Pieghe #27: 16mm lost series A.K.A. Lost cycle (2016)



16mm lost series è una raccolta di cortometraggi che Dan Browne ha girato nel corso degli ultimi anni ma che, per qualche motivo, hanno dovuto maturare un po' di tempo prima che potessero essere  visionati. D'altronde questo è facilmente comprensibile, infatti rimanere nel buio per un po' è a volte necessario per un certo cinema: abbiamo visto, ad esempio, con Poem (Canada, 2015, 2') cosa  sia capace di catturare il cinema di Browne, o meglio, come riesca a catturare il suo cinema, fatto di quell'intimità che non è mai esclusiva, personale, senza per questo essere di tutti e quindi di nessuno, ma che riesce a farsi propria ogni volta. In questa serie si tratta di far emergere quest'intimità in vari modi e forse ampliarla, smettendo di stringerla in confini stretti che la rimandano a quell'immagine dell'individualismo ipocrita di oggi. Ampliandola, Browne la fa emergere quasi ritagliandola da quel continuo e incessante lavorio della nostra esistenza, che scorre indipendentemente da ciò che si fa e che soprattutto ci fa dire di essere presente, di essere proprio io quel soggetto che compie le mie azioni, sono io, lo stesso che si ripete, quello che guarda il mare, cammina tra i campi e contempla la foresta. Lo stesso soggetto è quello di Passage (Canada, 2016, 4'), film a cui si potrebbe applicare la metafora dello scorrere tra i binari e la vita stessa, che ha da farsi nel suo periodo più potenzialmente attivo, quello dell'adolescenza, che viaggia tra progetti per l'età adulta e quel bighellonare che ricorda i romanzi di formazione, quando l'eroe deve ancora attraversare tutte quelle situazioni che lo porteranno a crescere e diventare adulto. E tuttavia la metafora non basta, nemmeno quando è viva, soprattutto perché il cinema è altro da tutto questo, dai romanzi, dalle metafore, dalle narrazioni piene di simbolismi. In questo ragazzo non vediamo l'adolescente, ma siamo colti in quel particolare modo d'essere che non sfocerà poi in noi in ricordi personali, piuttosto possiamo dire che vediamo un certo riflesso, che non cogliamo subito cosa sia, ma sentiamo come si forma, come in qualche modo ci sorprende e ne veniamo accolti. Ecco allora che questo modo di cogliere quella che abbiamo chiamato intimità, ma che non fa che riferirsi al cinema, la vediamo più prepotentemente in Field (Canada, 2016, 2'), dove quella camminata e quei campi sono meno fuorvianti e non riusciamo a considerarli alla stregua di ciò che è altro dal cinema, se non fosse perché appunto qui è il cinema stesso a farsi più forte. Noi scorriamo nel nostro ambiente e continuiamo a riferirci grazie ad esso, ma qualcosa disturba questo continuo nostro orientamento nello spazio, così che Field ci parrà qualcosa di diverso e questo non tanto perché abbiamo fatto un certo percorso per arrivare al film, ma perché il film stesso ci coglie e lo fa disturbando la nostra posizione, non solo in riferimento allo schermo, ma anche quella che giunge nel tentativo, che alcuni hanno imparato probabilmente da Hollywood, di immedesimarci in ciò che vediamo. Tale fallimento rende il film non un modo di rifiutare lo spettatore, ma di renderlo testimone di quel farsi proprio del cinema, che non è mio né tuo né nostro, ma che più propriamente fa lo sguardo. Forse, sarà necessaria una premessa, un qualcosa che dobbiamo vedere prima, una certa abitudine a determinate visioni ed è forse questo che, in ultima istanza, tentano, seppur diversamente, sia Gulf (Canada, 2016, 4') che Reflections I (Canada, 2016, 3') e Reflections II (Canada, 2016, 4'). Il primo è registrato prima di un enorme inquinamento acquifero, che non rende il cortometraggio qualcosa di cui fare propaganda sociale, semmai, al contrario, si libera di tale propaganda, liberandosi così anche di quel giornalismo allarmante, che rende le notizie appunto estremamente presenti e tuttavia poco salienti per la nostra vita, o meglio, poco salienti per il cinema, che della nostra vita di tutti i giorni se ne infischia. Ma è proprio grazie a Gulf che l'appartenenza a questo mondo è resa evidente, in tutta la sua drammaticità e in tutte le sue perdite. Gulf non è solo un ricordo di una notizia, è l'aldilà del fatto stesso, è ciò per cui davvero amiamo quel mare e lo possiamo sentire davvero vicino, più di quanto probabilmente lo sentiremmo se non lo stessimo navigando con una nave. In altro modo i due Reflections, insieme, scardinano la questione stessa che possa esserci davvero la necessità di un'abitudine, di un certo percorso prima di visionare certi film, perché, schiettamente e per nulla banalmente, si tratta di cogliere i riflessi della luce. Non è dopo aver visto certi film che capisci i due corti, perché continuerà a trattarsi sempre dello stesso contenuto, ma è perché ti hanno colto che li hai visti e allora non c'è percorso che tenga, si tratta forse di una certa necessità che ti chiama ad uscire fuori dal tuo scorrere incessante - e in fondo anche guardare film può appartenere al quotidiano. Ma la forza maggiore probabilmente per cogliere tutto questo, o meglio, per perdersi al di là di noi, di quel soggetto di cui parlavamo prima, l'agisce Seasons: Fall (Canada, 2016, 3'). Possiamo parlare di perdita del soggetto in termini di schizofrenizzazione, ma forse a questo punto non basta più, o meglio abbiamo troppo rispetto per le condizioni schizofreniche per parlarne appena vediamo un certo modo di registrare la realtà o un certo agire sul soggetto. Il fatto è che Dan Browne non ha costruito una serie che via via cresce di intensità o forza, questo lo abbiamo forse fatto noi per compiere una certa sistematizzazione del discorso su 16mm lost series, ma è la serie medesima a sbriciolare il tutto, o meglio ancora a disfarsi su se stessa, nel tentativo di rendere creativa la distruzione stessa della visione sulla realtà. Ci sono piccoli sguardi, piccoli punti che guardano ognuno a una variazione di un'intimità quasi primitiva, che troviamo sì nella realtà, ma è nel cinema che possiamo averne almeno un riflesso, un eco di una chiamata ed è tutto questo, pur non racchiudendosi tutto qui, a darci qualcosa per continuare a vivere.

2 commenti:

  1. Visto nel cineforum della mia città : bello.

    Volevo chiederti inoltre se ti piace quarto potere : per me tra i 5, o forse addirittura tra i 3 film più belli di sempre. Capolavoro dei capolavori di Orson Welles, uno dei film più importanti della storia del cinema.....per me

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    1. La tua città sarebbe? Perché non ci risulta sia mai stato proiettato in Italia...

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