Scrumped


Scrumped (Sud Corea, 2016, 18') è un'opera atmosferica, non d'ambientazione. Parlando del cortometraggio del sudcoreano Seoungho Cho, bisogna infatti intendere il termine «atmosfera» in tutta la sua portata e la sua validità ontologiche: l'atmosfera, lungi dal definirsi un ambiente ad essa anteriore, è ciò che decreta massimamente la validità medesima di quell'ambiente, e in questo senso possiamo dire che l'atmosfera dà l'ambiente o, il che è lo stesso, l'ambiente è l'atmosfera così com'è vissuta. La differenza sostanziale tra l'ambiente e l'atmosfera è che quest'ultima non richiede una vita, un'esistenza. L'atmosfera, anzi, precede l'esistenza, e nel momento in cui è vissuta essa si dirà, appunto, «ambiente». Dunque Scrumped è un'opera atmosferica in quanto precedente l'esperienza stessa che se ne possa avere, e ciò è dovuto fondamentalmente a un fattore, a essa costitutivamente denotativo: è un'opera religiosa. Scrive Seoungho Cho: «I rituali religiosi sono complessi e stratificati. Come ho partecipato o mi sono confrontato con questi rituali religiosi nel corso della mia vita da non-credente, così io ho anche esperito personalmente una spiritualità che sentivo già come un comportamento umano insondabile. I rituali buddisti mi permettono d'accedere a una sorta d'intimità metafisica coi concetti di dipendenza, indifferenza, morte, estinzione e assoluzione, e ciò mentre mi ricaricano di una forte dose d'energia incomprensibile. Ho quindi voluto trasmettere, da una parte, l'immensa complessità di queste labirintiche costruzioni spirituali e, dall'altra, l'energia che esse creano nella mia opera cinematografica, la quale è eseguita attraverso un'osservazione ossessiva dei medesimi». Com'è palese, la religiosità che connota l'opera cinematografica di Seoungho Cho è tale nella misura in cui essa prescinda dall'individualità per, appunto, giungere ad abitarla. La spiritualità arriva soltanto poi, come ambiente dell'atmosfera spirituale che prescinde l'individuo nella sua condizione terrestre, ovvero nella sua forma intrinsecamente votata all'aut-aut; se, infatti, l'individuo può scegliere se credere o meno, esso non può esimersi dalla religione, e non può farlo nella misura in cui, di fatto, questa lo trascende, ed è questa trascendenza a definirlo in quanto individuo. In quanto colto nell'aut-aut esistenziale, l'individuo non può avere esperienza se non in quanto è esso stesso la prima esperienza - esperienza di una spiritualità che lo eccede e l'anticipa, lo trascende e lo nega. Tale negazione, tuttavia, è lo positività, cioè la posizione stessa, dell'individuo. E, in ciò, Seoungho Cho, è particolarmente vicino all'idea d'immanenza di Karl Barth, un'immanenza intimamente teologica; come ben riassume Luigi Pareyson, per Karl Barth «l'essere (terreno) deve non essere perché il non essere (divino) sia essere. E ancora: Dio è il "meno" che nega tutta l'immanenza la quale tenta di affermarsi da sé. Ciò si può esprimere: - (- immanenza). Ma se l'affermazione titanica dell'immanenza si nega, se l'uomo riconosce la linea di morte che inesorabilmente separa l'uomo da Dio, la relazione assurdamente si capovolge, e da - (- immanenza) si ha + immanenza. Il mondo viene affermato, perché negato e trasformato dialetticamente nel monismo della speranza escatologica» (Studi sull'esistenzialismo). Il carattere atmosferico di Scrumped si ricava dal fatto che esso, prescindendo l'esperienza dello spettatore, pone lo spettatore nella sua negazione. L'immanenza ha origine nella trascendenza, la quale è l'assoluto dell'immanenza. Gli alberi cessano di essere alberi, l'ambiente non è semplicemente sfocato e rimesso a fuoco ma è il gioco stesso di focus e out of focus a determinare l'ambiente: non è che vi sia un ambiente, come può esserlo la foresta o il tempio buddista, e che conseguentemente la macchina da presa lo riprende, ma il cinema precede l'ambiente, il cinema è quell'atmosfera di cui l'ambiente non è che incarnazione. L'out of focus precede la neve come gli alberi - e gli alberi e la neve non sono che ambienti, cioè abitazioni, di quella particolare atmosfera lì. Un'atmosfera che assume toni liturgici non perché sia incarnata ma in quanto l'incarnazione stessa non è che traccia, espressione di un qualcosa che la precede. Così, l'esperienza liturgico-spirituale che si può avere di Scrumped, che uno spettatore, ateo o agnostico, buddista o cattolico, ha valore nella misura in cui è esperita dallo stesso, ma è questa esperienza che, di per sé, si rinvia a un differimento fondante e fondamentale di colui che esperisce. L'ambiente-spettatore diviene dunque nient'altro che un differimento atto a riferirsi allo spirito. L'esperienza che noi abbiamo di Scrumped c'annienta ponendoci, ma tale annientamento non è che dell'ordine della spiritualità medesima: è in essa che siamo annientati, dissolti, è a essa che siamo differiti nella nostra esperienza. Ed è questa la pietra angolare del cortometraggio di Seoungho Cho, nel fatto ciò di porre in essere un'esperienza d'immanenza, dove il genitivo è però soggettivo: lo spettatore non percepisce esclusivamente l'ambiente, è di per sé l'ambiente, ambiente di un'atmosfera che lo fa svanire, che lo dissolve poiché quell'ambiente non è che espressione di un'atmosfera più primitiva e autentica. L'esperienza dell'immanenza è l'esperienza non di qualcuno dell'immanenza ma dell'immanenza di sé. L'immanenza si esperisce, esperisce se stessa. Ma questa esperienza dell'immanenza, dell'immanenza da parte di se stessa non può che rivelarsi cinematograficamente. Non è che il cinema veicoli una spiritualità, il cinema non è mai strumento. Semmai, il cinema è quest'esperienza. Non ambiente, ma esperienza della spiritualità, avvenimento della spiritualità che si auto-percepisce. Poiché, di per sé, la spiritualità non può percepisce, può solamente incanalarsi in un attrezzo o in un mezzo, com'è ad esempio l'essere umano - essere umano che tuttavia si dissolve nell'esperienza cinematografica, sempre e comunque immersiva, e si dissolve precisamente nel momento in cui è in essa che la spiritualità arriva a percepirsi, ad essere, come voleva Dorsky, qualcosa di religioso, un'esperienza religiosa: il cinema come esperienza religiosa significa il cinema come auto-affezione della spiritualità, auto-affezione della spiritualità che, in una parola, si dice religione.

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