Harbour



Cortometraggio dedicato all'inglese Nathaniel Bagshaw Ward, Harbour (Usa, 2016, 16') è un film che si focalizza primariamente, facendone suo fondamento, sullo sviluppo di due durate, due «andare verso» opposti di due differenti velocità: l'«andare verso» il tempo futuro, il dopo e l'«andare verso» il tempo passato, il prima, in modo che questi si completino nel loro andamento, tutt'altro che statico. Eric Stewart cerca così una compenetrazione dei tempi, i quali non sono svolti simultaneamente, ma sarà il risultato dato dall'intera durata del film e il nostro vedere lo stesso che li terrà, molto banalmente, insieme. Eppure Harbour non è affatto banale. Vediamo, accelerato, il germogliare dei fiori, il loro spuntare dalla terra ed esplodere di vitalità, nella loro certa bellezza e questo è il motivo per cui parliamo e possiamo esperire una propensione e un andamento verso quel futuro che, senza sorprese, si dispiega a noi nella propria naturalità. In questo modo anche noi siamo spinti verso questo pensiero in avanti, perché la visione non solo dimostra ma anche mostra, nel dispiegamento - il quale è sempre uno sviluppo, una crescita di nuove pieghe - l'avanzare nel tempo che si proietta in quei fiori. Il gesto immanente della macchina da presa di Stewart non ci fa pensare a un qualcosa che semplicemente si dà, di natura diversa dalla nostra e che perciò non ha nulla a che fare con noi, ma ci coinvolge, in quanto testimoni, in questo avanzare. C'è anche un moto all'indietro, che però non ha nulla di reazionario, seppur inteso e mostrato prima come conservazione - la tutela dei fiori nelle Wardian case (nome dato appunto dal loro inventore, il già citato Ward) - e poi come riutilizzo di cose antiche. Il reazionario, almeno così ci è sembrato di capire, è per Stewart motivo di grande vitalità e la ripetizione non è semplicemente un modo uguale di utilizzo e di vissuto: gli enti - sia essi fiori che cose usate in altre epoche, come, per esempio, i vestiti - non sono solo messi in spazi costruiti e delimitati, che nel nostro attuale mondo non avrebbero vita oppure non sono tirati fuori dai musei e spolverati come semplici pezzi vintage. Certamente, c'è una moda del vintage e questa ci precede, ma la potenza di Harbour sta proprio nel compiere questo doppio movimento, verso il dopo e verso il prima, che fondamentalmente diventa il motivo per cui la ripetizione non sarà mai mera ri-presentazione di qualcosa, ma moto vitale e dinamico. Probabilmente è dura pensare a questi moti come principio vitale se ci si focalizza, ad esempio, sulla creazione di un luogo artificiale, le Ward case, il cui spazio interno è, senza ombra di dubbio, al di fuori del nostro mondo, perché il nostro è un ambiente inquinato, inadatto per questo spazio se non circoscritto, relegato, protetto. Ci sembra però che il discorso di Stewart, come si diceva all'inizio, non sia un discorso reazionario, conservatore e Harbour, quindi e conseguentemente, un film nostalgico e moraleggiante, quanto piuttosto si è cercato di stagliarsi come tale solo a tratti e in modo che giocasse a suo favore per procedere in avanti: mentre guarda alla conservazione come moto per trattenere il passato e al passato stesso, guarda anche al presente e nel presente non ci vede che territori frastagliati, problematici, in cui c'è la necessità di ricordare. Siamo fatti per buttare tutto, costantemente, nell'oblio e qui non si tratta di ricordare epoche che non si hanno vissuto, bensì di renderci conto che quella sensazione di meraviglia davanti a un fiore che sboccia non è andata persa, non è che siamo meno sensibili, non è che preferiamo questo a quell'altro, ma siamo figli del nostro tempo, gettati in questo mondo e in quanto tali possiamo guardare al passato e riguardare verso il futuro e meravigliarci ancora e in questo non c'è nulla di reazionario, è vita che pullula e il cinema ce la fa dimenticare per poi vivere ancora. 


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