allora probabilmente ecco il punto di Something between us, questo continuo rimandare la visione della danza a ciò che la crea pur perdendo il suo formarsi, ma sussistendo solo attraverso l'equilibrio, la velocità, la grazia, la musica per non, ripetiamo, formarsi mai in qualcosa. Eppure ciò che ritroviamo in questo cortometraggio è ciò che c'era già tra noi, ciò che sostiene il nostro mondo e di cui non abbiamo accesso diretto eppure permette la forma eppure non è forma. Qualcosa che sembra magico e infantile e che sfugge ai più.


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