Memorie - In viaggio verso Auschwitz



Siamo probabilmente i nemici di noi stessi e lo siamo nella misura e in quei momenti in cui sentiamo non solo un odio verso di sé, ma anche un'estraneità da noi stessi, pur vivendo, nello stesso momento, anche un senso di vicinanza, non fosse altro per la rilevanza emotiva dell'inimicizia, che non ci porta nell'indifferenza. Viceversa, siamo anche gli unici veri sostenitori di noi stessi, sostentamento inteso come ciò che semplicemente ritroviamo, più come proprietà intrinseca che come qualcosa che ci sia favorevole, nella solitudine più pura, quando tutto il mondo ci è avverso e non ci rimane nessuno in cui specchiarci. E tutto questo è raro sentirlo, questo non fare altro che ritornare continuamente a se stessi, non tanto in uno sfoggio egoistico, come un mero pensar per sé o sentimento verso di sé, quanto piuttosto come solitudine pura. Quando capita di vedere qualcosa che ce lo ricordi, o meglio ancora, che ce lo evochi tramite ricordi che, in quanto tali, sono personali e quindi non ci appartengono, la nostra memoria non viene sviluppata, o anche solo stimolata, non si presentano mai immagini, ma semmai solo fantasmi dell'immagine ed ecco che, allora, l'unica stimolazione, che ci concerne come persone, riguarda il ricordarsi di come passi tutto, prima di ogni altra cosa, attraverso noi stessi, punto di partenza senza il quale nessun'altra esperienza, più o meno metafisica, può essere intesa. Memorie - In viaggio verso Auschwitz (Italia, 2014, 76') di Danilo Monte si inserisce come alterità - in quanto memorie personali - necessaria affinché ci ritorni qualcosa che non ha nulla di personale. Questo ritorno però non viene sviluppato come tentativo di incontro di ricordi di una vita e il relativo sentire verso chi incontra tali ricordi - ovvero chi guarda il film - e in questo senso Danilo Monte si inserisce in una tradizione cinematografica che fa del documentario/diario una possibilità, quasi paradossalmente, per non parlare di sé e nemmeno per parlare di una sorta di umanesimo universale, pur attraversando tali momenti, perché, in fondo, lo scopo non è appunto quello dell'incontro. Non si tratta nemmeno di registrare mettendo insieme le due cose, il sé e l'uomo in generale, in una sorta di sintesi, piuttosto, tra i vari discorsi sul sé e l'uomo, questo film si inserisce nel vuoto medesimo del discorso sulla questione stessa, non essendo né una cosa né un'altra e pur parlando attraverso l'uno e attraverso l'altro. Potremmo dire che il film stesso non riesca a trovare posizione, nel senso che non si posiziona, ma rimane ai margini, non potendo abitare il vuoto, che altrimenti non sarebbe più tale, ma si ritrova lì, dove abita lo scarto dei discorsi tra i due fratelli, che non si incontreranno mai. Per questo i due, Danilo Monte e Roberto Monte, non sono altro che se stessi, ma presi e coinvolti in un cinema che non è un universale e che però comunque li precede, cinema che probabilmente non è esperito se non come legante che vela in qualche modo le loro memorie e i discorsi fatti su esse. Non c'è un incontro in questo film e infatti ci si rende conto di questa impossibilità e ci si chiede perché continuare, quale sia il senso, se non sia meglio smettere di riprendere. Se si continua, ciò non avviene come accettazione dello stato di cose o come impossibilità di fare altrimenti, né per la speranza che l'impossibilità dell'incontro generi il suo contrario, ovvero la possibilità che un incontro ci possa essere: un incontro tra due solitudini non è un incontro e anzi il filmare diviene l'affermazione stessa delle due solitudini. Questo è ciò che ci ritorna, perché, infine, quell'impossibilità a posizionarsi del film, questo persistere delle solitudini, non è un'affermazione dell'assurdità della vita che deve andare avanti nonostante tutto, ma la vita stessa che è formata anche da vuoti e che non finisce di generare solitudini, perché, anche se le persone si possono incontrare, è la solitudine stessa che ci costituisce e sarà anche ciò che permetterà di sentire qualcosa che vada oltre il sé e oltre l'universale e che ci restituirà quella vergogna verso i nostri problemi necessaria di fronte alla magnificenza del cinema.





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