Mental space



Ci chiediamo da tempo, in maniera più o meno diretta ma piuttosto consistente, quale sia il luogo del cinema, se così si può chiamare. Non tanto quindi lo schermo o lo spettatore o entrambi, ma tutto quello spazio fatto di connessione tra i membri, una sorta di relazione che li precede, che li determina e che potrà avvenire così al di là di mere somme o sottrazioni di condizioni e caratteristiche, uno spazio insomma che è continuamente problematico, perché si problematizza nel suo stesso essere quel che effettivamente è e nello stesso modo quel che effettua. Certo è che vedendo il cortometraggio di Toby Tatum, Mental space (Regno Unito, 2014, 7'), ci chiediamo quale sia questo spazio e soprattutto qui è forte la problematica relativa al ruolo di chi guarda, non fosse altro che lo stesso film si interroga su tale questione e cerca non solo di indurre una certa modalità di stare della mente o testare il fatto che si possano provare determinate emozioni e sentimenti date determinate condizioni, ma, soprattutto, si caratterizza per quel tentativo di creazione spontanea di un certo flusso che la visione dovrebbe accompagnare, flusso che dovrebbe partire spontaneamente come risultato della relazione tra spettatore e film, senza costrizioni di sorta. Il tentativo ci sembra riuscito nel momento in cui la visione non è da considerarsi come indirizzante, quanto piuttosto stimolante della mente, inducendola in un particolare modo di vagare, aiutata da quella musica che qui è, sì di fondamentale importanza, ma non la componente totalizzante, scompaginando il ruolo che solitamente si dà alla musica. Tentiamo di spiegarci meglio. Sappiamo quanto siano importanti le immagini per noi e come queste ci possano condizionare anche subdolamente. Ora, se pensiamo, ad esempio, al metodo delle libere associazioni, tecnica fondamentale psicanalitica, pensiamo alla possibilità di stimolare infinite associazioni che certamente sono dettate dalla nostra storia, non solo biografica, e in quel caso siamo effettivamente in una specie di flusso mnemonico-personalissimo e via dicendo. Pensiamo allo yoga, a come la mente si riposi, spesse volte grazie a delle musiche rilassanti e anche in quel caso la nostra mente è da considerarsi in una specie di flusso, ma un flusso piuttosto statico, senza pensieri - questo è lo scopo, non ha connotazione negativa - e soprattutto siamo maggiormente diretti nel nostro essere qui e ora, grazie soprattutto alla respirazione e alla maggiore consapevolezza del nostro essere in un corpo, o meglio essere corpo, e appunto ci estraiamo in qualche modo dal nostro comune contesto, dal nostro fare normale, cosa che capiterà anche con le libere associazioni. O ancora, se pensiamo al nostro svolgere quotidiano, anche in questo caso c'è un'altra sorta di flusso, perché spesse volte, nonostante i pensieri sulle cose, nonostante non procediamo da automi, anche in questo caso possiamo considerarci in un flusso, in cui sentiamo più o meno il procedere quotidiano, i progetti si sciolgono pian piano e abbiamo una certa percezione del tempo. Non vogliamo mettere insieme tutto come se fossero parti uguali e tuttavia fanno parte di un uguale, ovvero questi modi di procedere sono, nella loro particolarità, appartenenti a un certo modo di stare nel mondo, di stare nel nostro luogo. Quello che vogliamo dire espressamente è che il luogo del cinema, e Mental space lo mostra bene, è un altro ancora, non appartenente a questa modalità di stare nel mondo e spesse volte, quando ci riesce, non è propriamente nel mondo, e anche se questo nostro stare nel mondo ha svariate sfaccettature, anche se non siamo presenti alla stessa maniera, il tentativo cinematografico di Tatum ci sembra essere quello di accedere a un livello più alto, non tanto di coscienza, non tanto dell'individuo, ma di quella relazione che ci precede e che si compie poi nella (nostra) visione, quella visione che non può che avere luogo qui, ma che si compie inevitabilmente in un altro spazio. 


Nessun commento:

Posta un commento