Pratiche della visione #1: Controvento o con il vento? (Appunti dalla 52° mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro)




- Cara Rusalen, sono piuttosto stanco. Sono stati giorni impegnativi, gli ultimi trascorsi a Pesaro, e ora credo di dovermi riprendere, per quel che mi è possibile. Certo, lo sapevamo anche prima, che tornare a frequentare un festival non sarebbe stato facile, eppure c'è qualcosa che non va, qualcosa di più profondo e indefinibile, di silenzioso e inquietante. Ricordo la nostra ultima esperienza dentro un festival, a Torino l'anno scorso, di cui peraltro seguimmo una sola proiezione, interessati esclusivamente a vedere Scherzo (Italia, 2015, 5') di Fabio Scacchioli & Vincenzo Core su grande schermo, e comunque già allora è stato pesante, anche se non così pesante e, comunque, non soltanto per aver visto, prima del corto, altri corti più o meno inguardabili, come ad esempio Il foglio (Italia, 2015, 18'), che non capisci come possano essere là, a cosa abbiano effettivamente tolto spazio. Non credo c'entri il fatto che, questa volta, al festival ci siamo stati come registi, perché registi noi non lo siamo mai stati: siamo gente che vede e parla di film, ed è per l'appunto questo che ci frega, che cioè noi vediamo film, una pratica di pochi, come il pensiero. E tuttavia è strano, perché Pesaro non è Torino, tantomeno Venezia. Si respira un'aria diversa, a Pesaro, e forse il punto è che proprio quest'aria è ciò che potrebbe andare persa, chissà quando e chissà come. È impossibile da descrivere, quest'aria.  Semplicemente, sei lì. E sei lì in quanto con-altri, addetti ai lavori e non, e c'è questa sorta di reciproco incanto che non rovescia il mondo, che non ha nulla di feticistico ma è il mondo nella sua integrità: a Pesaro, la gente parla di cinema. Il che significa: non ne parla in coda al film, la gente, la senti parlare di cinema al supermercato, la vedi intervenire alle tavole rotonde, salutarsi reciprocamente, fermarti se hai girato un film o sei intervenuto nel corso di un dibattito e via dicendo... c'è qualcosa di genuino, a Pesaro, e credo sia questa la sua peculiarità, perché né Venezia, né Locarno, né Torino sono caratterizzati da qualcosa di simile. Prendi lo schermo in piazza. Che cos'è lo schermo in piazza? Questa è una domanda sbagliata. La domanda corretta è: perché uno schermo in piazza. E perché, se si vuole essere rigorosi, su quello schermo un festival di cinema ha trasmesso una partita di calcio anziché un film in programma, quasi - si direbbe - a darla vinta al gusto nazionalpopolare, che è notoriamente contro il cinema. Eppure, non è così semplice, perché se lo schermo in piazza a Locarno è davvero qualcosa di mostruoso, uno svendere il cinema, a Pesaro la sensazione è diversa, e quasi sarei tentato di dire che c'è come una stringenza di quello schermo in quella piazza; se, infatti, a Pesaro c'è questa diversa e connotativa del festival, se a Pesaro il cinema è vissuto in una maniera particolare e il festival in una molto genuina, allora si potrebbe anche dire che quello schermo non potrebbe non essere in piazza, poiché la piazza è l'agorà, e l'agorà si definisce come spazio pubblico, dunque politico, si definisce per i rapporti di forza che intercorrono tra le persone che l'abitano, la piazza, e in un certo senso la definiscono, e se i rapporti sono quelli che abbiamo percepito noialtri, se, per l'appunto, c'è un'effettiva genuinità della gente nel rapportarsi al festival, allora quello schermo in piazza non poteva che non esserci e non poteva che non esserci nella misura in cui è coestensivo al desiderio sociale in tutta la sua genuinità. A Locarno lo schermo arriva in piazza per via verticale, a Pesaro per via orizzontale. E non è poco. Tuttavia, è forse anche ciò che ci distrugge dall'interno. Infatti, se è orizzontalmente che si pone il cinema, a Pesaro, allora c'è da domandarsi, in ultima e definitiva istanza, quale cinema venga posto e, soprattutto, se il desiderio sociale, che si concretizza nello schermo in piazza, ammetta anche ciò che su quello schermo trascorre. Voglio dire, se è ben vero che l'atmosfera pesarese è quella soprascritta, è altrettanto verso che essa ammette in sé la volontà di determinate proiezioni piuttosto che altre? se il pubblico di Pesaro necessita del cinema, è altrettanto vero che necessita di un particolare cinema, e cioè quello proposto nel corso della Mostra internazionale del nuovo cinema? Credo sia una domanda fondamentale, e soprattutto dopo quello che c'ha detto Bruno Torre sulle passate edizioni del festival, prima di sprofondare con Spagnoletti; allora, infatti, a Pesaro c'era davvero il nuovo, e questo nuovo determinava la piazza che a sua volta lo determinava: dal cinema sperimentale americano alle nuove cinematografie nazionali, come quelle latinoamericane o est-europee, passando per la Nouvelle Vague e via dicendo. Ora, è tutto cambiato - ed è impossibile nasconderlo. Ma non credo sia un semplice problema di cambiamento, non credo che l'importante sia notificare il cambiamento di proiezioni, di etica se si vuole, che ha riguardato Pesaro. Anzi, far ciò significa essere miopi. Molto più interessante credo sia tentare di capire a cosa sia dovuto questo cambiamento, se al desiderio sociale o a qualcos'altro, ed è interessante, questo, nel momento in cui c'è davvero un desiderio sociale coestensivo alla mostra del cinema, a Pesaro, quindi sarebbe piuttosto inquietante notare delle crepe in esso. Infatti, se è la piazza a richiedere lo schermo, se lo schermo è posto orizzontalmente a Pesaro, non è perciò detto che quest'immanenza non possa immanentizzare una trascendenza in sé, e questo è davvero pericoloso: che la gente voglia il cinema, che ci sia una sorta di necessità intrinseca del cinema nella piazza, significa anche e soprattutto poter pensare questo cinema. E cosa accade laddove la piazza richiede lo schermo ma non il cinema, dove c'è la stringenza è tale che si ponga orizzontalmente lo schermo e verticalmente ciò che viene proiettato in essa? Si tratta, tutto sommato, di non essere ingenui, e di cercare di capire se la democrazia dello schermo non nascondi una tirannia tanto silenziosa quanto inquietante, impastata con la democrazia e perciò legittimata in anticipo. È una questione filosofica, non sociologica e nemmeno psicologica. Ed è una questione, questa, che ci riguarda personalmente, perché è inutile scherzarci sopra: Satellite è stato in questo festival, è stato parte integrante di Pesaro. Bisognerebbe capire, allora, che significa «essere parte», ed è questo che non capisco, Rusalen. Non capisco, sostanzialmente, se esserne parte significhi farne parte o prenderne parte. L'orizzontalità della piazza è tale nella misura in cui c'è del cinema nella piazza, o quantomeno uno schermo, e tuttavia non vedo schermi per certo cinema. Semplicemente, mancano. Far parte della mostra del cinema di Pesaro significa: esserne parte, istituirsi all'interno di quel che è la mostra di Pesaro. Viceversa, prenderne parte implica comunque un'occupazione, occupazione di uno spazio che è tale nella misura in cui occupa un'orizzontalità. È, forse, questa un'idea di trascendenza? l'occupazione, intendo. O ammettiamo che a Pesaro non ci sia quell'atmosfera di cui parlavamo, e allora è solamente un altro festival, un altro diktat, un'altra imposizione oppure - e secondo me meno sommariamente e banalmente - prendiamo sul serio l'atmosfera di Pesaro, carpiamo la sua orizzontalità e ci chiediamo: come mai, se questa orizzontalità è integrale, se essa davvero non venga insistita da una trascendenza che si legittima attraverso di essa, la gente preferisca guardare determinati film piuttosto che altri. O lo schermo in piazza è un fatto populista, da cinema sotto le stelle in una notte di mezza estate, dopo una giornata al mare, e io onestamente non lo credo, questo, oppure c'è davvero la necessità di quello schermo - e, però, allora non si capisce, o almeno io non capisco, come quella necessità si svolga. Se trascendentalmente oppure in maniera del tutto immanente. Il che significa: se lo schermo è voluto, è voluto anche ciò che in esso si proietta? La mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro è quel che è - e in ciò sta la sua differenza con Torino, Venezia e altri festival del cazzo - perché permane qualcosa di quel che è stato (il nuovo cinema dei tempi che furono, il furore di quell'evento, il cinema sperimentale come scelta di vita, come voleva Aprà), e ciò che è stato è l'atmosfera orizzontale che nel corso di questa cinquantaduesima edizione abbiamo respirato. Ma cosa abbiamo respirato, realmente? Inizio a pensare che siano tutte costruzioni nostre personali. Eppure c'è un bagliore di verità, in fondo a tutto ciò, ed è questo che m'inquieta. M'inquieta pensare che alla gente non gliene freghi davvero più un cazzo, come effettivamente è. Perché i film in piazza erano onestamente brutti. Ed erano brutti nel momento in cui nulla avevano a che fare col nuovo. Il punto è: la gente li vuole? e, se li vuole, in che misura li vuole? Li vuole perché ormai non gliene frega più un cazzo a nessuno del cinema? o li vuole nella misura in cui il cinema è diventato, per la collettività, questo? Naturalmente, implicito in tutto ciò sta il fatto che un'imposizione non vi sia, che la trascendenza non sia altro che una mediazione dell'immanenza; troppo facile sarebbe infatti pensare che siano tutti deficienti e che vi sia un'imposizione dall'alto e dall'altro: in realtà, quel che accade nel collettivo è ciò che accade nell'intimo, solo che l'intimo eccede l'individuo in quanto essere sociale. Come insegna Simondon, l'individuazione è sia psichica che collettiva, il che significa che nell'individuo individuato da una prima individuazione permane quel pre-individuale che lo eccede in quanto individuo - ed è precisamente questo pre-individuale a manifestarsi concretamente nella solitudine, dunque nel momento in cui l'individuo è solo con se stesso, oltre se stesso nel senso che non è solo individuato ma una parte di esso resiste a quell'individuazione e si manifesta, necessariamente, nell'individualizzazione psichica e collettiva di cui parlava Simondon. In questo senso, la collettività è necessitata dall'individuo nella stessa maniera in cui l'individuo è necessitato da essa: e il campo sociale si struttura attraverso un desiderio che necessariamente gli ricade addosso, il collettivo desidera e il desiderio è oltre il collettivo e questo «oltre» promuove il collettivo ad andare oltre se stesso come il pre-individuale concepito nella solitudine faceva andare oltre l'individuo l'individuo medesimo. La trascendenza, quindi, non sarebbe altro che la conseguenza di un desiderio collettivo carpito da un intermediario. Le masse, insegna Reich, hanno desiderato il fascismo. E allora che succede? Succede che io non capisco più se Armocida sia una brava persona oppure no, ad esempio. Satellite è comunque dentro Pesaro, ma che cos'è Pesaro? naturalmente, chiedendo cosa sia Pesaro, intendo chiederti verso dove si dirige il desiderio collettivo che è origine di Pesaro. In fondo, per Satellite, essendo dentro Pesaro, dovremmo ringraziare anche Armocida, no? Poiché è lui il direttore, e con ciò intendo dire che sia lui, fondamentalmente, la pietra angolare del desiderio. Se non c'è trascendenza, se il desiderio ricade su chi lo esprime, se quello schermo è lì, in piazza, perché voluto dal collettivo, allora lo stesso collettivo desidera Satellite. Ma che Satellite? Possiamo immaginare che Satellite sia in Pesaro perché Pesaro, sostanzialmente, necessiti di Satellite? possiamo credere che Armocida - direttore non come intermediario trascendentale bensì quale espressione dell'immanenza del desiderio collettivo rispetto alla sua realizzazione, che in quanto desiderante è comunque negativa, procede per negazione - necessiti di determinate proiezioni, come ad esempio quella merda di nigeriano, per poter lasciare uno spazio a Satellite? Del resto, e detto molto schiettamente, Satellite è il «nuovo» nella Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro, poiché il resto è tutto molto vecchio. Secondo me, una cosa molto interessante, ad esempio, l'ha detta la tipa, la Licciardello, durante la tavola rotonda: noi non stiamo creando una frangia, una coalizione dentro e contro il festival di Pesaro, e mi pare anzi che l'intenzione di Torri e Santini sia precisamente questa: se Pesaro è Pesaro, allora Pesaro è Satellite. Ma che cos'è Satellite? Torri diceva che non è possibile saperlo. Diceva, nell'intervista che gli facemmo, che non poteva sapersi, che era un centro decentrato e decentrante e che questa è la sua forza, il suo r\esistere alla moda che continuamente ci precede. Quindi cambio domanda, e ti chiedo: cos'è Satellite? nel senso, cos'è Satellite sullo schermo della piazza? Perché mi pare che, in fondo in fondo, si tratti di questo, che tutto questo discorso lo facciamo perché partendo da quello schermo, da quella piazza, dal desiderio collettivo che non si confonde con quello sociale, e allora risponderei che Satellite è Con il vento (Italia, 2016, 8') Ma è realmente così? Allora Satellite ha preceduto Satellite. Con il vento è un film fatto da Romano con i soliti, ed è un film del cazzo. Copiando Dumond e Tarr, Romano torna a Pesaro e sul palco principale. Lui che era stato presentato a Pesaro con Ananke (Italia, 2015, 70'), un film che - come tutti sappiamo - si è rivelato fallimentare sotto tutti i punti di vista, che è stato addirittura bloccato, ed è stato bloccato non per chissà quali problemi con il produttore (abbiamo visto tutti che l'8 luglio stava lì a parlare, ridere e scherzare con Arcopinto, e tu mi hai indicato proprio loro, quando arrivò Arcopinto, Romano c'indicò, e si misero a guardarci torvi) ma perché nessun cazzo di festival lo voleva, tranne il Pesaro che fu l'anno scorso (senza Satellite) e un'altra puttanata di sci-fi di cui non ricordo il nome. Quindi, insomma, Ananke bloccato, rifiutato da chiunque, e Romano che gira ancora con la stessa cricca (la tizia che ci telefona alle due di notte per sbraitarci contro che ha una causa aperta con Arcopinto e di non nominare Ananke, quell'altra che fa le performance in cui si fa scrivere sulla pelle, quell'altro ancora), fa praticamente la stessa cosa - e Pesaro glielo mette in piazza come testa d'ariete di Satellite? Qualcosa non quadra. Cioè, io sarò pure deficiente, ma capisci, vero, che per quel cazzo di corto c'è pure stata una sceneggiatura? È allarmante, non trovi? Non trovi che sia allarmante che 'sta gente non giri in pellicola? Non trovi che sia allarmante che usino il digitale per copiare la pellicola? Ma dove cazzo sta il nuovo? il futuro? 'sta gente qui apre il presente col passato, facendo marcire l'uno con l'altro - e son lì. Certo, tu mi dirai che quello di Romano è un film in un certo senso mediano all'interno di Satellite, tra la radicalità di Menegazzo/Pernisa e la compiacenza autistica del tizio che ha girato quella cosa in Francia sul tizio che si suicida. E, però, ancora non mi risolvi nulla, perché allora non capisco, non arrivo a capire nulla del desiderio collettivo. Se Romano è mediano in Satellite, allora la necessità di non presentare né il banale francese né la radicalità di Menegazzo/Pernisa risponde a una trascendenza che interrompe il desiderio, che si carica su di essa il desiderio e ne fa da intermediaria. Tuttavia, Satellite non sembra essere questo, e ciò lo dimostra la scelta di proiettare opere come quella di Menegazzo/Pernisa, Iconostasi (Italia, 2015, 15'). Lì c'è il nuovo o, meglio, il futuro. Ma anche il contrario di Con il vento. Infatti, se l'uno utilizza il digitale per copiare la pellicola (poi un giorno mi spiegherai il perché, perché onestamente a me sembra 'na cosa da ritardati), l'altro guarda al digitale in tutta la sua specificità, che non è quella, ormai strabuzzata, del glitch, come in Personte, bensì qualcosa di molto più integro e interessante, nonché struggente. Iconostasi, in Satellite, è stato l'evento. E su questo c'è poco da obiettare. Così come c'è poco da fraintendere. Il film di Menegazzo/Pernisa è stato l'evento nella misura in cui rompeva con tutto. Esso è cinema. È l'evento evenemenziale, la caduta del funambolo che allontana la massa e porta Zarathustra alla solitudine, a riflettere e capire che, in effetti, ha parlato troppo presto. Il cinema questo può essere, ma può esserlo nel momento in cui allontana una folla: perché allora l'individuo scopre in sé qualcosa che gli sfugge in quanto non individuato, qualcosa che resiste alla individuazione, qualcosa che r\esiste alla realizzazione, un possibile che non fa che emergere e che è, precisamente, il luogo del cinema, poiché il cinema ha un luogo ed è quello in cui l'individuo, in quanto scoprentesi come non più solo nella solitudine, scopre in sé il collettivo, la sua natura ineluttabilmente collettiva. Per Iconostasi, valgono le parole di Toni Negri su Leopardi, poiché davvero questo è un film di un umanesimo dopo l'umanesimo, di un'umanesimo che si erge sulle rovine dell'antropologia, di fronte e dentro al quale l'uomo non può che chiedersi come andare oltre se stesso. Con il vento apre il presente attraverso il passato, Iconostasi apre il presente attraverso il futuro. Da una parte il passato apre il presente, dall'altra il futuro apre il presente. E un tale discorso - sia chiaro - lo si può fare benissimo altrimenti. Ad esempio, l'animazione presentata a Pesaro è rimasta ferma a trent'anni fa, eccezion fatta per Stuck in the dark (Italia/Inghilterra, 2015, 11') e Macellaio di cognati (Italia, 2016, 2'). O, ancora ad esempio, Ferri. Cane caro (Italia, 2015, 18') - qual è il fulcro di Cane caro? Secondo me il pregio del film di Ferri è che egli mostra come il recupero di materiale sia in effetti un'operazione che competa più a un netturbino che a un regista. Ferri, nel suo fascismo più becero e ignorante (da chi ha letto Lacan e, soprattutto, Adorno, appunto), qual era già fortemente presente in Abacuc (Italia, 2014, 81'), mostra nuovamente come per lui debba essere il passato ad aprire il presente (pensa ad esempio alla maggioranza dei tempi usati nelle frasi del suo lungometraggio: «io ho letto», e questo passato è nel presente filmico), e il suo pregio, a differenza di Romano, deve secondo me ricercarsi nel fatto che Ferri sia un netturbino e non un regista, poiché registi sono Menegazzo/Pernisa, per i quali, viceversa, il futuro deve aprire il presente. Heideggerianamente, l'essere-per-la-morte, come tu m'insegni. Ma che cos'è aprire il presente attraverso il passato se non un processo marcescente, se non la definizione stessa di «marcire»? E che cosa avviene quando il presente è aperto dall'avvenire, dalla possibilità estrema, che è quella della morte, se non che si vada oltre se stessi? Non per niente, con Psicopompo (Italia, 2015, 33'), Menegazzo/Pernisa riflettono proprio sull'avvenire in quanto tale rispetto all'Esserci, alla sua possibilità estrema, la morte... ma è già un altro discorso. Quel che voglio dire, Rusalen, è che il popolo manca, ma manca nel senso che appartiene all'avvenire. Il popolo non manca, in Ferri e Romano, nella misura in cui essi fondano il popolo per legittimarsi. Sono esseri di Stato, Ferri e Romano. Come lo Stato, infatti, essi nascono per primi. Il popolo non precede lo stato-nazione, ma lo stato-nazione crea il popolo, l'identità nazionale, per legittimarsi trascendentalmente rispetto a esso e, con ciò, detenere il potere. Viceversa, per Menegazzo/Pernisa il popolo manca. Manca nella misura in cui appartiene all'avvenire, è là da venire, è l'oltre-se-stessi cui dobbiamo orientarci. È per questo che Torri ci diceva dell'indefinibilità di Satellite. Perché una definizione sarebbe claustrofobica. Chiuderebbe Satellite in sé. Tuttavia, Satellite ha bisogno che la massa s'allontani. Matteo Ariamone è stato lo Zarathustra di Satellite. Santini e gli altri hanno aperto con Arcamone, e c'è da credere che quasi sperassero che la gente sfasciasse la sala. Ti ricordi quanti morti ha fatto, Arcamone? Guida al (lento/violento) lavoro (Italia, 2015, 92') ha fatto uscire la gente. Arcatteo ha parlato troppo presto, e tuttavia siamo al punto che gli amici di Arcatteo gli scrivono le recensioni. Perché? Non certo perché hanno apprezzato il film, anzi c'è da credere che i due grassoni lì davanti mancano l'abbiano colto, il film, bensì - io credo - perché sono suoi amici. Quel lavoro anti-sociale è stato già riterritorializzato. Il sociale l'ha preceduto. Ma, allora, che ne è di quel che dicevamo prima? del desiderio? Forse sono solo farneticazioni random, forse in realtà quello schermo in piazza è stato messo così, per fare in modo che lo Stato, che finanzia Pesaro, si renda conto della gente che c'è a seguire Pesaro, eppure, a volerla mettere così, si perderebbe molto, perché in effetti non è così. Quello schermo in piazza ha una valenza totalmente altra, e io credo che si debba collegare al film di Arcatteo, presentato in una saletta. Infatti, nel corso del cinema in piazza, le persone presenti erano di Pesaro o comunque a Pesaro in villeggiatura. Mentre chi c'era nella saletta Pasolini non era solo lì in villeggiatura. Romagna e Ciavoni, Ceccarelli e altri erano lì per Arcatteo. La gente era venuta da fuori per vedere quel film. Cosa che invece non capita col film in piazza. Ma, banalmente, prendi noialtri. Prendi te, Marras, Arcatteo e io. Noi siamo stati là svariati giorni, pagandoci di tasca nostra il festival e tutto quanto - e ogni volta dovevamo andarcene dalla piazza perché il film faceva schifo. Eppure siamo andati lì, ci siamo per un po' di giorni trasferiti a Pesaro, perché c'erano gli OvO, perché c'era Satellite, perché c'era la Pescheria eccetera eccetera eccetera. Non è una cosa di poco conto. Almeno per noi. Certo, forse per loro sì, ma loro, evidentemente, nemmeno sanno di essere a questo mondo. Cazzo, ti ricordi la tavola rotonda che fecero il 3? Sembrava manco sapessero che razza di programma ci fosse. Nuovo cinema un paio di coglioni. Addirittura, abbiamo scoperto in loco che il festival fosse gratuito, il che non è poco. Quando Spagnoletti volle mettere il biglietto fu un fallimento. E questo perché il socius non lo voleva. Quindi, porcoddio, un minimo di desiderio collettivo c'è, ormai spero d'averti convinta su questo punto, eppure credo che abbia anche ragione te nella tua sfiducia nei confronti di tutto ciò. Tale sfiducia, tuttavia, credo debba essere rilocalizzata. Infatti, non è che non ci sia un desiderio collettivo, anzi esso c'è ed è forte - ma viene come dissipato, fatto evaporare. Io credo che l'atmosfera di Pesaro sia originaria di Pesaro, e quella che abbiamo respirato noi, andando avanti così le cose, potrebbe non esserci più in un tempo non molto lontano. Ma questo è dovuto al fatto che il desiderio è dissipato, non che non ci sia desiderio. Il desiderio nostro di pagare per stare a Pesaro c'è stato. Come c'è stato il nostro desiderio di presentare a Satellite il nostro film, per il manifesto con cui si proclamò. Certo, quei coglioni di Milano, quelli di Parco Lambro (Italia, 2016, 13') potranno pure dire che sarebbe meglio che fosse un concorso a premi, Satellite, ma del resto loro non fanno arte, non gliene frega un cazzo, a loro, dell'arte, perché all'arte non è mai importato nulla di competere. La massa, quindi. C'è necessità di una massa, c'è necessità di un'eterogeneità di fondo. Per disperderla, la massa. Per mostrare come determinati film siano altro rispetto agli altri. Di nuovo, Ferri vs. Menegazzo/Pernisa. The eternal melancholy of the same (Italia, 2015, 5') vs. Le 5 avril je me tue (Italia/Francia, 2014, 38'). Anche, se si vuole, Italia vs. Francia. Ad esempio, nel manifesto di Satellite è espressamente detto che l'attenzione sarebbe stata rivolta esclusivamente agli italiani. Ma cosa significa essere italiani? Giaretta, ad esempio, è italiano nelle carte, ma filma in Olanda. A voler essere radicali, bisognerebbe domandarsi se l'italianità, cinematograficamente parlando, possa corrispondere a quella istituzionale e statale. Del resto, un italiano non ha le stesse possibilità che vi sono in Olanda, e in questo senso io credo che girare un film sperimentale in Olanda sia già altro che girarlo in Italia. Bisognerebbe chiedersi, a questo proposito, quanti registi continuerebbero a girare in Italia, quanti farebbero in Italia del cinema sperimentale. E la domanda è sempre la stessa: r\esistenza? L'arte, ormai, è tale nel momento in cui r\esiste, la r\esistenza definisce l'arte. Non è più che chi fa arte allora r\esiste, questo è un concetto antiquato e molto borghese. Piuttosto, chi r\esiste fa arte - la r\esistenza in quanto tale è di per sé un'opera artistica. No? Inutile parlare di produzioni e auto-produzioni. Quando Croce sosteneva che l'arte è l'intuizione artistica, che precede l'opera d'arte in sé, intendeva dire proprio questo, no? Che l'arte è fondamentalmente solitudine. Non ha nulla a che fare con la massa. È quel pre-individuale che resiste all'individuazione, che nella solitudine ci mostra che nella nostra stessa individualità siamo oltre noi stessi. L'inverso di quel che succede quotidianamente, l'inverso di quel che è successo il 7. Hai presente, no? Ferri dedica il lavoro a Isabella, di FilmIdee, e naturalmente FilmIdee/Filmmaker sono quelli che gli portano avanti i film. Isabella era lì presente. Presenti c'erano anche Abiusi, in tutta la sua tristezza, tipica di chi si ritrova a essere Johnny Depp senza essere passato per la fase «belloccio» ma direttamente per quella da «drogato messicano», e, insomma, tutta la cricca. Una cricca che ha visto Iconostasi, e l'ha visto grazie a Satellite, perché fosse per noi, Rusalen, Menegazzo/Pernisa non li avrebbero mai visti, e non li avrebbero mai visti perché ne abbiamo scritto noi (alla faccia della cinefilia...). È rispetto a tutto questo che siamo soli, Rusalen. E il problema forse è che non mi dispiace affatto di tutto ciò. Siamo stati isolati per tutto il tempo, siamo riusciti a rovinare la sola serata che avevamo insieme a Menegazzo/Pernisa perché era divenuto tutto troppo insopportabile, e ora quasi mi tremano le mani a scriverne. Siamo stati isolati. E in un certo senso lo volevamo. Volevamo essere isolati, perché noi, a differenza di chi crea amicizie per poter andare avanti con la propria persona piuttosto che con il film da cui dovrebbe emanciparsi, abbiamo sempre detto le cose come stavano, come stavano per noi. Forse, a voler essere stati ipocriti, ad aver voluto tradire il cinema, non saremmo soli, e non avremmo solo questo blog, ma scriveremo in altre testate e via dicendo, ma cosa comporta tutto questo? So che ci stiamo rovinando, so che stiamo male, che anche il nostro rapporto deve affrontare un'amarezza non da poco, ad essere sempre contro, e tuttavia cosa sarebbe il nostro rapporto altrimenti? cosa sarebbe il nostro rapporto se costruissimo nient'altro che relazioni inautentiche? Il cinema ci spinge ad andare oltre noi stessi, ed è difficile, lo so, ma io credo sia l'unico modo per essere autentici, l'andare oltre se stessi, e se questo c'è possibile attraverso il cinema, allora perché dovremmo svendere il cinema al miglior offerente? perché dovremmo pentirci di quel che abbiamo scritto? dei ponti che abbiamo rotto o di quelli che non abbiamo nemmeno voluto costruire? Armocida è stato molto onesto quando ci ha detto che, in effetti, non potevamo che esseri onesti con noi stessi nell'intervista post-NOFEST, anche se quest'onestà lui non la condivide. E allora di che parliamo? Certo, lo so che siamo soli, ma la solitudine è, come insegna Michel Henry, l'autenticità dell'essenza. E allora una volta, in pizzeria, mentre si riuniscono tutti, la sera, c'è Armocida, un'altra volta c'è Cecilia guardami-le-tette-o-ti-tiro-una-sberla Ermini, un'altra volta ancora c'è Romano, e via così, mai noi, neanche se allo stesso tavolo ci sono quelli che dovrebbero essere anche nostri amici, quelli con cui, durante il festival, non abbiamo mai avuto occasione di cenare assieme, anche solo noi e loro. Siamo stati esclusi, ma essere esclusivi significa essere fuori dal sociale, fuori dalle cricche che inevitabilmente insistono all'interno di ogni realtà. Uzak era a Pesaro per Ferri, non per Arcamone né per la Masini. Eppure Ferri lo conoscono. E magari son stati pure accreditati. Per cosa? Per esserci, far presenza e, soprattutto, per scrivere di Satellite relativamente a Ferri e a quel che è la loro cricca. Persino Favi non ho visto. Favi, o, come ama definirsi, giornalista incensurato, non ha accompagnato mai la Sardella, sua fidanzata, in sala per paura di vedermi, è rimasto chiuso in auto, lui che appena uscì il programma di Pesaro, vedendo anche il mio nome, mi scrisse minacciandomi, mi disse che ci sarebbe stato ogni giorno, che aspettava questo momento sin da quando abbiamo scritto che si fa i festival per presentare i lavori della sua ragazza, accoppiandoli a quelli di Salani (come se c'entrasse qualche cazzo Salani con la loro merda). Insomma, sì, siamo esclusi, è inutile negarlo. Ma quest'esclusione è un'esclusione dal sociale, un sociale che non è mai collettivo, è esclusivo piuttosto che inclusivo. Questa esclusione è esclusione dal sociale, sociale che esclude il cinema in vece della persona, prevalentemente la propria. Questa esclusione è un'inclusione nel cinema, nell'evento evenemenziale che è filmico. È questa esclusione, io credo, che ci fa permanere nel desiderio, che ci fa cogliere quell'atmosfera pesarese che definisce la Mostra internazionale del nuovo cinema e che molti non riescono, non sanno cogliere. Quei molti che credono di aver pure il lusso di temerci, perché vedono che qualcuno ci segue, che qualcuno c'ascolta, che la pagina su FB, quei like, li ha - e quei like sono un potere, perché a loro non gliene frega nulla del cinema, nemmeno di quel che si dice, loro valutano in base ai like, ai movimenti, ai flussi. Se avessimo 50 like anziché 2700, se ne fregherebbero il cazzo di noi. Noi che di quei like non sappiamo che farcene. Noi che il nostro fuoco, a differenza loro, non lo usiamo per scaldarci assieme ma per bruciare le cose. E allora continuiamo a bruciarle, le cose. Bruciamo anche noi stessi. Bruciamo la pagina, cancelliamo tutto e continuiamo a cancellare. Perché a noi non serve una storia, non vogliamo una storia, non abbiamo bisogno di storie. Abbiamo avuto un'origine, che siamo Noi, che è il Noi, ma questa origine è là, differita da quel che siamo, e allora ritorniamoci, non facciamo altro che far ritorno a questo Noi, a questa origine, un ritorno all'origine che non può che implicare un'alterità rispetto all'origine, quindi un'altra origine ancora. Non facciamo altro che originarci, anziché perpetuarci, anziché continuare e storicizzarci. Perché dobbiamo sperimentare, questa è la sperimentazione. Sperimentare significa non avere un fine, cioè essere senza fine. Sempre altro dall'origine, ma quest'alterità dall'origine è un'altra origine ancora. Solo allora, solo facendo così, saremo genuinamente soli, di contro a tutti quegli zotici che costituiscono il sociale, che fanno cricca. E se Giovanni Ottone dice che la Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro deve morire, bene, allora chiediamoci perché sia lì a mangiare in Pescheria, perché nessuno lo cacci - o, forse, è la stessa Mostra internazionale che lo ha in sé e, dunque, è necessitata a morire? Io non credo, e non lo credo, Rusalen, perché in fondo non me ne frega niente, ma questo menefreghismo è dovuto al fatto che quello schermo, in piazza, non è soltanto uno schermo, bensì una superficie che funziona nel momento in cui si rompe, si annichilisce per dare un'immagine. Ed è allora l'immagine che conta, non più lo schermo. Ma c'è, come in Bianco (Italia, 2013, 19') un modo per ritornare allo schermo? lo schermo nella sua purità, che è filmica naturalmente. Bianco è lo schermo e lo schermo è bianco/Bianco. E c'è davvero un dispendio d'energie mostruoso, spesse volte anch'io, con te, preferirei mandare a fare in culo tutto quanto, il blog e tutti gli altri, ma cosa ci resterebbe, allora? Forse, è proprio questo che ci tiene in piedi. Forse la cosa più interessante di Pesaro è proprio la sua atmosfera, che è al di là del film mostrato in piazza. Che è lo schermo in piazza prima che su di esso compiano le immagini. Forse, Satellite funzionerà solamente nel momento in cui non sarà un luogo nel festival ma un differimento da esso e anche a esso. Forse, Satellite non poteva che essere a Pesaro mostrando, di fatto, di non essere nel festival di Pesaro. E di darsi, nel momento della piazza che annulla lo schermo col film, con quel film preciso lì. Ma quanto ancora riusciremo a sopportare tutto questo? quando ancora, mi chiedo, riusciremo ad ammettere che non siamo folli, che queste non sono solo farneticazioni random? che c'è del vero, e questa verità ci esclude. Ci esclude dalla piazza, differendoci a quel qualcosa che la costituisce in quanto piazza. Ci esclude dal festival, differendoci a quel qualcosa che è stato il festival. Ci esclude anche da Satellite, differendoci a quel qualcosa che Satellite sottende - e che non possiamo che sperare che arriverà infine a muoverlo e protrarlo indefinitamente, poiché Satellite funzionerà solo se saprà continuamente differirsi da sé, come diceva Torri. Il desiderio sociale della piazza, il film dovrebbe differire a quello. Come mostra l'eterogeneità di Satellite, l'evento evenemenziale è Iconostasi, non Con il vento né quello del suicida francese; Satellite, nella sua eterogeneità, rinvia a una radicalità di fondo che può solo essere evocata, pena una trascendenza intermediaria: la piazza non compete a Satellite, e l'autenticità di Satellite dev'essere ricercata nella sua differenza dalla piazza, cioè nella presentazione della cazzatina di Romano, che dunque, essendo nella piazza, si differenza a sua volta da Satellite. Ma sarà così? Sono stanco, Rusalen, e credo che siano queste domande, alla lunga, a stancarmi. E ho paura che tutto quel che penso e dico altro non siano che palliativi, anestetici contro un'obsolescenza programmata del pre-individuale che mi slancia oltre me stesso - nel Noi in cui non sono con te ma siamo entrambi raccolti in un'unità che ci trascende e ricade in noi stessi come immanenza assoluta. Allora, forse, questa solitudine che ci orienta, che ci fa continuamente ridefinire la prospettiva non può che ergersi su un'esclusione preventiva. Forse, allora, non si tratta nemmeno più di pensare a un luogo senza che questo non diventi una piazza o una cricca, perché la solitudine ci raccoglie in un Noi - e noi siamo questo Noi, non una semplice somma delle nostre due persone ma qualcosa di più e di diverso. Certo, siamo soli, ed è in questa solitudine che accediamo al cinema, poiché è propriamente il cinema in quanto tale che l'accende. Non cerchiamo luoghi e nemmeno film. Iniziamo a nasconderli, i nostri film. Rifiutiamo tutti i luoghi, comprese le piazze. Perché ogni luogo sarà comunque una piazza o una cricca. Arriverà il momento in cui saremo pronti anche a dire addio agli amici più cari. Perché siamo (in) Noi, e questa è una solitudine, ma «la solitudine non è una categoria della psicologia o dell'etica, ma una categoria ontologica fondamentale, essa costituisce una struttura assolutamente universale, la struttura stessa dell'essenza. Ad avere, per l'appunto, l'esperienza di sé, a godere di sé, non è questa o quella cosa, è l'essenza. Solo l'essenza infatti si rapporta originariamente a sé, nella relazione che la rivela a se stessa nella sua realtà. Ma la rivelazione a sé dell'essenza nella sua relazione originaria a se stessa è la Parusia. La Parusia è l'essenza della vita. La Parusia, che è l'essenza della vita - questo il contenuto della solitudine. La solitudine è la solitudine dell'assoluto, ma dell'assoluto nella sua interezza, nella profusione e nel godimento del suo essere peculiare. In questo senso la solitudine è l'unità, non l'unità esteriore del termine isolato, ma l'unità che riunifica, l'unità dell'essenza che è la riunificazione dell'essenza con sé, riunificazione che non è altro, però, che l'essenza stessa». Siamo noi, soli, e siamo noi in quanto siamo soli. Ma questo «in quanto» dev'essere inteso in maniera rigorosa, poiché solo allora capiremo che è esso, in ultima e definitiva istanza, a definire la solitudine come ciò che che è, ovverosia un luogo: allora comprenderemo che siamo Noi - nella nostra solitudine ma senza più la fatica di essa - questo luogo. Allora, saremo finalmente soli, ma non soli nel senso d'esclusi o emarginati, poiché la solitudine è tale solo se concepita dal punto di vista del sociale, che non ha nulla di cinematografico, di autentico, bensì è dell'ordine del quotidiano e del mediocre; saremo soli nel senso che saremo Noi, e solo allora saremo il nostro luogo.
- E allora?
- Senti il suono della Malora.

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